Venerdì, 16 Novembre 2018
Articoli filtrati per data: Sabato, 03 Novembre 2018

Aziende allontanate dalla sagra del Tartufo e “scarsa trasparenza” negli atti amministrativi. Il consigliere comunale di Menconico Alessandro Callegari parte all’attacco dell’Amministrazione guidata dal sindaco Donato Bertorelli raccontando quello che definisce un “episodio grave”. «Durante l’ultima sagra del tartufo - scrive l’esponente della minoranza - a due aziende agricole del territorio è stato impedito di esporre e vendere i loro prodotti. Il titolare di una di queste aziende del frazione Cà del Bosco si era addirittura recato in Municipio nei giorni precedenti per espletare le formalità necessarie. Gli fu risposto dal Sindaco in persona che non vi era alcuna formalità e che poteva quindi esporre i suoi prodotti. Domenica mattina invece, presentatosi nell’area espositiva, veniva invitato dal presidente della Proloco ad abbandonare l’area. Alle sue rimostranze l’espositore veniva messo in comunicazione con il primo cittadino che lo invitava ad andarsene adducendo come scusa di aver inteso che la richiesta di permesso riguardasse il prossimo anno».

La versione è confermata dal titolare dell’azienda agricola, Davide Simonetti, che raggiunto al telefono spiega: «Raccolgo tartufi da anni, mi sono trasferito nel Comune di Menconico da Genova da pochissimi mesi, dove ho piantato 10 ettari di tartufaie naturali e controllate per la mia azienda agricola.

Quando ho saputo della sagra del tartufo organizzata dalla Pro Loco ho chiesto in Comune se potevo partecipare e mi è stato detto che non c’erano problemi. Così in tutta fretta, dato che mancavano pochissimi giorni, ho lavorato per 48 ore e messo su uno stand per poter partecipare e presentare la mia azienda, nuova sul territorio. Quando la domenica mattina sono arrivato sul posto c’è stato il gelo. Poi mi hanno allontanato dicendo che non potevo esporre. Un malinteso? Diciamo che mi viene da ridere…». Conclude Simonetti.

Il consigliere Callegari attacca: «A Menconico evidentemente esiste l’esclusiva del tartufo e solo la Pro Loco può commercializzarlo nel giorno della sagra, naturalmente al prezzo che stabilisce lei. Come per tutte le altre manifestazioni organizzate dalla Proloco – aggiunge Callegari - anche di questa non si saprà mai il bilancio. L’Amministrazione comunale ha però erogato in quattro anni una somma consistente all’associazione, pari a 5.500 Euro di cui non ha mai ricevuto un rendiconto. La trasparenza, come si vede, a Menconico non regna sovrana».

di Christian Draghi

L’Oltrepò che invecchia detiene il record di case famiglia per anziani in Lombardia. Circa 50 nuclei dislocati tra la Valle Versa e la Valle Staffora, con la rilevante prevalenza nel distretto di Voghera: oltre 40 unità censite per circa 250 posti letto complessivi in l’Oltrepò, dati del 2016. L’entrata in vigore della nuova legge regionale del gennaio 2018 ha decretato un giro di vite con la regolamentazione ferrea dei requisiti – soprattutto strutturali – necessari per poter operare nel settore dell’accoglienza e presa in cura degli anziani. Secondo il presidente Aira (Associazione residenze per anziani, con sede a Stradella) Stefano D’Errico «un passo avanti importante è stato fatto. Circa la metà delle strutture dovrebbe adeguarsi senza troppi problemi, ma bisognerà fare attenzione a quelle che scelgono di non adeguarsi, limitando il numero dei propri posti letto a quattro. Queste strutture potranno continuare ad operare senza nessun tipo di controllo da parte degli Enti preposti e bisogna vigilare con attenzione».

D’Errico questa possibilità vi preoccupa?

«Sì perché, se pur certi che tutti opereranno come un buon padre di famiglia, si rischierà di tornare a parlare di “chiusure” e quindi danneggiare coloro che hanno investito e si sono impegnati ad elevare la propria qualità. Si pone quindi un serio problema di vigilanza e a tal proposito, è iniziato con il comune di Ceranova (PV),  capofila del progetto, un tavolo tecnico Comunale con la nostra Associazione per definire anche per queste strutture da 4 posti non regolamentate e non vigilabili, una serie di prescrizioni e standard di funzionamento per arginare il fenomeno in anticipo».

