Mercoledì, 01 Aprile 2020

OLTREPÒ PAVESE - CASEI GEROLA – CORANA – CORNALE - BASTIDA - “VOLONTARI LOGISTICI”: BRACCIO DESTRO DELLA PROTEZIONE CIVILE

Abbiamo incontrato Giuseppe Faè, presidente del gruppo VO.LO.GE – Volontari Logistici Gestionali. L’associazione ha sede legale a Cava Manara in via Monte Grappa, ma esistono gruppi locali, parti integranti dell’associazione, anche in Oltrepò Pavese. «Abbiamo cinque sedi operative dislocate sul territorio», ci ha spiegato il presidente; «i nuclei di Casei Gerola – Corana – Cornale e Bastida – Silvano, Gambolò, San Giorgio Lomellina, Pavia, Velezzo. Ce ne sarà presto un altro in Oltrepò.» Proprio a Casei, nello scorso novembre, i volontari hanno prestato un importante e tempestivo servizio in occasione della piena del Curone. Faè, che dal 2014 è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana, ci ha raccontato l’impegno costante del sodalizio sul territorio dell’Oltrepò (e non solo).

Come si è sviluppato il gruppo sui territori?

«VO.LO.GE si è radicata sul territorio sviluppando un programma di convenzioni con le amministrazioni comunali per le quali garantisce il presidio sul territorio svolto da volontari reclutati sul territorio stesso, quindi conoscitori delle problematiche locali. Ovviamente, in caso di necessità, ogni nucleo conta sul supporto del personale degli altri nuclei.»

E come è articolata l’organizzazione delle cellule locali?

«Ogni nucleo ha una sede operativa, un mezzo di servizio ed un magazzino di attrezzature di primissimo intervento secondo le casistiche ed in base alle specializzazioni dell’associazione stessa.»

Qualche esempio di specializzazione?

«VO.LO.GE, come specializzazione primaria, ha la “logistica d’emergenza” seguita da “idrogeologico” e “cinofilia del soccorso”. Ogni specializzazione ovviamente richiede la dotazione di attrezzature specifiche, quali tende, tensostrutture, effetti letterecci, torri faro, tavoli e panche, impianti di illuminazione con generatori, generatori di aria calda, motopompe, turboneve e molto altro ancora. Attrezzature che i quasi cento volontari periodicamente controllano ed usano affinché tutto sia funzionante e pronto per eventuali emergenze. Il controllo e la manutenzione delle attrezzature costituisce momento formativo per i volontari, i quali, al di là della frequentazione del corso base ed altri specialistici, applicano la pratica quale miglior insegnamento. Oltre ai nuclei periferici, VO.LO.GE. ha anche delle sezioni operative di specializzazione, come quella del N.O.C. - Nucleo Operativo Cinofilo.»

Parliamo di questo nucleo.

«Il N.O.C. annovera quattro cani preparati e pronti per la ricerca in superficie di eventuali dispersi, tramite il criterio “mantrailing”, che consiste nell’annuso di un indumento personale, quindi rilevazione della traccia del percorso fino al ritrovamento della persona. Le unità cinofile sono abilitate e certificare da U.C.I.S.- Unione Cinofili Italiani del Soccorso, organo specialistico dell’E.N.C.I. - Ente Nazionale Cinofilia Italiana, unico e massimo organo cinofilo riconosciuto dal Dipartimento Nazionale della Protezione Civile.»

Quali sono i metodi con cui riuscite a finanziarvi e quindi a mantenere anche un così cospicuo numero di attrezzature? Ottenete fondi regionali?

«Poche cose le abbiamo attinte da bando regionale e bando nazionale. Il resto mettendo mano al portafoglio, con autotassazione dei soci fondatori oppure grazie a servizi che svolgiamo, mettendo a disposizione parte delle attrezzature (come tensostrutture, tavoli, panche), a fronte di richiesta, per eventi organizzati da comuni, Pro Loco, società sportive; anche in altri comuni dell’Oltrepò, diversi da quelli dove siamo presenti direttamente. Chiaramente davanti a questo servizio chiediamo un minimo contributo; le minime risorse per continuare a vivere come associazione, per pagare l’assicurazione dei nostri sette mezzi. Anche perché i bandi, che siano regionali o nazionali, a volte ti danno la possibilità di acquisire attrezzature, ma al massimo arrivano a pagarti il 75% della spesa. Quindi se tu acquisti un’attrezzatura che costa 10mila euro devi averne a disposizione altri 2500.»

Quali sono le spese principali cui fate fronte con queste risorse?

«La maggior parte delle risorse viene investita nelle divise e nei dispositivi di protezione individuale per i volontari. Il volontario ha sempre la priorità.»

