Giovedì, 02 Aprile 2020

OLTREPÒ PAVESE – NEI QUATTORDICI ANNI DI VITA DEL NOSTRO GIORNALE, QUESTO È STATO IL NUMERO PIÙ DIFFICILE DA MANDARE ALLE STAMPE

Nei quattordici anni di vita del nostro giornale, questo è stato il numero più difficile da mandare alle stampe. Ci siamo chiesti se fosse il caso di uscire comunque e, nel caso, di che cosa parlare. Alla prima domanda ci siamo risposti di sì e abbiamo deciso di farlo sia per noi che per i nostri lettori, per dare un segnale di “resistenza” in un momento di grossa difficoltà. Considerando che questo giornale si finanzia solo attraverso la pubblicità e che la maggior parte dei nostri inserzionisti sono attività commerciali, comprendete bene come magari sarebbe stato più facile e conveniente tirare giù la clèr a questo giro. Ma il nostro dovere è anche e soprattutto quello di offrire un servizio ai cittadini ed è quello che abbiamo deciso di continuare a fare.

Questa prima decisione ci ha portati al secondo dilemma: parlare o no del virus? Se sì in quali termini? A chi dare voce? Come farlo? Già ne parlano tutti, ovunque e sempre. Abbiamo pensato che l’ennesimo foglio tempestato da foto di mascherine, dati e chiacchiere sul virus non fosse quello che serviva. Chi vuole può informarsi ora per ora attraverso il web, la tv o i quotidiani nazionali.

Noi siamo un mensile di provincia, non possiamo essere attuali o per così dire “sul pezzo” in una situazione simile, in continua evoluzione di ora in ora. Abbiamo fatto un’altra scelta: quella di prendere anche noi le famose distanze che tutti invocano. A parte un paio di pezzi che si spera possano diffondere informazioni realmente utili e un intervento dei commercianti della Val Versa, abbiamo scelto di evitare il tema principale di questi giorni, per non aggiungere ulteriori gocce di pioggia ad un mare già in tempesta. Per questo abbiamo cercato di realizzare, il più possibile, il numero che avremmo voluto dare alle stampe se questo maledetto contagio non fosse arrivato, o se si fosse riusciti a contenerlo in modo significativo. Scelta giusta o sbagliata? Decidetelo voi, non ci offendiamo. C’è chi ha declinato l’invito a un’intervista e chi invece l’ha accolto. Entrambe le posizioni sono per noi ugualmente condivisibili. Nessuno ha mai sperimentato una situazione del genere prima. Eravamo tutti vergini.

I nostri nonni hanno avuto la guerra. Da allora siamo la prima generazione che si ritrova ad affrontare una situazione tanto critica da comportare severe restrizioni della libertà personale. La nostra scelta è non dire nulla sull’argomento, come potrete notare nella versione on line, che potete leggere cliccando su questo link:   https://www.ilperiodiconews.it/archivio/2020.html?fbclid=IwAR0it8JWitiuj6ONZXrrDPkqd8DXOrtgno81rrTd5HvQn8K87yy4eNSQEuk

Nel pandemonio di giudizi universali ci siamo smarriti nel rumore, nel chiasso delle nostre stesse chiacchiere al punto da non capirci più dentro niente. Tiriamo un respiro profondo, chiudiamo gli occhi un attimo e contiamo fino a dieci. Poi riapriamoli e vediamo se tutto ha riacquistato un po’ di senso. Se non funziona la prima volta chiudiamoli di nuovo e così via. La parola d’ordine è “mantenere la distanza”. E allora facciamolo una buona volta, prendiamoci questa benedetta – o maledetta, se preferite – distanza. E che non sia soltanto una distanza fisica. Mettiamo almeno un metro e mezzo tra noi e quello che può avvelenarci, perché il coronavirus (già solo a scriverne il nome viene ormai la nausea) non è l’unico agente patogeno in giro: ci sono ignoranza, presunzione, rabbia, stupidità, egoismo, frustrazione e paranoia che possono pure loro fare molti danni.

Prendiamone le distanze. Prendiamo le distanze dai social network, di cui ormai abusiamo quasi fossero una sorta di psicoterapia di gruppo interattiva dove ognuno si sente libero di rigurgitare ogni suo pensiero. Prendiamo le distanze non tanto dalle nostre legittime opinioni personali, quanto dal sentirci in diritto di esprimerle sempre e comunque in ogni modo. Prendiamo le distanze dai politici, e in Oltrepò se ne contano diversi, che utilizzano l’emergenza per fare campagna elettorale, da quelli (anche gli aspiranti tali, in vista delle elezioni) che si sentono in dovere di “informarci” su ogni minimo sviluppo della situazione propinandoci con pedante costanza i loro bollettini social infarciti di inutili commenti personali.

Prendiamo le distanze dalla paranoia, così come dal menefreghismo, utilizziamo la ragione e per una volta, da italiani, proviamo a seguire le regole. Perché ad aggirarle con furbizia oppure a farcele da noi si rischia di finire chiusi in casa ad libitum o ad assaltare i supermercati. Da cosa non dobbiamo prendere le distanze? Dagli affetti, dalle passioni che ci tengono vivi giorno dopo giorno. Stringiamo (dopo averla lavata con attenzione, si intende!) la mano di chi sta con noi, perché dopotutto è quello che ci rende umani.

Facciamo un passo indietro e ricordiamoci che, se proprio vogliamo apparire, restare in silenzio quando tutti urlano è il modo migliore per farsi notare.

 di Silvia Colombini

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