D’Errico, la nuova legge sulle case famiglia ha sortito effetti particolari? Ci sono state molte chiusure in Oltrepò?

«La nuova legge sicuramente ha creato una “selezione naturale” tra i soggetti che è  andata a colpire coloro che non rispettavano i requisiti strutturali (quindi con immobili non adatti alla tipologia di lavoro) oppure chi agiva nell’illegalità. Con l’uscita della nuova normativa in molti hanno visto solo l’aspetto negativo della “preclusione imprenditoriale” legata alle molte richieste da parte di Regione Lombardia, la nostra associazione ha invece ritenuto che essa sia stata un’opportunità per tutti i gestori che finalmente hanno potuto operare nella piena legalità».

è prevedibile una “emorragia” di case famiglia che potrebbe creare serie problematiche per un territorio che invecchia in modo progressivo?

«Non crediamo che vi sia un pericolo inteso come “mancata risposta della domanda di posti letto” perché ogni giorno riceviamo chiamate per pareri su nuove aperture».

L’Oltrepò è il territorio con il maggior numero di case famiglia in Lombardia. Quante di queste si sono messe a norma?

«Dai dati a nostra disposizione , più di tre quarti hanno aderito all’ipotesi di “conversione” da Casa Famiglia a Comunità Alloggio Sociale Anziani, ma dai sopralluoghi da noi effettuati, soltanto circa la metà potrà finalizzare la conversione. Per gli altri non resterà che trovare una nuova collocazione immobiliare».

Recentemente avete lanciato dei corsi di formazione per operatori. Può spiegarci l’iniziativa e dirci quanta adesione c’è stata?

«I Corsi di formazione che abbiamo iniziato sono un percorso dedicato esclusivamente a gestori e coordinatori, cioè quelle figure che devono “guidare” l’operato e le sorti della struttura stessa. La normativa non prevede queste formazioni, ma gli imprenditori associati ad AIRA hanno richiesto corsi di perfezionamento e approfondimento normativo per elevare lo standard di qualità della gestione e la consapevolezza di alcuni aspetti molto tecnici».

Quali sono le carenze più diffuse tra le strutture del settore?

«Le problematiche riscontrate nella maggior parte dei casi durante i sopralluoghi ispettivi riguardano la tipologia di ospiti presenti nelle strutture, senza dimenticare le problematiche legate a tutti gli aspetti dei requisiti organizzativi obbligatori come la documentazione insufficiente, non corretta o non aggiornata. Raramente si riscontrano problemi di igiene ed ancor più raramente problemi legati a maltrattamenti».

A proposito di maltrattamenti. Per quanto rari i casi esistono. Ritenente che questo fenomeno sia legato al fatto che molti “si improvvisano”? Oppure in che modo si spiega?

«Sicuramente i maltrattamenti agli anziani sono un argomento molto caldo nel panorama mediatico italiano di questa epoca. Le cause di questa problematica sono principalmente legate alla mancanza di formazione e informazione e talvolta umanità da parte di coloro che compiono questi atti ignobili.

C’è da dire che nell’analisi più profonda dei casi, statisticamente parlando, i gestori sono spesso solo colpevoli di non aver vigilato i comportamenti di operatori che si sono resi protagonisti delle vicende di cronaca. In ogni caso, l’Associazione con i continui sopralluoghi all’interno delle strutture cerca di prevenire e vigilare l’operato dei propri associati».

Che strumenti hanno gli utenti per capire se la struttura in cui intendono ricoverare un loro caro è idonea o “sicura”?

«Ad oggi le strutture all’interno delle unità d’offerta socio assistenziale di Regione Lombardia (ex case famiglia) si chiamano con il nome tecnico di “Comunità alloggio sociale per anziani”, quindi anzi tutto occorre verificare che la struttura presenti agli interessati un contratto d’ingresso ed una carta dei servizi che riporti queste caratteristiche. Si tratta di uno standard di sicurezza perché queste strutture sono obbligate per legge ad operare secondo precisi requisiti organizzativi, funzionali e strutturali che garantiscono la sicurezza di un operato di qualità nel rispetto dei processi stabiliti dalla Regione. Non è da dimenticare che queste strutture vengono periodicamente vigilate dalle Unità Complesse di Vigilanza di ATS per il mantenimento dei requisiti».

