Sabato, 21 Ottobre 2017
Articoli filtrati per data: Mercoledì, 09 Agosto 2017

"Egregio Direttore, Domenica ero a San Ponzo, c’era la XIV fiera della razza bovina varzese, tanta gente, molti bambini, tutti erano felici e contenti, poi all’improvviso un gruppetto di 7 o 8 persone ha iniziato ad insultare tutti, ad urlare parolacce, dimenticandosi che erano presenti dei bambini.

Tra i tantissimi presenti , tutti , ma proprio tutti , hanno considerato questo intervento fuori luogo, anch’io la penso così, non entro nel merito delle idee degli animalisti o degli anti-animalisti, ma non concordo sul modo di esprimerle, un modo facinoroso, maleducato e violento.

Quanto capitato a San Ponzo è lo spaccato di una cultura divisa tra chi è legato alla terra e la conosce, e chi la sogna diversa senza mai averla vissuta. Sì, perché sono proprio i contadini e gli allevatori ad amare di più la terra ed i loro animali. Senza animali domestici non avremmo agricoltura e non ci saremmo evoluti socialmente.

In pochi sanno quanta cura, apprensione, dedizione stanno dietro all'allevamento di un solo capo di bestiame e quanto questo sia elemento di un ciclo naturale. Dove c'è un allevamento, c'è tutela del territorio e del paesaggio, dove ci sono stalle non ci sono fabbriche e palazzi, e dove ci sono animali c'è qualcuno che, anche per il nostro bene, sta portando avanti conoscenze, mestieri e tradizioni secolari.

Lo sparuto gruppo di animalisti armati di megafono ed urlanti probabilmente ha voluto sfogare  frustrazione sicuramente originata ben lontano dalla tavola, forse non hanno capito che è arrivato il momento di abbassare i toni. E la voce. Anche e soprattutto quando si è ospiti, o si è convinti di avere un superiore senso della giustizia. Domenica questi 7 o 8 facinorosi, non hanno fatto un favore agli animali ed al loro movimento, a mio giudizio lo hanno danneggiato, certamente hanno rovinato una bella manifestazione. Ho visto gli animi scaldarsi, la prossima volta, mi spiacerebbe vedere che dagli insulti si passasse ai fatti, non sarebbe edificante"  

Carlo Roveda - Voghera  

 

Cosa rende così speciale l’acqua tonica? È il chinino, che in realtà è un farmaco miracoloso. È noto per curare la malaria, aiutare la digestione, il trattamento di crampi notturni alle gambe, e rimediare a parassiti intestinali e protozoi.

Il Chinino è estratto dalla corteccia dell’albero di china, pianta di origine Sud Americana.

Possiamo contare fino a 40 specie di china che vanno dai piccoli arbusti sempreverdi ad alberi ad alto fusto.

La leggenda narra che nel XVII secolo (1638) la contessa Ana de Osorio Chinchón, moglie del viceré del Perù, Luis Jerónimo de Cabrera, malata di una misteriosa febbre molto alta, venne curata con rimedi tradizionali indigeni ottenuti lavorando la corteccia di un albero; “il nome” deriva dalla contessa di Chinchon.

Ben presto invase il mercato europeo come una cura per la malaria, febbre, indigestione e le malattie della gola. Per quasi 100 anni il chinino veniva usato come un farmaco.

Nel 1825, la British East India Company in India iniziò a mescolare il loro tonico di chinino con il gin per renderlo più appetibile. Nasce così il gin and tonic!

Presto una società britannica brevettò la ricetta della tonic water.

Agli inizi si conosceva un solo modo di utilizzare il chinino: prima veniva lavata la corteccia dell’ albero di china e asciugata, poi polverizzata e miscelata all’ acqua; nel 1820, due scienziati, Pelletier e Caventou, isolarono il chinino dalla corteccia, capirono come estrarre alcaloide chinina dal legno senza alcun effetto collaterale. La domanda per il chinino raffinato crebbe e prosperò. Ma a metà del 19° secolo, gli esploratori britannici e olandesi contrabbandarono i semi di chinino dall’America Latina per poi piantare alberi in Cina, India, Ceylon, nella speranza di prendere una presa sul mercato. Nessuno di questi alberi andò bene poiché non produsse un alto grado di chinina. Ma gli olandesi non si arresero e ancora una volta contrabbandarono i semi questa volta da Java e Bolivia. Questi alberi andavano molto meglio e fornirono esattamente ciò che gli olandesi speravano, gli alberi in Cina avevano un alto grado di chinina. Gli olandesi monopolizzarono rapidamente la produzione di chinino e nel 1918 avevano il controllo totale della fornitura nel mondo intero.

