Sabato, 14 Dicembre 2019

OLTREPÒ PAVESE - «CONSORZIO? O SI PUNTA SULLA QUALITÀ, OPPURE SI CHIUDE»

Dal 2 settembre il Consorzio di Tutela dei Vini dell’Oltrepò Pavese ha un nuovo direttore: è Carlo Veronese, 50 anni, e non è esattamente l’ultimo arrivato. È stato per lunghi anni direttore del Consorzio del Lugana, con risultati ottimi per il comparto vitivinicolo territoriale. Certo, qualcuno dirà: il Lugana non è l’Oltrepò; e in effetti stiamo parlando di aree con volumi e problemi molto differenti. Ma la curiosità da parte dei produttori è molta, come per ogni avvicendamento. Perché, volenti o nolenti, il Consorzio interessa tutti. Tutti vogliono conoscerlo, e lui ha già incontrato personalmente i rappresentanti di molte aziende (anche fra quelle considerate “dissidenti” o fuoriuscite dal Consorzio). Dei vecchi dissapori, delle vecchie rotture, lui non vuole sapere nulla: dice di voler guardare al futuro, e di rispondere per quanto accaduto dal 2 settembre in poi e per quanto ancora dovrà accadere. Pensiamo sia corretto il punto di vista di chi vuole voltare pagina. Ma la pagina precedente è un po’ ingombrante, e non è detto che tutti, in Oltrepò, siano disposti a ripartire da zero. La discriminante è semplice, tanto semplice: tutto dipende da quali orientamenti il nuovo management metterà in gioco. È per questo che gli abbiamo chiesto di fare una chiacchierata con noi. Chiacchierata che inizia a tavola, sorseggiando un riesling a chilometro (quasi) zero. Un buon inizio.

Benvenuto in Oltrepò pavese, tanto per iniziare. Devo dirle che non la invidio: la aspetta un lavoro difficile da affrontare. Cosa l’ha spinta ad accettare?

«Questa è una sfida! Facciamo un passo indietro. Io ho un’esperienza mista, sia a livello di associazione che aziendale. Ho fatto il produttore per dodici anni, poi tredici in un Consorzio, di cui dieci come direttore. Erano quindi 25 anni che io promuovevo lo stesso vino, il Lugana. A un certo punto uno dice: “andiamo a fare qualcosa di diverso”. C’è stata l’occasione di conoscere persone dell’Oltrepò che cercavano un nuovo direttore…Per quale sfida? Rilanciare quella che è la più importante denominazione della Lombardia, la più importante non solo perché può contare sul 62% della superficie vitata della regione, ma anche perché, storicamente, ha la primogenitura del vino lombardo. L’Oltrepò ha una storia legata al vino che nessun altro in Lombardia ha.»

Mi consenta: il passato è passato, ma non è detto che sia determinante per il futuro. Non di per sé, almeno…

«Una zona che parte dal niente, la costruisci a tua immagine e somiglianza. Questa non è una zona che parte dal niente. Ci sono aziende che hanno le cantine nei castelli, con cinquecento anni di storia… bisogna partire dal buono che c’è.»

Non teme che tutta questa storia si traduca anche in abitudini difficili da eradicare? L’Oltrepò, purtroppo, in passato ha dimostrato di non saper cambiare così facilmente.

«I grandi cambiamenti, le innovazioni, anche gli investimenti, avvengono nei momenti di crisi. Se senza problemi riesci a vendere il tuo prodotto in maniera abbastanza semplice e a guadagnare soldi, chi te lo fa fare di investire in cantina? Questo è un territorio che ha avuto la fortuna, fino a poco tempo fa, di riuscire a vendere tutto il vino che produceva e abbastanza bene. Ma a un certo punto qualcosa non ha più funzionato. Mi riferisco al vantaggio di avere una metropoli vicina, alla vendita del vino prevalentemente sfuso. Nel territorio del Lago di Garda questa crisi c’è stata 20/25 anni fa; quindi la crescita, gli investimenti nelle aziende e in comunicazione si sono iniziati a fare da un po’ di tempo. Sto trovando un territorio che su questi aspetti è un po’ indietro.»

La crisi, insomma, come opportunità.

«Può diventare un’opportunità, se la sfrutti in maniera positiva. O ti innovi, o chiudi. Il modello “vecchio stile”, per cui faccio il vino come lo faceva mio nonno e lo vendo sfuso, non esiste più.»

