Giovedì, 20 Giugno 2019

OLTREPÒ PAVESE - WALTER MASSA FOR DUMMIES: IL GRANDE PENSATORE DEL TIMORASSO E DEL DERTHONA SPIEGATO ALLE SCIMMIETTE DELL’OLTREPÒ PAVESE

L’intervista di Pier Luigi Feltri sullo scorso numero del Periodico a Walter Massa, patron del Timorasso e del Derthona (oggi nomi internazionali), ha fatto molto discutere nei bar di Broni, Casteggio e Santa Maria della Versa. Come al solito, però, si sono udite sintesi alla oltrepadana: “Cust chi al vo’ parlà d’Oltrepò e al fà trì butili”. E allora meglio rispiegare il Walter Massa pensiero alle scimmiette ammaestrate che vivono nella loro armonia: tanta uva, tanta carta, tanto vino che si vende a poco, tanto piagnisteo senza soluzione di continuità. Sì, perché in Oltrepò Pavese l’era Cagnoni è finita (i viticoltori stavano meglio) ma le rese iperboliche dell’era Cagnoni insieme a tutte le storture del sistema salottiero che le tollera sono rimaste lì, come i tanti vini DOC del territorio che possono essere commercializzati in damigiana (sic). Una rivoluzione da Gattopardo.

Primo: Massa da un’idea ha dato identità e valore alle produzioni dei colli tortonesi. Per farlo è partito da un vitigno a bacca bianca, autoctono, il Timorasso, e l’ha messo in bottiglia né in damigiana né in cisterna per far grasso qualche imbottigliatore vendendo sfusi a 70 centesimi al litro.

Secondo: Massa conosce bene l’Oltrepò per frequentazioni giuste e amicizie belle, per questo probabilmente s’incazza a morte nel vedere una terra ricca scegliere di vivere in catene.

Terzo: Massa racconta molto bene la sua svolta: «Quando ho finito di leggere i giornaletti, smettendo di ascoltare ciò che si ‘‘predicava’’ nei bar e ho iniziato a leggere il territorio ho capito che proporre un vino di 11 gradi nel territorio tortonese era un vilipendio. Le vigne del tortonese, come tutte le vigne del mondo, quando sono lette e coltivate con i giusti parametri danno dei risultati molto superiori alle volontà dell’uomo. Qualità, sanità, durata, stabilizzazione. Ho avuto la forza per capire che il mio Cortese non era fatto per la mia bocca… non mi è mai piaciuto, ero obbligato a farlo, io che il vino ho sempre preteso di ottenerlo. Non ho mai fatto parlare di me per quel vino». Così ha svoltato, cambiando strada e alzando l’asticella. Non per i volumi ma per la qualità e l’identità di un vino, il suo Timorasso.

Quarto: Massa ha imparato che perché le denominazioni abbiano valore debbono essere rispettate e non spremute come limoni o mandate avanti come misturoni o elementi burocratici.

Quinto: il nome territoriale basta, se ci si comporta responsabilmente, e crea valore di per sé.

Sesto: gli scandali. Dice Massa: «Gli scandali arrivano quando dietro ci sono i poteri forti che coprono. Però a un certo punto le questioni scoppiano. Questa è storia. Abbiamo visto di tutto, non solo nel mondo del vino, ma in tutto il mondo agrario, anche con le problematiche di igiene e sicurezza, soprattutto nel campo degli allevamenti. Quando c’è troppa gente dietro che ha interessi meschini e noi contadini non abbiamo la forza di reagire perché siamo vessati o siamo ricattati, comunque prima o poi il bubbone scoppia. E quando scoppia non porta benefici a nessuno, perché come hanno coperto prima, hanno la forza di coprire dopo. La forza della Toscana, ad esempio, sono le famiglie commerciali col cervello fino, cominciando con gli Antinori per andare avanti con tutte queste casate che operano da secoli nel mondo del vino di qualità e che hanno contribuito a tirare la volata anche alle realtà più piccole».

Settimo: Massa vorrebbe che l’Oltrepò tentasse a cimentarsi seriamente con il suo vitigno autoctono più prezioso, la Croatina, per fare tornare grande il Bonarda, oggi relegato a vino a 2 euro al supermercato. Per Massa sarebbe il primo cavallo di battaglia dell’Oltrepò.

Ottavo: per Massa Pinot nero vuol dire poco, serve un nome caratterizzante; il Buttafuoco potrebbe poi arricchire la proposta territoriale nel suo areale; per il Metodo Classico Massa suggerisce si faccia una scelta chiara, ovvero se chiamare Oltrepò solo lo spumante che qui nasce oppure solo i vini non spumanti (che si chiami tutto Oltrepò Pavese crea solo confusione).

Conclusione: per Massa «la storia del vino l’han sempre fatta le cantine grosse, che non vuol dire le grandi cantine. Quando uno pensa al lambrusco pensa a Giacobazzi, nessuno pensa a Cinque Campi, Podere Saliceto, Paltrinieri o a Cristian Bellei. Oggi le grosse cantine che operano nel mondo del Lambrusco, quelle da qualche milione di bottiglie all’anno hanno anche delle linee di alta qualità. E il Lambrusco negli ultimi 10 anni ha cambiato la sua storia. La storia l’hanno fatta le grosse cantine».

Quelle che al contrario in Oltrepò mandano sul mercato i vini che costano meno, salvo rarissime eccezioni.

Meditate, gente, meditate! Massa ha parlato di Oltrepò Pavese in modo molto lucido e chiaro. Nel frattempo ai tavoli di confronto interni al Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, che ha perso dalla base sociale ancora grossi alfieri della qualità come Conte Vistarino e Travaglino, ci si divide ancora su quasi tutto. Il caso è disperato, meglio prendersi ancora tempo per lasciare che tutto imploda e che il mercato resti saldamente in mano di chi prende fischi per fiaschi.

di Cyrano De Bergerac

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