Sabato, 17 Novembre 2018
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Le Province, svuotate di senso ma soprattutto di fondi dopo la riforma Del Rio, sono oggi un oggetto misterioso, cui viene spesso richiesto di operare in condizioni che definire proibitive sarebbe generoso. «Chi ha riformato le Provincie probabilmente pensava che gli amministratori fossero come Gesù Cristo». A parlare è l’esperienza di Romano Gandini, tra il 1998 e il 2011 ex vicepresidente e assessore della Provincia di Pavia. Tredici anni e tre mandati: due con il presidente Beretta e uno con Poma. Gandini conosce bene i meccanismi della macchina amministrativa. Oggi si gode la pensione e dice che si limita «a leggere i giornali», ma e gli si chiede un parere sull’attualità del territorio non si tira indietro, così come non esita a spezzare una lancia nei confronti di chi si trova ad amministrare quella che oggi viene chiamata, con un nome che più generico non si può, “Area Vasta”.

Gandini, una delle principali accuse che vengono rivolte alla Provincia oggi è quella di lasciare le strade in condizioni pietose.

«Con la “riforma Del Rio” si è pensato che si potesse fare a meno delle Province, ma sono rimaste. Gli hanno solo tolto personale e soprattutto fondi consistenti. Quindi la Provincia si trova ad avere le stesse spese, soprattutto su strade e scuole, senza più fondi. Forse si pensava che gli amministratori potessero fare la moltiplicazione dei pani e dei pesci ma gli amministratori provinciali non sono Gesù Cristo. E quindi ci si trova nella situazione di vedere le strade provinciali in condizioni penose senza che il presidente Poma ne abbia responsabilità. Non è cattiva amministrazione, è mancanza di fondi.

Ci sono le tasse provinciali che sono l’imposta provinciale trascrizione autoveicoli e l’imposta sull’rc auto che tagliano le gambe: la Provincia di Pavia, come tutte le altre province, deve dare decine di milioni al governo.

E quindi non si possono fare gli appalti, non si può provvedere alle spese di messa in sicurezza della scuole, che potrebbero essere migliorate».

Le strade brutte rappresentano comunque un grave problema per il turismo in Oltrepo. Lei cosa ne pensa?

«Non solo le strade. Pensiamo ai ponti… la provincia non è in condizione di fare ponti nuovi e dovrebbe pensarci il governo. Per il ponte della Becca sono stati spesi tantissimi soldi, ma dopo aver speso milioni per tenerlo in piedi è tuttora a traffico limitato. I tir devono fare il giro da Spessa, che è più lungo, quindi con conseguente disagio economico e di tempo».

Ai “suoi tempi” in Provincia come funzionava?

«Le faccio notare questo: negli anni Novanta sono state trasferite, con la legge Bassanini, molte competenze alla Provincia. Pensiamo alle strade, alle scuole superiori, agli uffici del lavoro, al turismo, ai trasporti, alla pianificazione territoriale… noi abbiamo lavorato bene. Come abbiamo fatto a capirlo è semplice: dalle critiche. La Provincia critiche serie non ne aveva avute, sebbene ci fossero dei consiglieri di opposizione molto validi».

Lei di che cosa si occupava?

«Ho avuto come competenza principale, a parte i trasporti, che mi sembra funzionassero bene, la pianificazione territoriale: per la prima volta le Province si erano date il piano territoriale di coordinamento provinciale, che era il piano di indirizzi e prescrizioni che il comune doveva osservare per fare i loro strumenti urbanistici comunali. Attualmente si chiamano Pgt (paino governo del territorio). Tutti questi strumenti arrivavano poi in Provincia per la verifica di compatibilità con il piano territoriale provinciale. Questo era il mio compito, questo era quello che si faceva sotto la mia guida».

Lei è anche un bronese molto conosciuto. Come vede la sua città?

«Prima di tutto devo ricordare che io sono stato amministratore provinciale e per questo non ho influito sul percorso del comune di Broni… il Comune in questi anni ha la fortuna di avere queste logistiche che si sono concentrate sul territorio, quindi questo comporta un buon introito di oneri. Il comune bronese si può forse criticare tecnicamente per alcune cose, ma credo che politicamente stia operando abbastanza bene».

Cosa intende per critiche tecniche?