Quale futuro vede per il settore di cui vi occupate in Oltrepò?

«Il settore dopo uno scrollone dato dall’uscita del decreto legge dello scorso gennaio che obbliga i soggetti a convertirsi in strutture con determinati standard di lavoro, si è certamente scremato dei nuclei non a norma, facendo quindi rilevare un livello di qualità decisamente superiore. Per quanto ci riguarda, pur non senza sacrifici, il settore tornerà a volare come mai prima d’ora».

 di Christian Draghi

Daniela Pini, casalinga, un marito, due bellissimi nipoti, due cani. Ed un giardino che richiede tanto lavoro. L’abbiamo incontrata per farci raccontare la sua esperienza di volontariato con i migranti, in particolare con l’ivoriano Karamoko Fofana, reduce da un premio conseguito presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR), fondazione che custodisce oltre 8.000 diari.

Signora Daniela, lei non è di queste parti. Da quanto tempo abita qua? Com’è capitata a Salice Terme?

«Vengo da Firenze, passando da Milano dove abbiamo abitato per 10 anni circa. Per il fine settimana avevamo preso un villino in zona, ci è piaciuto molto e ci siamo trasferiti, ormai da 25 anni».

E com’è che ha intrapreso la sua attività con i migranti? Ha fatto l’insegnante in precedenza?

«Più di due anni fa sono stata coinvolta dall’amica professoressa Anna Parini Majola come volontaria, per insegnare la lingua italiana ai ragazzi immigrati ospiti negli alberghi di Godiasco e di Salice Terme, pur non avendo mai esercitato la professione di insegnante. La maggior parte di loro erano analfabeti e comunque parlavano solo la loro lingua di origine oltre, pochissimi, inglese o francese.

A Salice abbiamo iniziato con soli due immigrati che tuttavia, in breve, sono aumentati anche se alcuni con una frequenza poco regolare. Abbiamo quindi deciso, autonomamente poiché nessuno sovrintendeva al nostro impegno, che era meglio dividerci i compiti: l’amica Anna a Godiasco ed io a Salice. Così organizzate abbiamo continuato l’esperienza, ma ad un certo punto qualcosa si è inceppato principalmente perché i ragazzi, stanchi di non avere notizie circa i permessi di soggiorno, erano desiderosi di trovare qualche lavoro per guadagnare un poco. D’altra parte spesso si riscontra in loro (ma purtroppo anche fra di noi italiani) una mentalità che non riesce a considerare la scuola come un investimento per un futuro migliore. Inoltre c’è da considerare che il loro “poket money” è di 2,5 euro giornalieri, cifra con la quale devono far fronte al pagamento di ticket per medicine, autobus, schedina telefonica per restare in contatto con le famiglie lontane. Anche la frequenza della scuola di Voghera che taluni desideravano (e desiderano) è una spesa insostenibile, fosse solo per il costo del pullman (in inverno fare in bicicletta la provinciale è estremamente pericoloso ed un giovane migrante ci è morto)».

Il vostro ruolo era ufficialmente riconosciuto?

«Noi due volontarie, appunto al di fuori di qualsiasi controllo e supervisione di chiunque, non possiamo dare alcun attestato di frequenza e tanto meno di profitto: necessita frequentare la scuola. A tutto questo si somma la considerazione che anche fra di loro ci sono i bravi, i meno bravi, i volenterosi e i fannulloni come in tutta l’umanità. La situazione era diventata ingestibile ed aggravata anche dal non poter disporre, né a Godiasco, né a Salice, di una stanza dove poter fare lezione senza prima dover sgombrare la “cattedra” da tazze da colazione, bicchieri e stoviglie varie. Una situazione di grande disagio quindi».

Si è mai chiesta se ne valesse la pena?

«No, abbandonare non mi è mai sembrato una buona soluzione. Alla fine ho deciso di concentrare il mio lavoro di volontaria con solo due allievi, a casa mia, per dar loro (e imporrre...) un impegno giornaliero di studio, facendoli uscire dal centro. Passato qualche mese, ho deciso, con mio marito, di seguirne solo uno in modo più approfondito: infatti l’altro aveva preferito cercare piccoli e provvisori lavori, anche per mandare qualche soldo a casa.

