Mercoledì, 18 Settembre 2019

OLTREPÒ PAVESE - L’IPOCRISIA DI CHI RIPARTE ANCORA DAL VIA MENTRE LA POLITICA FA E DISFA NELLA PRIMA ZONA VITICOLA DELLA LOMBARDIA

L’Oltrepò Pavese della vite e del vino si appresta a ripartire dal “via”, come al Monopoli, un’altra volta. Secondo un manager del vino che ho conosciuto a una degustazione a Bologna e che ha recentemente trovato casa in Emilia sarà l’ennesima falsa partenza, condita da slogan, foto di gruppo e qualche pennellata di pubblicità o titoloni, ma che non porterà a niente di nuovo. Questo professionista del settore mi ha spiegato che in Oltrepò il problema è chi conduce le aziende che dettano le regole. «Guarda che brutte etichette mettono in giro, guarda a che prezzi le posizionano, guarda che numeri fanno con gli spumanti Metodo Classico, con il grande Pinot nero o con il Riesling Renano e poi capisci... vorrebbero vendere il vino top che non c’è».

Ma la politica, stavolta, è dalla loro: «Sul ministro non mi esprimo, perché lo stimo, ma Ersaf e Regione Lombardia farebbero bene a concentrarsi sulle incompiute, dal Centro Riccagioia all’Enoteca Regionale di Cassino Po, che sono costate tanto ai lombardi. La prima doveva essere la nuova San Michele All’Adige, struttura d’eccellenza nella formazione, la seconda una vetrina per il territorio lombardo, mentre di lombardo all’interno dell’Enoteca ci sono una manciata di cantine di fuori Oltrepò e qualche fotografia».

D’istinto chiedo al manager dei viticoltori-conferenti delle cantine sociali, la maggioranza silenziosa. Questo per capire se a suo avviso siano soddisfatti e dunque per questo non si ribellino: «Non capiscono e non li ascolta nessuno nel vero senso della parola. I giornalisti chiave se li sono comprati i soliti noti con contratti, bottiglie omaggio e appassionate chat su Whatsapp, come se un contatto da trattare con distacco professionale fosse l’amicone della porta accanto. Chi pensa a chi viene pagato quattro soldi al quintale quando in gioco ci sono poltrone, stipendi, relazioni con i piani alti per chi aveva sempre vissuto a pianterreno? Per costoro i viticoltori sono gli schiavi, quelli che devono sempre sacrificarsi e attendere l’alba di una nuova era che non arriva mai».

Che pessimismo, dico io. Risposta: «Sono ancora ottimista, ho pure visto l’Oltrepò sulle strade del Giro d’Italia con un mezzo da Garden Center, con sopra scritto “Armonie”. Mi è venuto da ridere. Così come mi è venuto da sorridere, provando imbarazzo per lui, quando ho visto il duro leader del Distretto del Vino rientrare in Consorzio su pressing regionale, come se adesso in assemblea del Consorzio si contasse una testa un voto, come lui stesso pretendeva con fermezza anni fa, o come se adesso i piccoli produttori avessero tratti in comune con i dirigenti e gli imbottigliatori da tutto a un euro». Ma in fondo le diaspore non aiutano, obietto io. Pronta la replica: «Fanno bene ad andare per la loro strada aziende come Torrevilla e Vistarino, perché in Oltrepò le partite sono sempre truccate, come le vasche che qualcuno ti fa evaporare in una notte quando schiacci i calli alle persone sbagliate. Chi dà le carte sono sempre gli stessi e usano gli stessi metodi, spacciandosi pure per il nuovo che avanza. Puoi chiamare il miglior allenatore al mondo ma risponderà sempre a chi lo ingaggia, per garantirsi ruolo e stipendio. In Oltrepò in anni strategici hanno avuto il miglior direttore di consorzio d’Italia, Carlo Alberto Panont, ma l’hanno offeso e umiliato cacciandolo, dopo avergli impedito di fare ciò che sapeva. La Regione Lombardia ha contribuito allo step finale, mandandolo via pure da Riccagioia quando funzionava». Ma in questa Italia del vino va male per tutti, o no? «Affatto. Ci sono micro zone di produzione sconosciute ai più fino a un decennio fa che oggi vendono bottiglie realizzando da 3 a 10 volte in più rispetto agli oltrepadani da bosco e da riviera». Cioè? «Ecco un’analisi: la prima zona di produzione vinicola della Lombardia, che solo ultimamente tanto sta a cuore alla politica, produce tra DOCG (poco), DOC (appena appena) e IGT (tantissimo; il vino meno controllato e più tagliabile quasi ovunque e commercializzabile in fretta) il 60% del totale lombardo. L’unica consolazione resta questa, ovvero riempire tante cisterne facendo fatturato e non utile. Se basta questo io sto bene a casa mia e loro staranno sempre peggio a casa loro». Perché? «Quando dovranno discutere cose che spostano interessi economici della lobby, picchieranno nell’urna in assemblea dei soci la loro scheda da 500mila quintali che cadrà ancora come un’incudine sui buoni propositi e le anime belle. Già successo con Classese come nome identificativo dell’Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG, no?». Boh, alla fine la mia degustazione a Bologna si è chiusa con l’amaro in bocca: sarà stato il vino o la tristezza?

di Cyrano De Bergerac

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