«Per esempio non ho capito l’utilità della rotatoria davanti alla cementifera. Ci tengo a dire che è esclusivamente una critica tecnica e non politica. La rotatoria è su una strada senza incroci, giustificata dal fatto di dare l’uscita ai pompieri: ma è stato messo anche un semaforo a chiamata, quindi o la rotatoria o il semaforo. Come automobilista non ne ho capito l’utilizzo».

Politicamente invece?

«Secondo me si sta facendo bene. Non ho critiche da muovere».

Il sindaco Riviezzi fa parte di una schiera di sindaci molto giovani. Come valuta le “nuove leve” della politica?

«Io sono molto vecchio e penso che il futuro sia dei giovani, quindi non posso pensarne che bene. Però i giovani devono imparare dall’esperienza dei vecchi, questo è importante. Non si inventa niente. Di positivo c’è che i giovani vengono eletti, ma devono tenere presente quello che hanno fatto i vecchi amministratori per non ripetere eventuali errori e per essere in condizione di migliorare la situazione e di operare bene».

Lei adesso cosa fa?

«Faccio il pensionato, mi limito a leggere i giornali».

di Elisa Ajelli

Vengono dall’Oltrepò due delle barbe italiane “migliori” del 2018. Lo ha certificato il concorso nazionale “La barba dell’anno” celebrando la vittoria di un vogherese, Matteo Vilmercati, mentre a Bruno Maggio di Broni è andato un premio speciale della giuria. Negli anni 60 e 70 simbolo di ribellione all’establishment dei genitori e dei colletti bianchi, per lungo tempo la barba è rimasta appannaggio di rockettari, bikers o artisti “maledetti”. Negli ultimi anni invece è diventata fenomeno di costume, reso trendy da movimenti come quello hipster che l’hanno definitivamente sdoganata e “normalizzata” presso il pubblico di massa.

Per i duri e puri che la portavano anche prima ha significato molte occhiatacce in meno, ma anche la perdita – o meglio, l’annacquamento – di una certa visione “romantica” dell’essere barbuti. Occhio però a non offenderli dando loro dei modaioli. «Per noi la barba è uno stile di vita, un’espressione della nostra personalità» spiega l’organizzatore della manifestazione Pasquale Ferraro.

«L’idea del concorso ci è venuta nel 2016, anno in cui organizzammo la prima edizione a Cosenza, dove vivevo all’epoca. Voleva essere una manifestazione di carattere più che altro regionale, invece ricevemmo iscrizioni da ogni parte d’Italia, qualcuno arrivò persino da Malta. In tutto ci furono 44 partecipanti. Quest’anno ci siamo spostati ad Asti perché insieme alla mia compagna, che organizza con me, ci siamo trasferiti».

Le richieste di partecipazione sono aumentate ancora, ma l’adesione alla manifestazione in sé è stata penalizzata «dal fatto che il 25 agosto, data dello svolgimento, il tempo è stato brutto». La kermesse ha carattere benefico, con il ricavato del costo iscrizioni (10 euro a persona) devoluto ad una struttura che si occupa del reinserimento in società di persone affette da sindrome di down. Ci si iscrive attraverso un modulo google apposito oppure attraverso la piattaforma web “Mania barba”.

La giuria di “specialisti” (il campione in carica Diego Bazoli, l’artista tatuatore Gigi Sciviero, il barbiere di Asti Alessandro Sesta, la pentatleta Gandolfo Francesca e gli organizzatori stessi Pasquale Ferraro e Elena Pucciariello) valuta poi in base ad alcune discriminanti come lucentezza, morbidezza, forma e stile generale. «La lunghezza in sé non è determinante e viene considerata solo in caso di parità di punteggio tra due concorrenti» spiega Ferraro.

«Logicamente c’è comunque una lunghezza minima richiesta che è di 4 centimetri partendo dal mento». Passando al vincitore del concorso e al premio speciale “della critica” scopriamo che sono oltrepadani doc. Il primo è vogherese, il secondo di Broni. Sono coetanei, oltreché amici…”per la barba”.

Matteo Vilmercati, 33 anni, è nato e vive a Voghera. Lavora come meccanico attrezzista a Castelnuovo Scrivia e si occupa della produzione e della commercializzazione di packaging plastici nel settore farmaceutico e cosmetico. Appassionato di calcio, gioca a calcetto e va a pescare appena può. Non è barbuto “da sempre”, ma madre natura gli ha donato una colorazione rossa e delle sfumature che lo rendono unico. è questa sua particolarità, insieme alla morbidezza della sua barba, ad aver convinto i giudici ad assegnargli il primo premio del concorso.