La nota positiva è che oggigiorno non si ha bisogno di bere acqua tonica per allontanare le matattie tropicali; questa bevanda oggi è costituita da pochissimo chinino, quanto basta da renderlo gradevole al gusto.

Se si volesse combattere i sintomi della malaria con l’acqua tonica moderna, dovreste bere l’equivalente di dieci gin tonic al giorno.

Un sacco di gente pensa che l’acqua tonica non ha calorie e zucchero, ma l’acqua tonica è come qualsiasi altra soda e ha un alto contenuto di zucchero, proprio come una Coca o una Sprite.

 

Ultimo caso di malasanità: chiama il centralino del 118, ma per lunghi e interminabili minuti non risponde nessuno. La risposta arriva quando è troppo tardi. A raccontare in prima persona questo scandaloso caso è Valentina Ruggiu, giornalista di Repubblica.  Racconta gli ultimi drammatici minuti di vita di suo padre e la sua disperazione e impotenza nel non poterlo soccorrere perché al centralino del 118 non risponde nessuno. Anzi, la risposta c’è ed è di una cordiale voce registrata che in italiano, inglese e spagnolo ripete “Rimanga in attesa”.  Ecco la sua drammatica testimonianza.

Chiama il 118 e non risponde nessuno

«Il telefono è tra orecchio e spalla, mentre con tutta la forza cerco di sollevare mio padre che è mezzo steso a terra, una gamba piegata sotto l’addome, l’altra tesa indietro. Respira, si lamenta e dal viso scendono a terra gocce di sangue. “Rimanga in attesa”. Dentro di me sono convinta di poterlo rialzare, ma il solo sforzo per impedirgli di scivolare ancora è enorme, soprattutto per me che sono uno scricciolo e lui un omone. Gli dico che gli voglio bene, che andrà tutto bene e che arriverà presto qualcuno ad aiutarci». Alla prima chiamata ne seguono altre, tutte senza alcun esito. La terza chiamata avviene alle 3.19 a due minuti dalla prima. «Nel frattempo – racconta la giornalista di Repubblica – arrivano mio fratello e la compagna. “Rimanga in attesa “. Lo sollevano, lo poggiano sul letto e vedo mio padre che si sta spegnendo. La chiamata è ancora aperta, sotto le grida di mia madre sento la voce registrata: “Rimanga in attesa”. Non so cosa fare, vorrei solo un’ambulanza, qualcuno che ci aiuti. Urlo contro la voce registrata. Prendo una spugnetta bagnata e gliela passo sul viso, provo a mettergli qualche goccia d’acqua in bocca. Poi il dubbio: “Forse non dovevo farlo, forse non può ingoiare. E se soffoca?”. Ma a suggerirmi cosa fare non c’è nessuno, al telefono ho solo la voce di donna. Mio fratello nel frattempo va in cerca di un’ambulanza al pronto soccorso di Albano Laziale, il paese in provincia di Roma in cui ci siamo trasferiti per fuggire dal caos della Capitale. La cosa buffa è che da casa mia si può quasi vedere nelle camere per la degenza perché abitiamo nella via proprio sotto l’entrata principale della struttura. In totale ci separano 300 metri, praticamente un minuto di macchina. Mio fratello però torna a mani vuote, dal pronto soccorso dicono che “non hanno ambulanze a disposizione al momento”».