Quanti sono i volontari facenti capo complessivamente all’associazione?

«Attualmente novantasette.»

Quali sono le occasioni di incontro?

«I vari nuclei hanno in programma almeno un paio di volte al mese una serata in sede. Noi, come sede, organizziamo riunioni periodiche, oppure quando c’è la necessità di illustrare servizi o la gestione di determinate emergenze. Avendo nuclei sparpagliati sul territorio lasciamo una certa autonomia gestionale.»

Lei, personalmente, ha una lunghissima esperienza come volontario in svariate situazioni di emergenza.

«Ho partecipato alle operazioni di soccorso in sette terremoti. Sono stato in Kosovo... ho cominciato la mia attività di volontario nel 1976. Dal 2014 in poi, quando è nata questa associazione, abbiamo dovuto far fronte a varie emergenze: gelicidio, esondazioni dei fiumi, situazioni di dissesto idrogeologico, come ad esempio quelle dello scorso ottobre a Rivanazzano, Casteggio, Voghera, dove abbiamo lavorato per una settimana. E, pochi giorni dopo, la piena del Curone.»

Come ha preso vita VO.LO.GE.?

«In precedenza ero presidente di un’altra associazione che faceva non solo attività di protezione civile, ma anche altre cose. Dopo di che, dal momento che in quella l’interesse per la protezione civile era venuto meno, con altre sei persone abbiamo deciso di fondare questa nuova realtà. Era il febbraio 2014. Dopo cinque anni potevamo già fare affidamento su quattro gruppi periferici e su più di settanta volontari.»

Una crescita rapida. Ci sono progetti di espansione ulteriore?

«Noi intendiamo diffondere una cultura di protezione civile, e siamo costantemente disponibili alla creazione di nuovi nuclei e a rispondere alle esigenze in questo senso dei comuni del nostro territorio. Tanto per fare un esempio: un comune di 3mila abitanti, se volesse costituire un gruppo comunale (e se riuscisse a trovare dieci persone disponibili), come uscita finanziaria nel primo anno dovrebbe mettere in conto almeno 25mila euro.

Organizzarsi per i corsi, per il vestiario, per i mezzi di trasporto e per un minimo di attrezzatura. Ora, un comune spenderebbe quei soldi con il rischio che dopo un anno il gruppo magari abbia dei litigi interni e si sciolga. Il comune in questo caso si troverebbe 25mila euro di divise e attrezzature appesi al chiodo.»

Quale la soluzione?

«Un sindaco illuminato valuta di procedere in outsourcing. Mette in piedi una convenzione triennale con un’associazione già operativa, già dotata di attrezzature, alla quale versa una cifra a titolo di rimborso. Dopo di che, noi andiamo sul territorio, chiediamo una stanza dove mantenere una sede,  e troviamo 5/6 persone per far partire il gruppo.»

È successo così a Casei Gerola.

«A Casei c’è un gruppo di 12 persone. In più, quando arriva una situazione di emergenza tutti e 97 i volontari sono pronti a convergere per dare una mano, se necessario. Quelle 12 persone sono le prime che intervengono, con attrezzature dell’associazione, ma i rinforzi vengono subito allertati. Tanto è vero che, durante l’ultima emergenza sul Curone, quando siamo arrivati a Casei abbiamo montato le paratie di protezione a monte e valle del Curone in un’ora, perché c’erano quasi trenta persone. Poi abbiamo presidiato la situazione tutta la notte, fino al rientro dell’allarme. Stesso discorso per Cornale.»

Certo, non sarà facile reclutare volontari. Il mettersi a disposizione degli altri non sembra essere più fra i principali interessi degli italiani...

«Non solo per noi... che per fortuna abbiamo anche 7/8 ragazzi giovani, fra cui un diciottenne, un ventenne anche fra i cinofili. L’impegno a volte può essere importante; i cinofili chiaramente sono i più stressati rispetto agli altri perché tutte le domeniche devono allenare i cani. Il problema nostro, ma di tutte le associazioni di volontariato, è quello di reclutare volontari. La gente non è più molto sensibile al mettersi a disposizione per fare qualcosa per gli altri. Noi siamo un’isola felice, con tante attività che riusciamo a realizzare... Ovvio che soprattutto in materia di Protezione Civile è necessario investire tempo, e certe volte anche denaro, perché non sono previsti rimborsi. Ma soprattutto tempo. Diciamo che non c’è precettazione o reperibilità, ma ci deve essere disponibilità, che è diverso.»

Siete in rapporti costanti con la Protezione Civile provinciale?