Come ti è venuto in mente di partecipare a “La barba dell’anno”?

«Diciamo che é stato un caso venire a conoscenza di questo concorso benefico. Chiacchierando con un amico anche lui “barbuto”, Bruno Maggio, è uscito il discorso, e sapendo che era a scopo benefico insieme abbiamo deciso di partecipare».

Quando hai iniziato a portare la barba?

«Non c’è una data precisa diciamo 2 o 3 anni fa, per quanto mi riguarda. Ho sempre ammirato quella degli altri finché, in accordo con la mia compagna anche lei amante della barba e ad un altro caro amico barbuto ho deciso di farla crescere e provare a coltivare questa passione su me stesso».

Ci sono molte correnti “filosofiche” dietro alla barba. Rocker, biker, hipster…tu ti identifichi in qualcuna di queste?

«Personalmente non mi identifico in nessuna di queste correnti, non ho una filosofia precisa sulla barba, penso che sia qualcosa di  unico e personale e che ognuno abbia il proprio stile».

Quanto tempo dedichi normalmente alla cura della tua barba? Utilizzi prodotti particolari?

«Il tempo che impiego normalmente per la cura della barba varia dai 20 minuti alla mezz’ora, dipende se devo lavarla o solo acconciarla. Quanto riguarda i prodotti, attualmente sto utilizzando il kit vinto al concorso, composto da balsami creme e oli specifici».

Bruno Maggio, anche lui 33 anni, fa l’autotrasportatore. è nato a Milano ma abita da sempre a Broni. Non si è classificato tra i primi tre al concorso, ma è stato premiato dalla giuria, una sorta di “premio tecnico” motivato dalla presenza scenica e dallo stile generale misto al portamento. Il riconoscimento è arrivato dai rappresentanti del borgo di Viatosto, e gli vale la possibilità di sfilare durante la parata del palio di Asti, un momento altrimenti riservato ed esclusivo dato l’elevato costo per partecipazione e costumi.

Bruno come hai deciso di partecipare al concorso?

«Conosco il concorso per amicizia con l’organizzatore, anche lui come me appassionato di Barbe. Essendo l’evento totalmente a scopo benefico ho partecipato per contribuire alla causa, assolutamente senza nessuna pretesa di vincere, solo per gioco e per passare del tempo con altri barbuti e divertirsi».

Da quanto tempo fai crescere la tua barba? C’è una filosofia dietro la barba lunga?

«La barba la porto da sempre, naturalmente a step di lunghezze diverse, sempre maggiori. Ora sono circa a 25-30 centimetri di lunghezza. Non credo ci sia una filosofia, ma una passione, che diventa quasi una droga. Chi prova a farla crescere una volta poi fatica a tornare indietro. Per me è praticamente impossibile pensare di tagliarla».

Oggi possiamo dire che è diventata anche trendy grazie soprattutto al movimento hipster. Tu ti identifichi in qualche corrente?

«Io sono un barbuto. Odio essere paragonato ad un hipster. C’è una grossa differenza, noi la barba la portiamo comunque, anche fuori dalle mode, ora c’è il boom delle barbe, ma prima o poi finirà e si vedrà chi lo fa per passione e chi per moda!»

Quanto tempo dedichi alla cura della barba e come te ne occupi? Usi prodotti particolari?

«Chi pensa che radersi ogni mattina sia impegnativo, dovrebbe provare a portare la barba! Più o meno ci si dedica almeno una ventina di minuti al giorno, usando prodotti specifici, che ora grazie alla moda e alla richiesta, si sono moltiplicati. Fino a qualche anno fa si usavano shampoo e balsamo per capelli. Ora abbiamo linee di prodotti tutti per noi. Quasi tutti costosi. Comunque mi sento di consigliare sempre di usare una buona maschera x capelli alla creatina».