Non è la prima volta che in Oltrepò arriva un “papa straniero”, anche alla testa del Consorzio; e nelle passate occasioni le cose non sono andate come sperato. E non per colpa del direttore…

«Secondo me questa è l’ultima chiamata. Cinque anni fa, sette anni fa, dieci anni fa, l’Oltrepò Pavese non era messo come in questo momento. Negli ultimi anni sono successe cose importanti. Il mondo è cambiato, quindi: o si punta sulla qualità, oppure si chiude. Tutte le uve sono cadute di prezzo, e stiamo facendo troppo vino. Produciamo tanto, ma vendiamo male. Ci sono altri territori che producono meglio e vendono meglio. Tutte le nostre attività devono essere puntate nel produrre bene e nel vendere bene. Aumentare la qualità e aumentare il prezzo per bottiglia, non quello per litro. Il nostro lavoro deve essere diretto al miglioramento qualitativo della produzione, ma soprattutto a far conoscere il prodotto dell’Oltrepò Pavese per far aumentare il prezzo della bottiglia.»

Qui veniamo al problema di vini marchiati Oltrepò che finiscono sugli scaffali della GDO a prezzi per così dire ridicoli. Problema molto sentito, se ne sarà accorto.

«L’Oltrepò non è rappresentato dalla fascia più bassa. Ma pensiamo al discorso dell’ospitalità. L’hotel 5 stelle non si crea problemi se nella stessa città c’è un ostello, perché l’ostello si occupa di una fascia e il 5 stelle di un’altra. Per il vino è lo stesso. Il discount che vende vino a 3 euro non deve preoccupare, se non gli altri che vendono vino a 3 euro. Una Lamborghini e una Dacia hanno sempre quattro ruote, ma il cliente Lamborghini non comprerebbe una Dacia nemmeno per la servitù.»

Fermo restando che non è il Consorzio ma il mercato a decidere i prezzi, non pensa che qualcuno dovrebbe ribellarsi?

«Se passiamo il tempo a disquisire sul prezzo di una bottiglia a 2 euro al supermercato, perdiamo tempo che potremmo dedicare ad altro. Se ne eliminiamo una, ci sarà sempre qualcun altro che ne proporrà un’altra. Quelle che vendono in quel modo sono aziende predisposte per vendere in quel modo. L’importante è che l’azienda che ha un brand importante non voglia provare a fare le scarpe a chi vende in GDO. Perché è quello che crea confusione nel consumatore.»

I disciplinari sono adatti alle esigenze del territorio?

«I disciplinari li fa il territorio. Se il territorio li vuole cambiare si cambiano. Il disciplinare è una legge, le leggi si cambiano. Ma non è cambiando disciplinare che si cambiano le cose: bisogna cambiare sistema di produzione e di promozione. Non il disciplinare in sé. Il disciplinare non ti dice di produrre tanto: ti dice la produzione massima consentita. Se tu vuoi produrre di meno, produci di meno.»

Pensa che il Consorzio si muoverà, in qualche modo, per allargare la compagine societaria? Forse è anche giusto, a un certo punto, che alcune aziende che non si sentono a proprio agio in un consorzio fatto di tante voci e tanti interessi spesso contrastanti, prendano strade autonome.

«La porta è sempre aperta, anche perché non si può dire di no a un’azienda che si vuole associare - a meno che non si tratti di un delinquente. La mia prima preoccupazione oggi non è la compagine sociale: il Consorzio deve fare le attività del Consorzio. Vigilanza sui marchi e promozione. Promozione che farà, dove ha l’erga omnes, chiedendo i vini di tutti; dove invece saranno solo i soci a contribuire alla promozione, chiedendo i vini dei soci. Sono convinto che se noi cominciamo a fare una vera attività consortile di promozione, tante aziende che oggi sono fuori torneranno dentro.»

Cosa significa per un Consorzio perdere gli erga omnes?

«Il punto è che se tu perdi l’erga omnes non puoi chiedere soldi a tutti, ma solo ai soci. A quel punto però puoi fare meno attività. Per come è strutturato questo Consorzio le quote sono molto basse, e quindi o ci sono tanti soci e si riescono a fare le cose, altrimenti non ci sono condizioni per andare avanti e si chiude. E si può anche chiudere un Consorzio. Ma io non penso che sia il sistema ideale. Un territorio senza Consorzio è un territorio senza tutela. Non per niente tutte le DOC italiane hanno un Consorzio di tutela.»