«Certo, noi siamo comunque inquadrati nell’ordinamento della Protezione Civile. Come tutte le altre organizzazioni del settore: siamo 86 in provincia di Pavia, fra gruppi comunali e associazioni; il coordinamento, per legge, è demandato alla provincia. Lavoriamo a stretto contatto con i dirigenti e i funzionari dell’ufficio Protezione Civile. Non ci si muove mai autonomi. La nostra autonomia è vincolata ai comuni con cui siamo coordinati. Se succede un’emergenza a Casei interveniamo noi; se il problema diventa troppo grosso e ingestibile arrivano anche i volontari di altre organizzazioni. Noi abbiamo la nostra colonna mobile, per cui siamo autonomi, per quanto riguarda attrezzature come autopompa, torre fare e tutto quello che può servire.»

Organizzate anche i campi scuola...

«Sì, una bella esperienza a contatto con i giovani. L’ultimo ai Piani del Lesima, con 60 ragazzi, è durato una settimana. A luglio 2020 si realizzerà la settima edizione.»

Parliamo più nel dettaglio del nucleo di Casei.

«Il nucleo è stato costituito quattro anni fa con l’ex sindaco Stella. Leonardo (Tartara, ndr) ha ereditato questo accordo, e ha deciso di rinnovare la convenzione per i prossimi tre anni. È un sindaco molto attento al discorso della prevenzione e ai vari compiti della Protezione Civile. È riuscito a farsi finanziare le barriere anti-esondazione dal Magistrato del Po (ora AIPo). Noi abbiamo fatto un’esercitazione ai primi di ottobre per il posizionamento delle barriere anti-esondazione del Curone, a monte e a valle del ponte, all’ingresso di Casei...»

Esercitazione che si è rivelata molto utile, dato che pochi giorni dopo l’esercitazione si è verificata l’emergenza vera e propria. In quali altre attività collaborate con il gruppo di Casei?

«A Casei, al di là di questo evento emergenziale, ciò che ha fatto nascere il gruppo è quanto successo nel 2014 con la grande esondazione, quando già eravamo intervenuti a svuotare le cantine... ma soltanto il giorno dopo. Da lì si è capita l’esigenza di far crescere un presidio locale in grado di operare il prima possibile. Poi collaboriamo con la Polizia Locale per altre manifestazioni, vedi la festa medievale che organizzano in paese. Lo stesso facciamo in altri comuni, come a Cornale. Recentissimamente, il 6 gennaio, a Gerola hanno organizzato il tradizionale falò del fantoccio della befana. Siamo andati noi a fare il presidio, in accordo con i Vigili del Fuoco.»

E in programma ci sono altre esercitazioni?

«Abbiamo in programma un’esercitazione di due giorni a Casei, simulando un problema intercomunale. Prevederemo anche l’evacuazione di alcune persone, per testare i punti di raccolta. Avremmo dovuto già averla fatta, ma poi c’è stata la piena... è arrivata insomma l’emergenza vera e ci ha bloccati.»

Vi occupate, me lo ha detto prima, anche di dissesto idrogeologico. Data la presenza sul territorio, conoscerete bene la situazione disastrosa del nostro territorio.

«Assolutamente sì, diciamo che il nostro servizio, in “tempo di pace”, è anche quello di monitorare il reticolo minore, perché i problemi storicamente abbiamo visto che arrivano da lì, più che dai grossi fiumi. Il clima è cambiato, si verificano sempre più spesso le famose “bombe d’acqua” (anche se è improprio come termine), e quello che succede – a partire dalle invasioni di acqua e fango, o l’ingrossamento dei torrenti – è dovuto all’incuria uomo. Nel senso che se nei periodi di calma non si provvede a rimuovere i detriti, anche un semplice fossato si gonfia in un attimo. I fossi che servono allo scolo delle acque piovane non vengono mantenuti, non vengono periodicamente puliti, quindi è ovvio che al verificarsi di precipitazioni i fossi si riempiano in un attimo e che l’acqua vada dove non ha impedimenti.»

Come si articola il vostro monitoraggio?

«Noi arriviamo sul territorio e notiamo una situazione problematica, quindi facciamo le segnalazioni al sindaco all’AIPo. Il sindaco di Casei, grazie alla sua sensibilità, si è mosso prima lui con AIPo per curare la pulizia del Curone qualche chilometro a monte dell’abitato, appunto per evitare che in caso di piena detriti, ramaglie e altro si incastrassero sotto il ponte. La prevenzione viene fatta con la manutenzione quindi dei corsi d’acqua minori, ma anche del piccolo fossato. Ovvio poi che se si rilevano ammassamenti di materiale boschivo, in accordo con AIPo noi ci mettiamo a disposizione per la rimozione. Certo, preferiamo farlo all’asciutto, in estate, e non quando c’è la piena, con il rischio di andare a bagno...»

di Pier Luigi Feltri

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