di Christian Draghi

Casei Gerola e il suo zuccherificio: due realtà i cui destini si sono affiancati e a volte sovrapposti per molti decenni, fino agli sciagurati eventi avviatisi nel 2005. La lunga vicenda avrà definitivamente termine fra poco meno di due mesi. L’ipotizzata apertura di una centrale a biomasse, che avrebbe dovuto assorbire gli ultimi esodati ed essere operativa già oltre un anno fa, faceva perno su un’autorizzazione valida fino al termine del 2018: nessuno si è più curato di rendere ufficiale la parola fine sul progetto, ma è ormai chiaro a tutti da tempo che ogni possibilità è inequivocabilmente esaurita. Quella di Casei è una storia di scelte sbagliate, di annunci roboanti e di promesse puntualmente disattese. Tuttavia nessuna ingiustizia può cancellare ciò che rimane nella memoria delle migliaia di persone che si sono avvicendate in seno alla produzione e nell’indotto; vuoi come stagionali, vuoi come facenti parte dello ‘‘zoccolo duro’’ aziendale. Nel ricordo di quegli anni ruggenti, e nella speranza che simili, ingiuste sciagure non vengano più ad accadere ad altri lavoratori, abbiamo incontrato tre dipendenti storici dello zuccherificio. Si tratta di Angelo Remuzzi, Capo produzione e servizi; Patrizia Neve, Responsabile amministrativo; Sergio Torti, Responsabile dell’automazione e delle strumentazioni. Rispettivamente impiegati per 38, 30 e 37 anni in azienda. Tre punti di riferimento di quella che è stata, ma continua ad essere, una grande famiglia.

Come avete iniziato la vostra esperienza nello zuccherificio?

Angelo Remuzzi: «Ci siamo conosciuti giovani, e siamo ancora qua. Sempre giovani, almeno nello spirito! Noi, come tutti, abbiamo iniziato a lavorare come stagionali. Erano gli anni ’70. Finiti gli studi si faceva domanda, si iniziava con tre mesi di contratto durante la campagna… e ci si inseriva. La richiesta di manodopera era notevole, anzi c’era difficoltà a trovarne a sufficienza. Nel bacino di Casei Gerola e dintorni era quasi naturale entrare nello zuccherificio».

Cosa rappresentava lo zuccherificio per Casei?

Angelo Remuzzi: «Tutto. Casei è un paese ancora oggi a natura agricola, anche se il settore si è concentrato in poche aziende. All’epoca però c’era anche una forte prevalenza industriale, grazie allo zuccherificio, ma anche alla Biacor e all’industria dei laterizi. C’era anche il collegamento fra il mondo agricolo e quello industriale».

Patrizia Neve: «Molti figli di agricoltori venivano assunti durante le campagne dello zuccherificio, molti parenti dei dipendenti venivano a fare le stagioni nei campi. Era molto difficile trovare qualcuno che non avesse mai avuto a che fare con questa realtà».

Sergio Torti: «Il paese era in fermento quando iniziava la campagna: la nostra realtà era vista di buon occhio, anzi con grande favore».

Chi erano i lavoratori dello zuccherificio?

Patrizia Neve: «C’erano molte persone che arrivavano da lontano, trasfertisti, anche dal Veneto, e venivano a stare per un periodo nelle case delle famiglie di Casei. Venivano proprio accolti nel paese. Era anche da poco avvenuta la disastrosa alluvione del Polesine. Una famiglia veneta era venuta ad abitare da noi, e mia mamma aveva addirittura tenuto a battesimo il loro primo figlio. C’è subito stata una comunione tra noi e loro».

Sergio Torti: «L’azienda d’altra parte, come origine, era veneta: questa è la ragione ha portato qui molte persone di quella provenienza. A volte si sentiva parlare più il Veneto che l’Italiano in fabbrica...».

Angelo Remuzzi: «D’altra parte qui a Casei non c’era una cultura saccarifera, mentre in Veneto già esisteva. Questo ha creato una prima ricchezza nel paese. Anche come indotto, per le attività commerciali e artigianali».

Fra le caratteristiche interessanti di questa attività, è degna di nota la costruzione di abitazioni per i dipendenti, come facevano già da decenni i grandi gruppi industriali.

Patrizia Neve: «Avevano cominciato a costruire le villette per gli impiegati, e poi due palazzi per i dipendenti. Due condomini che sono ancora esistenti. Questa politica è continuata fino al 1985/1990, quando proprietari della società erano ancora i Montesi. In quegli anni c’è stata una grossa crisi finanziaria del gruppo, con alcune operazioni non andate a buon fine. Poi le abitazioni sono state dismesse e vendute ai privati».

Un primo momento di crisi, negli anni ’80. Ricorderete di quelle prime paure, poi rivissute vent’anni dopo.