Da quel momento è iniziata l’avventura con Karamoko Fofana. Essendo solo uno abbiamo potuto aiutarlo in modo più stretto, anche economicamente, per frequentare la scuola CPIA in Voghera (autobus, qualche libro, cancelleria...) per conseguire la licenza media. Obbiettivo centrato con ottimi risultati dovuti per gran parte alla serietà e costanza nell’impegno di studio: risultato non facile per chi deve studiare materie mai conosciute e in una lingua ignorata fino a pochi mesi prima. Ha avuto modo di studiare italiano, matematica, geografia, un poco di storia italiana e, importante, la nostra Costituzione».

Come ha organizzato il metodo di studio?

«Le sue giornate passavano al mattino a casa mia a studiare, il pomeriggio a scuola e la sera a scrivere il suo diario con l’aiuto di mio marito, diario che desiderava inviare all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR) per partecipare al concorso DIMMI (Diari Multimediali Migranti). Grande la sua soddisfazione, e anche la nostra, quando questo settembre abbiamo appreso che si è classificato secondo e abbiamo saputo che il diario verrà pubblicato entro il prossimo anno».

Ha cercato anche di stimolare l’inserimento nella società salicese?

«Oltre a tutti questi impegni ha trovato anche il tempo per frequentare alcuni corsi con l’Unitre locale: canto, informatica, paleontologia, teatro. Abbiamo potuto constatare che è riuscito a guadagnarsi la stima di tutti responsabili ed allievi, tanto da essere invitato a partecipare alla trasferta in Liguria del gruppo teatrale recitando in una particina (vestito da carabiniere!). Ha anche svolto qualche attività “socialmente utile” per il nostro Comune. Un grande lavoro».

Le sono state vicine le istituzioni o ne ha avvertito la assenza?

«In tutto questo lavorìo di volontari e giovani migranti, ma anche del CPIA impegnato nel progetto delle 200 ore e dell’Unitre, non abbiamo avuto sentore di un intervento o semplice interesse da parte delle istituzioni, di nessun grado e livello; un vero peccato non aver avuto la possibilità di confrontarsi per essere più incisivi nell’insegnamento e nell’inserimento dei migranti nella nostra collettività. è anche un peccato che non sia stata valutata la opportunità di istituire uno SPRAR (Sistema pubblico per l’Accoglienza dei Richiedenti Asilo ndr) nel comune di Godiasco Salice Terme: avrebbe consentito, senza oneri per la popolazione, di avere meno immigrati e seguendoli in modo più accurato».

Mi diceva che il giovane Fofana è anche un bravo sarto…

«Nello scorso giugno, dopo il conseguimento della licenza media con ottime valutazioni, abbiamo pensato di fare un regalo a Fofana, a titolo di premio per il suo impegno: una macchina per cucire dato che nel suo diario aveva scritto di aver lavorato, nel suo paese, come sarto. è stata grande la nostra sorpresa nel vedere la maestria con la quale opera: è in grado di confezionare bei capi di vestiario femminili, zainetti e borse in stoffa, oltre a riparazioni di ogni tipo. Vista questa notevole capacità abbiamo pensato che sarebbe opportuno per lui dedicarsi a questa professione che pratica con vera passione e maestria. Stiamo ora cercando di capire l’inquadramento che le leggi vigenti richiedono ad un migrante non ancora in possesso di permesso di soggiorno definitivo (o di lungo periodo) per poter lavorare assolvendo anche agli obblighi fiscali».

Come pensa che tutto il suo lavoro venga influenzato dalle nuove norme riguardo i migranti?

«L’esigenza di capire il corretto inquadramento viene nel momento in cui sono emanate nuove norme per la permanenza dei migranti. Fofana è in Italia già da circa 20 mesi e non ha ancora avuto la possibilità di incontrare la commissione che delibera se come e quale permesso concedere. Ritengo che sarebbe veramente uno spreco di fatica e risorse economiche di noi volontari e di denaro pubblico (scuola CPIA e soggiorno) se dovesse essere rimandato nel suo Paese e un altrettanto grave spreco di opportunità per il nostro Paese. Privarsi di un giovane che ha attitudine e desiderio di lavorare, di formarsi una famiglia, di vivere in pace rispettando ed essendo rispettato: ci conviene, ce lo possiamo permettere?».

Un ultimo suo parere su come sia possibile avere una buona integrazione con i migranti?