Che visione aveva dell’Oltrepò Pavese prima di venirci a lavorare, e quale ne ha ora?

«Una zona bellissima, piena di storia. La zona da dove vengo io, il Lago di Garda, attira qualche milionata di turisti all’anno. Ma i nostri comuni, quelli agricoli soprattutto, sono comuni molto poveri. L’agricoltura è sempre stata molto povera. Qui invece è sempre stata molto ricca, grazie ai vigneti ma anche al seminativo. Sono tutti bei paesi, tutti o quasi hanno un castello, tutti una chiesa antica. È un territorio bellissimo da esplorare; ma poco strutturato per le visite. Una marea di castelli si vedono solo dal di fuori, anche perché buona parte sono privati. Molte chiese sono sempre chiuse. Anche l’ospitalità è un problema, ma non solo dell’Oltrepò Pavese. Anche Pavia ha un grosso problema di ospitalità. Non si può pensare che il territorio cambi se perfino il suo capoluogo ha le stesse mancanze.»

Insomma: potenzialità inespresse.

«Pavia merita una visita. A Pavia e all’Oltrepò uno può dedicare benissimo tre o quattro giorni di vacanza. La Certosa, da sola, vale un viaggio. Poi Sant’Alberto, Varzi, la stessa Via del Sale… Si possono davvero organizzare tantissime cose e in questo ambito il territorio è abbastanza vergine. Ricordiamoci che venticinque anni fa sul Garda nessuno veniva a visitare i paesi interni. Oggi dappertutto ci sono attività aperte, percorsi promozionali, biciclette, bikers in giro… cose che prima non erano nemmeno immaginabili. Considerando che qui in Oltrepò siamo a un tiro di schioppo da Milano, Genova e Torino, le possibilità sono tantissime.»

Si potrebbe obiettare che le condizioni dei manti stradali, sulle strade interne, scoraggino i turisti…

«Sono sempre strade di collina e montagna, con i loro problemi. Ma proprio l’altro giorno percorrevo una strada sul Garda con buche enormi… eppure lì ci sono cinque milioni turisti all’anno.»

Parliamo della sua strategia. Su quale strada vuole portare il Consorzio?

«La strategia del Consorzio è quella di promuovere tutti coloro che fanno prodotti di qualità. Di fare in modo che una serie di aziende, che oggi sono aziende con un brand importante ma che non sono riuscite in questi anni a fare il salto definitivo, possano divenire conosciute in maniera importante. Se un’azienda non la conosce nessuno, è impossibile portarla da zero a dieci. Ma con altre già avviate, che possono contare su prodotti di qualità, si possono avviare delle strategie per aiutarle a diventare importanti. Se queste partiranno con un vino capace di alzare il livello, tutto il territorio andrà nella loro stessa direzione.»

Come declina concretamente questa strategia?

«Noi dobbiamo far conoscere tutti, ma poi puntare su uno zoccolo di aziende, quelle che sono molto belle o che hanno dei vini molto buoni. Devo riuscire a capire in poco tempo quali sono quelle che sono molto belle da essere visitate e fanno vini buoni, quelle che fanno vini buoni ma non sono molto belle da visitare - e quindi delle quali si faranno assaggiare i vini, magari ai giornalisti che vengono sul territorio, ma senza portarli in azienda. Uno può fare il vino in un capannone, ma quel vino può essere eccezionale. Devo conoscere il territorio, e su questa base partiranno tutti gli eventi, tutte le tantissime attività che può fare il Consorzio. Se domani mi chiama un giornalista polacco e mi chiede dodici bottiglie di Pinot nero, io domani devo poter scegliere dodici bottiglie, una diversa dall’altra, e devo decidere qual è il messaggio che voglio dargli. Occorre acquisire informazioni. Se vogliamo lavorare negli Stati Uniti, dobbiamo sapere chi è già presente in quel mercato (anche perché i loro cronisti non scrivono di aziende che non sono distribuite nel mercato americano). Bisogna conoscere dove viene venduto il vino, quale vino viene venduto in ogni mercato, visto che abbiamo tanti vini. Quali sono i mercati per la bonarda, quali sono quelli per il Pinot nero. E a questo punto creare momenti di promozione o del singolo vino o di tutto ciò che è l’Oltrepò.»