Angelo Remuzzi: «Siamo andati in cassa fra dicembre e gennaio, ma la crisi era iniziata già dalla primavera. C’è stato un momento difficile sia per il mondo agricolo che per quello industriale. Si risolse con il commissariamento, secondo la legge Prodi. Era venuto come commissario un certo Marangon…».

Un altro veneto. Cosa fece?

Angelo Remuzzi: «Ha solo gestito, senza fare investimenti. Sono stati azzerati i debiti fino alla vendita del gruppo a una nuova società, che si chiamava ISI - Industria Saccarifera Italiana. Era il 1986. Il nuovo gruppo subentrato ha poi iniziato a fare investimenti sullo stabilimento».

Quali sono gli anni che ricordate con più piacere?

Sergio Torti: «Io mi ricordo quando lavoravamo 12 ore al giorno per 7 giorni, e anche gli stipendi erano ottimi».

Angelo Remuzzi: «Dal ‘53 all’85 la fabbrica, anche nonostante il potenziamento nel ‘72, era rimasta piccola. È stato allora che è iniziata la crescita esponenziale continuata fino al 2003, quando c’è stato l’ultimo potenziamento e sono stati investiti 26 milioni di euro. Tre quarti di fabbrica sono stati rifatti come nuovi. Un periodo formidabile che sarebbe potuto continuare. Invece dopo tre anni è arrivata la chiusura».

Sapreste dirmi quante persone erano coinvolte nell’universo dello zuccherificio?

Patrizia Neve: «Nelle ultime campagne erano coinvolte 2100 aziende agricole, con 17.100 ettari di colture. Provenienti da Piemonte e Lombardia: provincie di Pavia, Alessandria, Asti, Novara, Vercelli e Torino. Come lavoratori, nell’ultima campagna del 2005 eravamo in cento stabili fra impiegati e operai, a cui si aggiungevano 179 avventizi. Dal ‘99 al 2002 eravamo mediamente, come lavoratori stabili, fra impiegati e operati, sempre intorno ai 100».

Angelo Remuzzi: «In passato, quando c’era meno meccanizzazione, si arrivava anche a 350/400 avventizi».

Come siete venuti a sapere, nel 2005, che rischiavate di perdere il posto di lavoro?

Sergio Torti: «Io ero nel comune nel mio paese, Molino; stavamo presentando un libro del cognato di Marcellino Gavio. Lui stesso era presente. A un certo punto mi disse: il tuo presidente oggi è in America, ma a fine anno chiudono tutto.

Era l’ottobre del 2005».

Patrizia Neve: «Quell’anno però c’era stata, prima della campagna bieticola, una riunione che si era svolta nel piazzale, con tutti i sindaci. Era nel periodo di presemina, verso aprile. In quell’occasione la proprietà ci aveva chiesto di potenziare al massimo il comprensorio agricolo per aumentare la produzione. Ci sembrava un po’ strano. Quell’anno andava bene anche un fazzoletto di terra, purché fosse messo in produzione».

Perché?

Angelo Remuzzi: «In seguito abbiamo scoperto che l’OCM zucchero (ovvero gli obiettivi della politica agricola della Comunità Europea, ndr) prevedeva un certo rimborso per l’impresa, in caso di chiusura, la cui entità era basata sulla quantità di zucchero prodotto l’anno prima».

Patrizia Neve: «Dovevamo sottoscrivere il massimo numero di contratti possibile per aumentare gli ettari coltivati a barbabietole. Ad ogni ettaro corrispondeva del saccarosio assegnato all’agricoltore. L’OCM prevedeva che, per ogni stabilimento destinato a chiudere, la società avrebbe ottenuto un contributo, in proporzione al saccarosio al quale rinunciava. Per cui più saccarosio avevi sottoscritto per la campagna 2005, più denaro ti sarebbe stato dato nel 2006 quando avresti chiuso lo stabilimento».

Sergio Torti: «Era da un paio d’anni che si parlava dell’OCM zucchero. Ma a livello politico e della proprietà tutti tranquillizzavano sulla realtà di Casei Gerola, la cui permanenza non era mai stata messa in discussione».

Quale destino hanno vissuto i lavoratori, nelle immediate adiacenze di quel fatidico 14 febbraio?

Sergio Torti: «Dopo che è stata decretata la chiusura c’è stata da subito la cassa integrazione a rotazione».