«Forse necessiterebbe una maggiore presenza delle istituzioni, magari affiancati da volontari, per capire chi sono i migranti presenti sul nostro territorio. Per riuscire a mantenere la presenza non solo di coloro che sono tutelati da trattati internazionali in quanto rifugiati politici, ma anche (o soprattutto?) di coloro che desiderano farsi una vita di onesto lavoro, lontani da violenze, corruzioni, malattie».

Proprio una gran bella storia, tant’è che proprio in queste ore una compagnia teatrale di Milano ha contattato Fofana e stanno valutando come poterla raccontare e rappresentare a teatro.

 di Giacomo Lorenzo Botteri

Le associazioni animaliste Enpa, Lac, Lav, Lipu e Wwf in un comunicato si dicono "sgomente per l'ennesimo 'incidente' venatorio nell'anconetano di cui è rimasto vittima un bambino di dieci anni, ferito da numerosi pallini da caccia". Per questo "lanciano un forte appello al Parlamento e al governo affinché intervengano tempestivamente" e propongono una serie di interventi da inserire nel "Decreto Sicurezza", in votazione il 5 novembre al Senato.

Enpa, Lac, Lav, Lipu e WWF chiedono ai senatori di intervenire "vietando il coinvolgimento dei minori nell'attività venatoria; introducendo il divieto di sparare la domenica, giornata in cui famiglie e bambini frequentano campagne e boschi, ma anche prevedendo controlli adeguati sulle condizioni psico-fisiche dei cacciatori. I permessi per la detenzione di armi da caccia dovrebbero essere rinnovati non più ogni cinque anni - come stabilisce l'attuale normativa - ma ogni tre sino al compimento del 65mo anno d'età e con cadenza annuale fino al 75mo anno d'età. Al compimento del quale il cacciatore deve essere obbligato ad appendere la "doppietta" al chiodo".

"Chiediamo inoltre - proseguono Enpa, Lac, Lav, Lipu e WWF - che siano aumentate le distanze di sparo da abitazioni, luoghi di lavoro, strade e ferrovie, minacciati da armi sempre più potenti; che le carabine non siano affidate a giovani sotto i 25 anni; che i turisti siano liberi di godere le vacanze e dunque che anche nella caccia di selezione i fucili tacciano nei mesi primaverili ed estivi; che il mese di settembre, ormai alta stagione per l'economia basata sul turismo rurale, sia esente da ogni forma di spari".

Brambilla (FI), introdurre reato di omicidio venatorio. "Dato che questo governo afferma di aver a cuore la sicurezza dei cittadini, mandiamo in carcere chi uccide o ferisce una persona mentre caccia per divertimento. Ho appena depositato una proposta di legge per introdurre, sul modello dell'omicidio stradale, il reato di omicidio venatorio, con la fattispecie collegata di lesioni gravi o gravissime procurate durante l'esercizio della caccia, anche in forma non consentita". Lo ha detto la deputata di Forza Italia Michela Vittoria Brambilla, presidente del Movimento Animalista e della Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente, commentando il caso del bambino di Osimo (Ancona), colpito ieri da alcuni pallini da caccia. "Quando si tratta di caccia - aggiunge l'ex ministro - certe forze politiche fanno sconti, anche in tema di sicurezza. Siamo stanchi della sostanziale indifferenza, quando non si tratta di vera e propria connivenza con cui le autorità competenti, dalle Regioni ai ministeri, assistono allo stillicidio di morti e feriti, anche persone di minore età, provocate dalle doppiette dei cacciatori. E' ora di dire basta". "Allo scopo - prosegue Brambilla - non solo propongo di prevedere, a questo punto per legge, con un progetto che ho già scritto, il silenzio venatorio il sabato e la domenica, una stretta nelle concessioni delle licenze di porto d'armi per uso "sportivo" o di caccia insieme a controlli medici annuali, ma anche i reati di omicidio venatorio, lesioni gravissime e gravi. Chi spara nelle campagne e nei boschi e colpisce una persona dev'essere punito più gravemente di chi commette un "normale" omicidio colposo, proprio perché il cacciatore tiene legittimamente in mano un'arma letale. In analogia con l'omicidio stradale, la pena base ipotizzata è fino a 7 anni di reclusione. In aggiunta, sono previste numerose circostanze aggravanti".