L’attesa e la disperazione

Disperata la giornalista corre fuori a cercare aiuto. «Intanto, alle 3:26 parte un’altra chiamata al 118 dal telefono della ragazza di mio fratello. La sua attesa si aggiunge alla mia. Poi, d’improvviso la vocina dal mio smartphone si interrompe, mi rispondono. All’operatore dico dove abito, gli spiego del rumore tremendo che mi ha svegliata e di come ho trovato mio padre. Gli dico che è ancora vivo, ma che sta per morire. Gliel’ho visto in faccia. Serve un’ambulanza urgentemente. Mi dice “Ok, trasferisco la chiamata alla centralina del 118 più vicina a lei”. E anche qui la beffa, uno dei punti da cui partono è a pochi minuti da casa. Ritorno in attesa, di nuovo la voce cordiale di donna». Al telefono della vicina risponde un altro operatore, anche in questa volta la giornalista di Repubblica gli spiega tutto di nuovo nei minimi dettagli: «Mollo il telefono con la chiamata aperta alla vicina, le dico di non riagganciare e di ripetere cosa ho detto io casomai qualcuno dovesse rispondere. Corro in mezzo alla strada e comincio a urlare aiuto. Anche la vicina urla, vede un uomo uscire dalla casa di fronte. Lo raggiungo gli dico di entrare in casa mia, che deve correre perché papà sta morendo e il 118 non risponde e devo portarlo al pronto soccorso. “Rimanga in attesa”, continua la voce dal telefono della mia vicina. Quella del mio cellulare si è zittita, non so se ho riagganciato io o lo hanno fatto loro. Continuo a urlare ed esce un altro uomo. Imploro aiuto anche a lui mentre alla vicina il numero per l’emergenza sanitaria riaggancia il telefono. L’attesa è finita, ma in tutti i sensi: papà è morto. Alle 3:34 e alle 3:36 mi chiama un numero privato: “Signora se la vuole ancora, le mando un’ambulanza”. Volevo aiuto e ho avuto solo una voce registrata. L’autopsia forse dirà che si è trattato di un ictus o di un’ischemia, in ogni caso darà una spiegazione a quel tonfo che ho sentito. Forse però non saprò mai perché ho atteso così tanto una risposta…».

La morte

Al dramma della morte si aggiunge la disperazione causata dall’impotenza di veder morire qualcuno a noi caro e non potergli prestare aiuto. «Per mio padre forse non avrebbero potuto fare nulla, ma una voce umana mi avrebbe almeno aiutata, guidata, supportata. Ho dovuto caricare mio padre in macchina. Mio fratello ha dovuto guidare con le gambe tremolanti. Alle 3:34 o alle 3:36, quell’ambulanza a noi non serviva più. Eravamo già al pronto soccorso, qualche minuto più tardi ci hanno ufficializzato la morte. Mio padre si chiamava Gianfranco e faceva il cameriere, era un uomo devoto al suo lavoro. Un padre e un marito con i suoi pregi e i suoi difetti. E questo racconto è perché nessun altro padre, marito o figlio, nessun altro amico o cugino, possa morire con una voce che ti dica “Rimanga in attesa”».

 

Un gesto di dubbio gusto, per quanto fosse supportato da un pensiero personale legittimo in quanto tale. Renzo Ulivieri, presidente dell'Associazione Allenatori, non condivide il modo di fare politica del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e non ha perso l'occasione per sottolinearlo tramite i propri canali social. Farsi ritrarre mentre rivolge il dito medio alla Trump Tower di Chicago, però, non è parsa l'idea migliore ai più, come dimostrano le tante critiche, perché Ulivieri si è sempre definito comunista, ma è anche il vicepresidente della Figc, la Federazione Italiana Giuoco Calcio. Italiana, cioè di tutti, anche di  chi non è di sinistra.

Ecco perché quel dito medio all’indirizzo di Donald Trump, con alle spalle il palazzo del presidente americano, non fa onore né a Renzo Ulivieri né ai vertici del calcio italiano, come molti gli hanno fatto notare sulla sua pagina Fb, dove l’ex allenatore italiano, da sempre uomo di sinistra con tanto di battaglie pubbliche, ha postato quella foto apparsa a tutti emblematica.

Immediatamente la Gazzetta dello Sport ha sollevato il caso: “Sulla sua pagina Facebook, Ulivieri ha postato una foto (poi rimossa in serata) con un gestaccio rivolto alla scritta Trump che compare sul grattacielo alle sue spalle e con un messaggio a corredo: “Già che c’ero…”.

L‘immagine ha subito suscitato scalpore, soprattutto per il ruolo istituzionale ricoperto da Ulivieri. “Non ti fa per niente onore”, “Hai una carica istituzionale”, tra i commenti più gettonati. La bufera su Renzo Olivieri non si è ancora placata anche se l’allenatore ha tolto la foto e nessuno, ai vertici della Figc, s’è posto il problema di chiederne le dimissioni. Il tecnico toscano, presidente degli allenatori italiani, è stato iscritto al Partito Comunista Italiano negli anni Sessanta, consigliere comunale ed assessore, confluisce negli anni novanta nei Democratici di Sinistra, per poi aderire alla fine negli anni duemila prima al Partito Democratico e poi a Sinistra Ecologia Libertà. Il 31 marzo 2010 è diventato il nuovo coordinatore locale di SEL nel comune natale di San Miniato. Nel dicembre del 2012, Olivieri si è presentato in Toscana alle primarie di Sinistra Ecologia Libertà, indette per la selezione dei candidati al Parlamento italiano in vista delle elezioni politiche del 2013.