Patrizia Neve: «Alcuni hanno firmato e se ne sono andati subito. Per un periodo ci è stata data la possibilità di rimanere in servizio per vendere gli zuccheri stoccati, anche in tre depositi esterni, a Melzo, Sarmato e Rivoli, dove sono state smistate alcune maestranze di Casei».

Avete continuato a sperare in un esito diverso, per un certo periodo?

Patrizia Neve: «Si parlava di riconversione. All’inizio di una distilleria a bioetanolo. Anche per questo il più dei dipendenti era rimasto lì. Si sperava nella riconversione. La legge 81/2006, infatti, prevedeva la chiusura e la riconversione. Nel 2009 la speranza è finita».

Sergio Torti: «Tra il 2006 e il 2008 abbiamo smontato gli impianti all’avanguardia di Casei e li abbiamo rimontato a Pontelongo, in provincia di Padova, dove sono tuttora funzionanti. Ricordo che ero arrabbiatissimo, non volevo andarci, ma alla fine sono stato contento anche di quell’esperienza. Mi sono trovato bene e ho anche conosciuto tanti nuovi amici. Ma smontare l’impianto e portarlo via era una cosa che ci faceva arrabbiare…».

Angelo Remuzzi: «In pratica siamo usciti dallo zuccherificio a giugno 2009. L’area è stata per noi inaccessibile da allora».

Quando è stata messa la pietra tombale, secondo voi?

Sergio Torti: «Era già tutto deciso almeno dall’autunno del 2005».

Angelo Remuzzi: «Le chiusure degli altri stabilimenti sono avvenute a fine 2005. Quella di Casei è arrivata il 14 febbraio 2006, per San Valentino. È stata tenuta in bilico fino alla fine. Potevamo resistere anche all’OCM zucchero, perché lo stabilimento produceva uno zucchero di primissima qualità. Fra i più importanti clienti c’erano Ferrero, Coca Cola. Vendevamo zucchero anche all’estero. All’industria farmaceutica. Casei poteva contare su un comprensorio ampio e su macchinari all’avanguardia. Lo zucchero si vendeva. Non c’erano le condizioni per chiudere questo stabilimento».

Patrizia Neve: «Anche gli agricoltori avevano investito in macchinari, e hanno subito una bella fregatura».

Il clima è stato sempre molto familiare, anche nel momento di maggiore difficoltà…

Patrizia Neve: «Per noi non era soltanto un posto di lavoro. Era anche un luogo di aggregazione. A Casei tutte le persone sono sempre state accolte benissimo, e anche noi siamo stati accolti bene quando abbiamo avuto a che fare con altre situazioni. Era un po’ tutto il mondo saccarifero che funzionava in questo modo. Ricordo un aneddoto. Quando la proprietà si era accorta che il gruppo di Casei era così unito, aveva pensato di rompere un po’ questo schema. Anche se lo stabilimento andava bene. Giunse qui un direttore con questo compito. Ma alla fine abbiamo finto noi! Quel direttore, quando andò via, ebbe a dire: sono arrivato qui come conquistatore e sono rimasto conquistato».

Un legame, quello fra voi dipendenti, che si è manifestato nella sua massima espressione durante il periodo delle proteste.

Angelo Remuzzi: «C’è stato davvero un momento di grande unione. Ci sono stati i picchetti, il blocco dell’autostrada nel 2006, prima ancora che dichiarassero la chiusura. Era il periodo delle Olimpiadi Invernali a Torino. Si era riunito qui il Consiglio Provinciale. In quella fase tutte le realtà locali erano partecipi. Tutte le operazioni si sono svolte in sicurezza, anche con la collaborazione delle istituzioni. Non ci hanno osteggiato, ma non abbiamo nemmeno mai pensato né messo in essere atti pericolosi».

Un presidio di voi lavoratori è rimasto a Voghera, nella centralissima via Emilia, ancora per qualche anno…

Patrizia Neve: «C’era un appartamento di proprietà di Finbieticola, che era usato in precedenza come sede dell’Associazione Nazionale Bieticoltori. Anche i dipendenti dell’Associazione erano stati lasciati a casa, e quindi ci eravamo sistemati li. La sede formalmente è rimasta attiva fino a due anni fa, perché era ancora in atto il discorso della riconversione e quindi era rimasto come punto di riferimento. Mi pare che lo striscione sia ancora lì, appeso al balcone».