L'ondata di maltempo ha provocato "la strage di circa 14 milioni di alberi compromettendo l'equilibrio ecologico ed ambientale di vaste aree montane e mettendo a rischio la stabilità idrogeologica". E' quanto stima la Coldiretti insieme a Federforeste nel sottolineare che ad essere abbattuti sono stati soprattutto faggi e abeti bianchi e rossi nei boschi dal Trentino all'Alto Adige, dal Veneto al Friuli, dove ci vorrà almeno un secolo per tornare alla normalità.

Nei boschi si trova una grande varietà di vegetali e una popolazione di mammiferi, uccelli e rettili che per il disastro è stata sconvolta, mentre - sottolinea la Coldiretti - la mancanza di copertura vegetale lascia il campo libero a frane e smottamenti in caso di forti piogge. In una situazione in cui "l'Italia importa circa l'80% del legno che consuma, al danno ambientale si aggiunge - continua la Coldiretti - quello economico con importanti ripercussioni sull'intera filiera del legno e la perdita di posti di lavoro, in aree spesso difficili.

Senza dimenticare - continua la Coldiretti - gli effetti paesaggistici e sul turismo con le attività legate alla raccolta dei frutti del bosco come i funghi in forte espansione".

Coldiretti rileva che in Italia "siamo di fronte all'inarrestabile avanzata della foresta che senza alcun controllo si è impossessata dei terreni incolti e domina ormai più di 1/3 della superficie nazionale con una densità che la rende però del tutto impenetrabile ai necessari interventi di manutenzione, difesa e sorveglianza. E' praticamente raddoppiata rispetto all'Unità d'Italia la superficie coperta da boschi che oggi interessa 10,9 milioni di ettari, ma, per effetto della chiusura delle aziende agricole, si trovano ora senza la presenza di un agricoltore che possa gestirli. Per difendere il bosco italiano - conclude la Coldiretti - occorre creare le condizioni affinché si contrasti l'allontanamento dalle campagne e si valorizzino quelle funzioni di sorveglianza, manutenzione e gestione del territorio svolte dagli imprenditori agricoli e dai consorzi forestali".

 Non è vero, come si tende a pensare, che i ricchi vivano molto più dei poveri. A sfatare il falso mito ci ha pensato uno studio dell'università di Copenhagen pubblicato dalla rivista Pnas, secondo cui la differenza di longevità è di circa due anni e mezzo. Gli autori hanno analizzato l'aspettativa di vita a 40 anni e le entrate dell'intera popolazione danese tra il 1983 e il 2013, applicando, a differenza di altri studi simili, un algoritmo che tiene conto della possibilità di cambiamento di status durante la vita, con i ricchi che diventano poveri e viceversa. Con questo accorgimento l'aspettativa per un uomo di 40 anni è risultata 77,6 anni se nel gruppo a più alto reddito, e di 75,2 in quello a più basso. Per le donne la differenza è risultata ancora minore, 2,2 anni. Studi precedenti, rilevano gli autori, hanno trovato differenze quasi doppie, ma senza tenere conto della 'mobilità'. "Lo studio - scrivono gli autori - ha anche dimostrato che negli ultimi 30 anni la differenza è aumentata, nonostante la Danimarca sia famosa per un ottimo sistema di welfare, che in teoria maschera le differenze di ceto".

Il 17% degli accessi in Pronto Soccorso a causa di intossicazione alcolica riguarda i giovanissimi, sotto i 14 anni, il cui organismo è ancora 'impreparato' a metabolizzare l'etanolo. A lanciare l'allarme un articolo a cura della Società italiana di alcologia (Sia), che mira a contribuire, attraverso l'adozione di linee guida, a diminuire malattie e morti collegate al 'binge drinking', l'assunzione di molto alcol in un breve lasso di tempo.
    Pubblicato sulla rivista Internal and Emergency Medicine, il lavoro è riportato sul portale dell'Istituto Superiore di Sanità (Iss) Epicentro.
    Secondo i dati, che elaborano quelli contenuti nel rapporto annuale del Ministero della Salute sull'utilizzo di alcol, il 15% dei quindicenni non si tira indietro di fronte al binge drinking. Eppure proprio questo rappresenta la causa più frequente di accesso al pronto soccorso tra i giovanissimi, ovvero l'1% di coloro che hanno fra 13 e 15 anni e il 2% tra 16 e 17 anni. 