 

"A pochi giorni dalla notizia di Paolo cui è stato rifiutato un lavoro per il colore della sua pelle, un altro episodio di razzismo vede protagonista un commerciante torinese e Chiara, una ragazza 'colpevole' di essere fidanzata con un nigeriano. Colpa ancora più grave, agli occhi del titolare del negozio di musica alla ricerca di una commessa, quella di aver sbandierato la relazione nei propri profili social". A denunciare la discriminazione è la Filcams Cgil in una nota.

"Durissima, e arrabbiata, la reazione di Chiara, che impulsivamente ha risposto al commerciante dandogli del razzista, oltre che a riprenderlo per essersi permesso di indicare cosa era o meno conveniente fare per trovare lavoro", prosegue la nota.

"Come per Paolo, che si è visto rifiutare l’assunzione (dopo averla concordata al telefono) in modo meschino, anche Chiara è stata “scaricata” dal potenziale datore di lavoro con un messaggio in chat, strumento cui troppo spesso si ricorre per paura forse di affrontare personalmente, guardando l’interlocutore negli occhi, questioni delicate come il rifiuto di un posto tanto atteso. “Non posso affidare la cassa di un negozio a chi divide la sua vita con un africano” ha scritto il commerciante, troncando poi la conversazione con un tranciante “passo e chiudo”", riporta ancora il sindacato.

"Le reazioni, in rete, non si sono fatte attendere, da parte di chi si è sentito in dovere di prendere posizione di fronte all’ennesimo episodio di razzismo. Troppo spesso, e sempre più frequentemente, i datori di lavoro ricorrono allo strumento della “chat”, segno forse dell’incapacità di relazionarsi direttamente con i propri dipendenti, temendo di non saper gestire emotivamente la reazione dell’interlocutore di fronte alla delusione, al rifiuto, allo sfumare di un piccolo sogno come può essere proprio quello di trovare finalmente un lavoro", dice la Filcams.

"Se quotidianamente assistiamo a prese di posizione razziste da diverse parti politiche – dice Cristian Sesena, segretario nazionale Filcams Cgil – puntualmente rilanciate e amplificate da media e social, è chiaro che episodi come quelli di Cervia o quest'ultimo di Torino sono destinati a moltiplicarsi. Le discriminazioni proliferano laddove si sacrifica la logica all'istinto, laddove una società spaventata viene costantemente e ad arte popolata di comodi nemici e facili bersagli cui dare il volto e il nome di quella stessa paura. È chiaro che il mondo del lavoro, nel suo attuale stato di fragilità e decomposizione, può diventare brodo di coltura per casi come quelli di Paolo e Chiara”.

“È nostro preciso dovere come sindacato – conclude Sesena – contrapporre a questo rischio di deriva un'idea diversa di comunità basata sul rispetto della diversità, sulla accoglienza e sulla solidarietà”.

 

Anticipi o saldi svaniti nel nulla, kilometri 'scalati' sugli usati, garanzie sui prodotti non applicate o inesistenti, saloni di vendita che spariscono dalla sera alla mattina senza lasciare traccia, o che non hanno mai avuto una sede fisica (grazie al web). Proliferano le truffe e i comportamenti disonesti, spesso penalmente rilevanti, nei confronti di chi acquista un autoveicolo. L'ultima in ordine di tempo è la clamorosa truffa di un commerciante di auto nel quartiere di Dergano (MI), che dopo aver venduto su un sito specializzato in compravendite le stesse auto a più clienti, a fine luglio ha chiuso le serrande nel giro di una notte sparendo con il denaro.

Interviene sul tema il presidente di Federauto, Filippo Pavan Bernacchi, che rappresenta i concessionari di autoveicoli di tutti i brand commercializzati in Italia: "In realtà questa truffa tanto clamorosa non è, perché le cronache nazionali sono piene di casi del genere. E a farne le spese sono gli acquirenti, ma anche noi concessionari. Negli articoli, ma anche nei vari TG e in programmi come Mi Manda Rai 3 e Striscia la Notizia, si fa quasi sempre riferimento al commerciante come a un 'concessionario' ma, anche in questo caso, non è così".