Cosa intende per promuovere “tutto ciò che è l’Oltrepò”?

«Nel momento in cui il Consorzio viene chiamato a fare una degustazione di presentazione dell’Oltrepò, porteremo agli eventi una serie di vini che rappresentano il territorio, ma che non potranno essere tutti. Saranno 7/8 vini: gli spumanti metodo classico bianco e rosato, che è il prodotto scelto come “di punta”, il riesling, pinot nero, fresco e strutturato, poi la bonarda, perché non si può ragionare l’Oltrepò senza la bonarda, e finiamo con sangue di giuda e/o moscato. Con questi vini potremmo fare una cena o un pranzo cambiando vino ad ogni portata, e avere tutti vini dello stesso territorio dall’aperitivo al dolce. Sono pochissime le zone del vino che possono avere questo.»

Ma… non saranno un po’ troppi anche sette o otto vini per rappresentare un territorio?

«Io parlo da persona positiva, e da persona che per 25 anni ha promosso solo un vino bianco. Quando trovavo quello che mi diceva: “Non bevo vino bianco”… Io non lo potevo accontentare. Se oggi uno mi dice: “Io non bevo spumante”, beh: gli trovo i fermi. Se uno mi dice: “Non bevo vino bianco”, gli trovo i rossi. “Non bevo i rossi”, gli trovo i rosati. “Io bevo solo vini dolci”? Gli trovo i vini dolci. Troverò sempre nel panorama dell’Oltrepò qualcosa che ti piace. A meno che uno non mi dica: “Io sono astemio”. La diversità è ricchezza.»

Veniamo agli eventi. A quelli in programma, a quelli in ipotesi. A eventuali eventi anche “grandi”…

«Io ragiono su tanti eventi piccoli sparsi nel mondo piuttosto che a soltanto uno grande. Avendo risorse limitate, bisogna fare delle scelte. Preferisci lavorare tutto l’anno e fare solo due settimane nel mega-resort in Thailandia o tutti i weekend avere la possibilità di andare da qualche parte? Io dico che, avendo risorse limitate come tutti, preferirei creare tante occasioni per far conoscere e apprezzare l’Oltrepò. Tanto per iniziare, abbiamo partecipato alla Milano Wine Week, che è andata bene, tre settimane fa. Abbiamo avuto un quartiere di Milano tappezzato di Oltrepò Pavese… con i milanesi che mi chiedevano dov’è l’Oltrepò. Questo fa capire come ci siano potenzialità a due passi da qui non ancora non sfruttate. Non dobbiamo dimenticarci di Pavia e di Milano.»

E poi, il Merano Wine Festival…

«L’anno scorso a Merano c’erano due aziende che rappresentavano l’Oltrepò Pavese, Monsupello e Travaglino. Quest’anno ce ne sono state sette. Il Consorzio ha chiesto a Merano di invitare cinque nuove aziende. Le hanno scelte gli organizzatori, ma a spese del Consorzio. Il visitatore di Merano rappresenta un target altissimo. Chi decide di andare a Merano, un posto peraltro scomodo da raggiungere, lo fa e paga un biglietto costoso perché ha determinati interessi. Ora: chi l’anno scorso ha visto due aziende dell’Oltrepò, quest’anno ne ha viste sette. All’interno di Merano, poi, c’è un’area dedicata a degustazioni, dove c'erano dei tavoli: altre undici aziende hanno fatto conoscere i loro prodotti. Merano è tante cose. È l’evento delle aziende al top, e qui rientrano i famosi sette. In più, sulla via principale di Merano c'era una tensostruttura di 50 mq destinata ad aperitivi con le bollicine dell’Oltrepò. Un investimento fatto dal Consorzio per promuovere tutto l’Oltrepò, soci e non soci.»

E poi? Per il futuro prossimo?

«Per fine anno stiamo organizzando altre cose. Per il prossimo anno, Vinitaly e Prowein come default fra le attività del Consorzio. Stiamo preparando la partecipazione a eventi in Milano per la promozione dell’Oltrepò Pavese; ad alcuni inviteremo anche aziende, se vorranno partecipare, ma è importante capire che il Consorzio ci sarà a prescindere.»

di Pier Luigi Feltri

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