Lunedì, 14 Ottobre 2019

VOGHERA - «I COMMERCIANTI? ALLE RIUNIONI SOLO BEI DISCORSI»

La crisi della vendita al dettaglio è un problema reale e particolarmente sentito dai centri storici delle nostre città che, negli ultimi anni, hanno registrato una significativa diminuzione delle presenze. E anche un conseguente rallentamento delle vendite Un allarme che sbaglieremmo a considerare affare  solo dei commercianti. I negozi, soprattutto le piccole botteghe, fanno parte del panorama e dell’identità delle nostre città. Senza le insegne illuminate, senza le vetrine che ci distraggono e ci accompagnano, si spengono le luci e anche la vita delle strade che diventano semplici luoghi di passaggio. Non solo: i negozi sono un presidio che assicura la cura e la pulizia delle vie.

Sono, soprattutto, un fondamentale luogo di incontro. Per parlare, scambiare non solo merci, ma anche notizie sulla vita del quartiere e dei suoi abitanti. Sono un conforto, una compagnia per chi vive in solitudine. A Voghera la Boutique Paradiso  è da ritenersi negozio storico della via Emilia con una licenza per l’esercizio del commercio datata 26 Giugno 1944, 75 anni di attività, un record. Abbiamo intervistato la signora Anna Gabba che, in società con il figlio Giovanni  Troielli , tiene saldo il timone della sua attività, per farci raccontare come è cambiato il lavoro del commerciante di abbigliamento dal dopoguerra ad oggi.

Signora Anna, come mai ha deciso di intraprendere questa attività in un periodo difficile , durante la seconda guerra mondiale?

«Veramente fu mia suocera Enrica Bolgiani  che  nel 1939 aprì una bottega come artigiana che ai tempi trattava tutto quanto serviva  alle sartorie, una sorta di merceria, diciamo. Il negozio si chiamava “Il paradiso delle sarte” ed era sito qui di fronte all’attuale sede. Allora erano in voga le sartorie, non c’era ancora il pret a porter. Nel 1944 poi sempre lei ottenne la licenza per il commercio di “gonne, cinture, ricami, borsette e bottoni” ed io ,che ai tempi avevo 15 anni, sono venuta a lavorare in negozio come commessa durante l’estate, finita la scuola. Avevamo i primi capi di abbigliamento, biancheria fine per signora e capi pregiati per il corredo della sposa».

Era quindi una ragazzina che si avvicinava per la prima volta al mondo del lavoro, come è stata questa prima esperienza?

«Devo dirle che mi piacque tantissimo, mi appassionai talmente tanto che, finite le scuole, decisi di rimanere in negozio e di svolgere questa attività che è diventata poi la mia vita».

Che tipo di clientela avevate ai tempi?

«in quel periodo c’erano pochissimi negozi di abbigliamento e soprattutto di abbigliamento di un certo tipo, perché mia suocera aveva molto buon gusto ed era  estrosa e quindi avevamo molti clienti che venivano anche da fuori, dai paesi delle colline e della lomellina. Il nostro era un abbigliamento per signora ma con un’attenzione per le giovani tanto che le ragazze del vicino collegio delle Suore Benedettine venivano a farsi comprare dalle mamme i primi capi di moda. Non c’era così tanta differenza tra la moda per signora e la moda giovane come oggi, tutto era più classico e duraturo nel tempo, non avevamo i cambi repentini di stile che abbiamo oggi. Si compravano gli abiti per le feste come Natale e Pasqua e per le occasioni importanti, si cercavano abiti di stile realizzati con tessuti di pregio».

In che anno avete cambiato sede e vi siete trasformati in Boutique Paradiso?

«Nel 1978. Era un po’ il periodo dell’esplosione della moda. I clienti avevano disponibilità finanziarie e compravano con facilità molti capi di abbigliamento, potevano cambiare e amavano farlo sovente. Avevamo una clientela fidelizzata  che tornava a comprare capi di qualità e di tendenza che si distinguevano per il taglio e lo stile ed il rapporto qualità-prezzo. Abbiamo ancora oggi tra i nostri clienti  figli e nipoti delle famiglie che frequentavano il nostro negozio in quegli anni e questo ci ha permesso di andare avanti nonostante le difficoltà che sono poi sopraggiunte per il commercio».

Giovanni voi trattate da sempre marchi italiani di fascia medio-alta, quali sono le difficoltà che incontrate in questi anni?