Un altro caso recente, che ha portato all’arresto di tre persone, è quello di una banda specializzata nelle cosiddette truffe online articolata su più livelli. Il primo era formato dai soggetti intestatari delle carte di credito su cui i clienti versavano il denaro. Il secondo da chi cercava sui siti internet gli annunci più invitanti e li clonava, copiando testo e immagini. Il terzo da chi si occupava di incassare la somma richiesta come caparra per il bene in vendita, spesso ritirata dagli sportelli bancari anche in meno di un quarto d’ora per poi cancellare l’annuncio dal sito e sparire nel nulla.

Aggiunge Pavan Bernacchi: "Mai come adesso i consumatori devono fare attenzione nella scelta del fornitore. I concessionari sono gli unici rappresentati delle Case automobilistiche sui territori. Non fidatevi però della denominazione 'concessionaria' riportata nei siti, anche famosi, dedicati alla vendita della auto usate. Infatti anche quei portali alimentano confusione mettendo sotto la voce 'concessionari' tutti i soggetti che vendono autoveicoli, e quindi anche i salonisti non legati ad alcun marchio, e quindi senza supervisioni e controlli. Un bel pasticcio.

L’unico vero modo per difendersi è andare nel sito delle case costruttrici e verificare se l’ente di vendita che si è scelto compare nell’elenco dei concessionari. O anche telefonare al numero verde delle case automobilistiche. Che tutele si possono avere ad acquistare da un concessionario 'vero', rispetto al resto del mondo? I concessionari sono gli unici selezionati dalle case, devono disporre di adeguati capitali, fornire fideiussioni, rispettare standard sia per le sedi sia per il personale, vendere solo prodotti e ricambi originali. I concessionari hanno investimenti di milioni di euro per ogni sede e difficilmente possono sparire dalla sera alla mattina.

E qualora questo accadesse, o fallissero, c'è sempre il paracadute delle case costruttrici che intervengono per tutelare il loro buon nome. Certo, ci sono anche salonisti onesti e bravi, ma bisogna verificare che siano presenti da tanto tempo sul mercato, che abbiano delle sedi fisiche, e che godano di una buona reputazione. In questo momento storico, paradossalmente, è più importante da chi acquistare che cosa.

 

Il 75% delle donne ama stare sotto il sole almeno 5 ore al giorno, mentre la maggior parte degli uomini, ma solo il 32%, resiste al massimo 3 ore.

Per il 38% delle donne prendere il sole è come fare una cura di bellezza, per il 23% è l'occasione per apparire più giovani, per il 22% un modo per rilassarsi. Mentre il 32% degli uomini si annoia, il 29% preferisce nuotare o comunque stare in acqua, il 23% fare sport. E l'8% degli uomini considera la spiaggia addirittura una perdita di tempo

Insomma tra preferenze inconciliabili, incomprensioni e litigi, la coppia al mare va alla deriva. Secondo quanto rilevato da questo sondaggio estivo su un campione di 2 mila persone, sotto l'ombrellone si finisce per litigare in 7 casi su 10 e quello che sarebbe potuto essere un paradiso si trasforma in un piccolo inferno sotto il sole.

 

 Il cane fa pipì per strada? Multa da 157 euro per il padrone. È accaduto ad un 44enne di Torre del Benaco (in provincia di Verona) ritenuto colpevole di non aver pulito la sede stradale dopo che i suoi due cani avevano urinato su un cestino situato nei pressi di un ristorante. Ad infliggere la sanzione la polizia municipale per il mancato rispetto dell'ordinanza che tra i divieti e obblighi nel centro storico prevede che l'urina degli animali vada subito pulita con acqua, pena la sanzione pecuniaria amministrativa.

La vicenda è balzata subito all'attenzione dei media anche per la strenua difesa degli animalisti.

Secondo l'Aidaa (Associazione Italiana difesa animali e ambiente), si tratta senz'altro della "prima multa per non aver raccolto la pipì del cane". Una multa che va "oltre il ridicolo – afferma il presidente Lorenzo Croce appellandosi – al buon senso del prefetto perché faccia recedere il sindaco da tali assurde ordinanze una volta per tutte".