Riconversione che avrebbe dovuto essere già operativa da oltre un anno, se tutto fosse andato come previsto. Ormai anche questo è il passato.

Sergio Torti: «Dopo che è venuta meno l’ipotesi della produzione di bioetanolo, si era pensato di ripartire con la coltivazione del sorgo. Si sono fatti tre anni di sperimentazione in collaborazione con l’Università di Piacenza, ma sembra proprio che sia stato tutto annullato. Finbieticola ha passato la mano alla società Enel Green Power, ma anche questo non ha portato a niente».

Torniamo a parlare di argomenti più leggeri. Raccontatemi il clima che si respirava in azienda…

Patrizia Neve: «Parlo da donna, e devo precisare che fra i dipendenti fissi eravamo soltanto due donne. I restanti novantotto erano uomini. La cosa divertente delle campagne era il momento delle assunzioni. Tutti gli anni c’erano le ‘‘new entry’’ e i miei colleghi si ringalluzzivano... perché c’erano tante ragazze, studentesse universitarie. Si assisteva a vere e proprie passerelle al timbro del cartellino! Le amicizie, ogni anno, si allargavano. Ci sono stati tanti matrimoni fra i dipendenti; anche qualche separazione. Sono tanti i ‘‘figli dello zuccherificio’’. A gennaio finiva il periodo di maggiore impegno in azienda, e il caso vuole che i figli dei dipendenti nascevano tutti da settembre in avanti… è una statistica!».

Sergio Torti: «Quando c’era un problema tecnico in stabilimento non ci si chiedeva nemmeno se fosse il caso di fermarsi a fare lo straordinario: era istintivo l’aiutare il collega. Non c’era bisogno di chiedere… chi era in turno nel momento del bisogno si fermava a lavorare, e chi era a casa arrivava a dare una mano».

Patrizia Neve: «Nel 2004 ci fu quel black-out generale in tutta Italia. Un collega mi chiamò dallo stabilimento alle tre di notte sul cellulare… ‘‘Siamo in emergenza’’. Uscii subito di casa, percorsi quei due chilometri che mi separavano da casa… e trovai la vita: erano già tutti lì. Era impressionante».

Vi incontrate ancora, in alcune occasioni?

Sergio Torti: «Certo. Per esempio, una tradizione è quella di farci gli auguri tutti insieme per Natale, di organizzare una cena tutti assieme. Un gruppo è rimasto. A queste riunioni partecipa anche il nostro direttore storico, che ha ricoperto questo incarico dal 1978 al 1998: Francesco Zocca».

«Era la persona più umana che potessimo immaginare. A Natale partiva da casa e andava a fare gli auguri alle guardie… è lui che ha creato il gruppo e ci ha cresciuti. Noi abbiamo iniziato tutti da operai. Quando è arrivato eravamo già all’interno dello stabilimento, lui ha fatto crescere le risorse interne. La sua umanità era formidabile».

Quando vi capita di passare davanti all’area dell’ex zuccherificio, quali emozioni vi affiorano?

Patrizia Neve: «Solo rabbia.»

Sergio Torti: «Io guardo sempre la finestra del mio ufficio…».

Angelo Remuzzi: «Io, quando passo di lì, cerco i riferimenti. C’è ancora qualche traccia, e ripenso a come era la fabbrica».

Come si presenta oggi l’area dove sorgeva lo zuccherificio?

Sergio Torti: «L’area è stata bonificata. Restano solo la palazzina degli uffici e l’ex villa del direttore. Il resto è stato tutto abbattuto, e la natura sta riprendendo possesso dell’area».

Cosa è cambiata Casei Gerola con il venir meno di questa attività?

Angelo Remuzzi: «Il paese è un po’ morto. Oggi a Casei non abbiamo più i giornali, dato che non esiste un’edicola. All’epoca dello zuccherificio, invece…».

Sergio Torti: «Prima delle 6 del mattino passavano dal paese 70/80 persone per fare colazione prima dell’inizio del turno. Dopo le 6, altri 70/80 che si fermavano a fare colazione dopo aver smontato. I camionisti, poi, erano in numero impressionante».

Patrizia Neve: «Avevamo 450 camion in transito al giorno. I trasportatori facevano colazione, pranzavano, si fermavano qualche ora. Chiudendo lo zuccherificio ha un po’ chiuso anche il paese».

di Pier Luigi Feltri

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