L'effetto principale dell'assunzione di quantità eccessive di alcol (più di 5-6 drink) in poco tempo può provocare infatti un'intossicazione acuta che, in alcuni casi, può portare a insufficienza respiratoria, coma etilico e morte. "I giovanissimi - spiega Emanuele Scafato, direttore dell'Osservatorio nazionale alcol su Epicentro - sono i più esposti a tali rischi per l'immaturità delle capacità metaboliche dell'etanolo principalmente esercitate a livello epatico e che maturano nell'individuo adulto dopo i ventuno anni di età. Questo è il motivo per cui è più facile raggiungere una condizione di coma etilico con quantità di alcol decisamente inferiori a quelle ingerite da un adulto"

Internet è sempre meno libero, c'è un peggioramento sul fronte dei diritti e delle libertà della rete con il modello Cina sempre più diffuso anche in altri paesi. Lo dice l'ultimo rapporto dell'organizzazione non governativa Freedom House che evidenzia un aggravamento in buona parte dei 65 Paesi valutati.

Al vertice della nazioni con il maggior numero di violazioni si trova la Cina con un punteggio di 88 su 100, seguita da Iran (85/100) e Siria (83/100). Negli Stati Uniti, la libertà di internet è diminuita nel 2018 a causa dell'abrogazione della neutralità della rete. L'Italia viene considerata una nazione con un buon livello di libertà della rete: la valutazione è di 25 su 100. Secondo la Ong i governi stanno intensificando il controllo sui dati dei cittadini utilizzando normative formalmente introdotte per eliminare le fake news. La politica restrittiva cinese si è diffusa negli ultimi due anni con il governo che ha addestrato in questo senso i paesi dei mercati emergenti.

"Il tema chiaro in questo rapporto è che Internet viene sempre più utilizzato per distruggere le democrazie in contrasto con le dittature destabilizzanti", spiega Mike Abramowitz, presidente di Freedom House. "Propaganda e disinformazione - aggiunge - stanno sempre più avvelenando la sfera digitale, e autoritarismo e populisti usano la lotta contro le notizie false come pretesto per imprigionare giornalisti e critici dei social media".

Anche Torino, dopo Roma, dice "basta". Alcune centinaia di persone, circa 500, si sono radunate davanti alla Prefettura, nella centrale piazza Castello, per chiede una città "senza Appendino" tra bandiere sì Tav, vessilli olimpici e slogan contro l'amministrazione 5 Stelle. Una manifestazione spontanea, nata dal tam tam dei social sull'onda emotiva del no del Consiglio comunale alla Torino-Lione.
    A protestare sono soprattutto semplici cittadini. "A casa a casa, non sono capaci", "la sindaca a Dubai, quando serve non c'è mai", sono gli slogan scanditi sotto la pioggia. In piazza anche esponenti del mondo produttivo e della politica. "La sindaca sta dimostrano di non ascoltare una città in difficoltà.
    C'è scollamento tra le sue analisi e il sentimento dei torinesi", sostiene il capogruppo Pd, Stefano Lo Russo, presente col segretario metropolitano del partito, Mimmo Carretta. "Ogni occasione per sostenere la Tav e lo sviluppo è benvenuta", aggiungono Maurizio Marrone e Augusta Montaruli di FdI.
   

Lascia a scuola il figlio per oltre mezz'ora dopo l'orario d'uscita e, quando le maestre glielo fanno notare, non essendo la prima volta, invece di scusarsi insulta e sputa contro un'insegnante. E' accaduto in una scuola primaria nel Varesotto. "Non è la prima volta che accadeva arrivasse in ritardo, adesso intendo sporgere denuncia - ha spiegato la docente alla 'Prealpina' -. Non era neppure un alunno della mia classe, ma in quel momento stavo cercando d'aiutare una collega supplente che non poteva più trattenersi a scuola perché doveva prendere il treno per tornare a casa".
    Poiché i ritardi non erano una novità, "dopo esserci confrontate con la dirigenza scolastica, abbiamo ritenuto di dover affrontare la situazione", aggiunge la maestra. Prima i tentativi di contattare la donna, che non rispondeva al telefono poi i rimproveri della maestre con l'avvertimento che, alla prossima occasione,si sarebbero rivolte alla Polizia locale. Da qui la reazione della mamma davanti ad altri alunni con insulti e sputi.

  1. Primo piano
  2. Popolari