 "Se non ci fosse una persona che deve pagare quasi 160 euro di multa direi che tutto potrebbe concludersi con una grassa risata – ha concluso Croce, assicurando che l'associazione "non lascerà passare inosservata questa follia amministrativa, se del caso ricorrendo al presidente della Repubblica".

 Cane fa pipì, può essere reato di imbrattamento

 In ogni caso, il comune veronese non è il solo ad aver preso provvedimenti contro gli escrementi degli amici a quattro zampe e le ordinanze ad hoc che impongono l'obbligo di "lavare via la pipì", pena sanzioni tutt'altro che indifferenti, fioccano un po' dappertutto.

 Non solo. La condotta, si ricorda, potrebbe anche integrare una vera e propria responsabilità penale Consentire infatti al proprio cane di fare pipì, ad esempio, sulle macchine o sulle pareti degli edifici potrebbe integrare il reato di imbrattamento sanzionato dall'art. 639 del codice penale.

 La norma punisce difatti chiunque deturpa o imbratta cose mobili o immobili altrui con la multa fino a 103 euro, elevata a un importo compreso tra 300 e 1.000 euro se il fatto è commesso su beni immobili o su mezzi di trasporto pubblici o privati e, addirittura sino a 3mila euro, affiancato dalla reclusione da tre mesi a un anno, se il fatto è commesso su cose di interesse storico o artistico.

 Visto che, chi possiede un cane, sa che non sempre per Fido è possibile attendere un posto consono dove fare i bisogni, un utile rimedio, per evitare conseguenze amministrative e penali, è quello di portare con sé una bottiglietta d'acqua per ripulire.

 Per una recente sentenza della Cassazione, tale comportamento, rappresenta un segno evidente della volontà di minimizzare i danni (cfr. Cass. n. 7082/2015 con la quale è stata confermata l'assoluzione di un uomo dal reato di imbrattamento perché era dotato di una bottiglietta d'acqua.

 

Gli esperti hanno sottoposto un gruppo di individui ad una serie di test per misurarne sia le funzioni cognitive sia le capacità creative dopo aver bevuto la birra o il placebo. È emerso che dopo aver consumato la piccola quantità di alcol - ma non la bevanda analcolica - gli individui mostravano sprigionato il loro potenziale creativo, specie alcuni aspetti della creatività quali la capacità di risolvere problemi pensando fuori dagli schemi, cioè senza basarsi sul pensiero razionale. Naturalmente, sottolineano gli autori, la creatività 'monta' limitandosi a piccole quantità di alcol.

 Cacciato dal ristorante a causa dell'abbigliamento: camicia e bermuda. E' quanto accaduto al sindaco di Viareggio, per di più nella sua città. A raccontare l'episodio è lo stesso primo cittadino su Facebook. "Qualche giorno fa concordo una cena con una coppia di amici - scrive Giorgio Del Ghingaro - in un ristorante dove vado ogni tanto e, visto che non è una cena istituzionale ma tra veri amici, mi sento libero di vestirmi casual".

La brutta sorpresa arriva dopo pochi minuti, quando il cameriere si avvicina al sindaco e "imbarazzato e mi comunica che non indosso pantaloni lunghi e non posso stare in quel locale". Del Ghingaro ha provato a giustificarsi dicendo che era in "libera uscita"e che "anch'io sono una persona normale, con una vita normale, con dei vestiti normali". Il cameriere però dopo poco è tornato ribadendo che "le regole del locale sono quelle". Al sindaco non è rimasto altro che andare via.

"Non sapevo che esistessero regole così ferree d'agosto in un locale sul porto - scrive il primo cittadino - ma giustamente l'ignoranza non è ammessa e non posso che prendere atto che in quel posto ci si deve andare con i pantaloni lunghi, anche se continuo a chiedermi come una persona può saperlo se nessuno glielo dice o lo scrive all'ingresso. Al di là dell'episodio, spiacevole e, confesso, anche sgradevole, alla fine ho cenato bene da un'altra parte (molto bene), in ottima compagnia, senza censure sui vestiti, anche se con la brutta sensazione di aver subito una piccola violenza".

Del Ghingaro termina il post con una riflessione: "Ma in quel locale controlleranno, oltre ai vestiti, il casellario giudiziale, il permesso di soggiorno, il codice fiscale, il certificato di sana e robusta costituzione, il tesserino di pesca, il colore della pelle, la tessera di partito, l'attestato di laurea, etc etc? Boh, giuro che la prossima volta (non certamente lì, garantisco) m'informerò prima d'entrare".

 

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