«Abbiamo da 40 anni il marchio Les Copain, abbiamo portato Iceberg e molti altri brand a Voghera, ora tendiamo ad affiancare a questi marchi anche altri nuovi perché la moda oggi cambia molto rapidamente e preferiamo offrire un assortimento di capi che il cliente può mixare a suo piacimento ottenendo un outfit di moda senza dover spendere per forza grandissime cifre».

In via Emilia si vedono sempre meno negozi, passeggiando per il centro storico non si incontrano persone per strada, Voghera sembra un po’ una città morta. Secondo voi che cosa sta succedendo al nostro centro?

«Tanti negozi hanno chiuso perché non riescono più a sostenere i costi di affitto, gestione e tasse sempre più alti. Il periodo storico non è molto felice, si fanno meno incassi perché la gente compra meno avendo meno disponibilità finanziaria e di conseguenza il commercio sta tuttora attraversando un momento difficile. Inoltre l’amministrazione comunale ha fatto la scelta di avallare l’apertura di centri commerciali situati in periferia che attirano le persone svuotando così il centro storico. Nella città son presenti tante aree che potevano essere riqualificate e adibite a centro commerciale con un ritorno positivo per la vivacità del nostro centro. Mi viene in mente la ex-caserma di cavalleria che ha una struttura che, ristrutturata  nel modo adeguato, poteva diventare  già 30 anni fa un piccolo outlet cittadino».

Giovanni cosa fanno le associazioni commercianti per difendere la categoria e mantenere vivo il commercio?

«Devo dirle che io per un periodo di 4 forse 5 anni ho partecipato, ma visto che non si combinava nulla di positivo, ho deciso di non perdere più il mio tempo in riunioni dove si facevano solo dei bei discorsi. Siamo la categoria meno tutelata e mi vien da dire che forse fa gioco il fatto di non avere un gruppo aggregato».

Il Comune di Voghera sta per ripartire proprio in questo mese di Luglio con le manifestazioni che si svolgono in centro il giovedì sera, voi pensate che il commercio possa trarre dei benefici da questa iniziativa?

«Devo dire che i primi anni queste manifestazioni funzionavano, aprivamo anche il negozio perché c’era molta gente in giro che poteva diventare potenziale cliente perché in quelle sere difficilmente si riusciva a vendere qualcosa. Poi il Comune  ha cominciato a dire che non ha più disponibilità economica e ha invitato i commercianti a prendere in mano la situazione e ad organizzare manifestazioni. Per quel che ci riguarda, abbiam fatto qualche degustazione nel nostro giardino interno per vedere di offrire ai nostri clienti un’ulteriore opportunità di visitarci. C’è anche da dire che ora tutti i paesi limitrofi fanno nel loro piccolo degli eventi per cui è diminuito il flusso delle persone presenti in città. Abbiamo in progetto per il futuro di fare qualche evento in più in questo nostro cortile-giardino e speriamo sempre che le prossime amministrazioni comunali siano disponibili a darci una mano per rendere ancora vivace la nostra città».

Gli italiani preferiscono ancora i negozi, siamo tra gli ultimi in Europa per acquisti online, dobbiamo però dire che è un fenomeno in espansione, soprattutto fra i più giovani, voi cosa ne pensate?

«Quello italiano è un popolo legato alle tradizioni, e questo fatto non cambia neanche quando si tratta di fare acquisti. L’italiano di mezz’età è ancora abituato ad andare in un negozio come si è sempre fatto e gli acquisti online non sembrano attirarlo più di tanto. Però il problema esiste e soprattutto i ragazzi sono ormai abituati a scegliere comodamente da casa con un clic anche l’abbigliamento. Alcune realtà grandi si sono organizzate anche con la vendita online ma noi non possiamo pensare a questo tipo di commercio, diventerebbe troppo impegnativo. Speriamo sempre in una controtendenza. 

Pare che negli Stati Uniti le persone stiano abbandonando i centri commerciali e alcuni grandi marchi stiano tornando ad aprire dei piccoli punti vendita nei centri storici con la possibilità poi di ordinare la merce online e riceverla lì. Penso comunque che il pubblico abbia bisogno, forse oggi più che mai, di  vivere un’esperienza unica e personalizzata, sentirsi speciale e credo quindi che il negozio con la sua professionalità ed il calore umano, possa essere ancora un punto di riferimento e  di aggregazione per le persone».

di Gabriella Draghi

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