Martedì, 11 Dicembre 2018

«L’OLTREPÒ? NON È VINO DA DISCOUNT. È DISCOUNT DEL VINO»

L’altra sera mi ha folgorato così un amico invitato a cena che ne sa molto di prezzi e di marketing. Un amico che lavora in grande distribuzione e che ha quotidiani contatti con produttori, cooperative e imbottigliatori. Mi ha spiegato, facendomi esempi chiari, che il primo problema dell’Oltrepò Pavese, con la sua storia e il suo potenziale vitivinicolo, il suo essere capitale italiana del Pinot nero e della spumantistica Metodo Classico, risiede soprattutto nell’ignoranza di chi arma le invincibili armate.

Ho chiesto cosa fossero e mi è stato risposto che sono quei capitani d’industria che prosperano assicurando di vuotare le cantine dei produttori sempre un po’ prima, precisando però sempre «venendosi incontro con il prezzo» e infischiandosene di quanto producano davvero i vigneti, tanto poi lo sanno tutti che in Oltrepò i conti li hanno fatti tornare come dimostrano le note inchieste che testimoniano solo come siano stati cresciuti ed educati grande parte dei viticoltori.

Si tratta di folte schiere di persone che anziché portare le uve dove si lavorava bene, negli anni le hanno portate dove il canto delle sirene era più forte, dimenticandosi di essere loro stessi padroni di cantine sociali e di un mercato che poteva essere plasmato in maniera molto differente.

Il mio ospite mi ha raccontato che negli anni ’90, suppergiù, il Bonarda più d’immagine dell’Oltrepò, la Rubiosa di Le Fracce, era venduta a 8.000 lire più IVA. Equivale a dire che oggi dovremmo trovare in circolazione buone bottiglie di Bonarda dell’Oltrepò Pavese DOC a 10 euro per ciascuna bottiglia. Nella realtà delle cose oggi di quel prezioso vino, che nasce dal nobile vitigno autoctono Croatina, sapete cosa ne è stato? Me l’ha spiegato il mio amico buyer: con 10 euro il consumatore che segue le offerte continuamente proposte dalle diverse insegne compra almeno 6 bottiglie proposte da imbottigliatori che acquistano un litro di Bonarda delle colline dell’Oltrepò entro una forbice di prezzo che oscilla tra 70 e 80 centesimi al litro, cioè a prezzi da acque minerali prestigiose in vetro senza scomodare quella di Chiara Ferragni come ha recentemente fatto il ministro dell’Agricoltura, Gian Marco Centinaio, spiegando dal canto suo che è incredibile trovare una minerale enormemente più cara di un vino quotidiano dell’Oltrepò.

Davvero è solo colpa dei produttori? Io ho rimproverato al mio amico ospite a cena, molto divertito dal descrivere la «Fattoria degli Animali» che ai suoi occhi è il nostro territorio, che la “sua” grande distribuzione ha precise e pesanti responsabilità nella corsa al ribasso. Lui non si è scomposto, ha sorriso e mi ha detto: «Noi facciamo il nostro mestiere, che ci deve portare a vendere e guadagnare il massimo, sapendo che ogni centimetro a scaffale per noi ha un costo. Certo, non tutti i territori fanno a gara per deprezzarsi come l’Oltrepò. Basta che io chieda e qualcuno che arriva al mio prezzo lo trovo sempre, senza eccezioni. Fuori dalla mia porta, si accalcano anche insospettabili che vedo poi dar lezioni ad altri di mercato, di testimonial e di strategie d’impresa».

Io il mio amico l’ho mandato via senza dessert, ma l’amarezza nel sentire queste cose è rimasta a me che ho rimuginato a lungo sulle sue parole. Ne ho dedotto che l’oltrepadano è debole, senza orgoglio e che si beve qualsiasi storiella venga buttata lì da chi vuole alzare lo sconto.

Mentre tutto questo accade sul nostro uscio di casa, a livello nazionale Unione Italiana Vini ha messo in guardia su quanto sta accadendo, come ha ripreso nella sua rubrica settimanale sul quotidiano Libero il produttore Pierangelo Boatti, patron di Monsupello, l’azienda più premiata dell’Oltrepò nella storia, non a caso rimasta fuori dal Cda del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese all’ultimo rinnovo cariche per evitare – si dice all’enoteca Il Pane di Rosa di Casteggio - di doversi rompere la testa a parlare di spumanti di alta gamma, prezzi giusti e quelle brutte robe lì che fanno andare la pizzata carbonara di traverso.

Boatti nel suo corsivo domenicale ha ricordato che la Commissione Europea ha diffuso le stime sulla produzione di vino e mosti 2018, che confermano le previsioni vendemmiali dell’osservatorio del Vino di Uiv-Ismea, presentate al Ministero ai primi di settembre, da cui emerge che l’Italia sarà il primo produttore in quantità con 49,5 milioni di ettolitri, facendo registrare un +16% sul 2017, davanti a Spagna (47) e Francia (46). Nonostante la bella notizia e a fronte di una vendemmia molto generosa in quantità, c’è un ingiustificato andamento al ribasso dei prezzi dei vini sui mercati. Lo dice Unione Italiana Vini: «Constatiamo con piacere che i dati forniti dalla Commissione Europea sono allineati a quelli diffusi dall’Osservatorio del Vino - commenta Paolo Castelletti, segretario generale di Unione Italiana Vini - . A fronte di questi dati - sottolinea ancora Castelletti - è doverosa una riflessione sull’andamento dei prezzi. Per quanto sia stata generosa questa vendemmia, infatti, denunciamo una riduzione delle quotazioni dei vini all’origine assolutamente ingiustificate e che sembrerebbero frutto di logiche speculative, assolutamente dannose per il settore». Secondo Castelletti, un guru del settore non un uomo da osteria come me, a fronte di una vendemmia leggermente superiore rispetto alla media degli ultimi anni, controbilanciata, però, da un dato sulle giacenze al 1 agosto inferiore del 10% rispetto al 2017, la disponibilità complessiva del prodotto non giustifica le tensioni al ribasso dei prezzi dei vini che si stanno rilevando sui mercati.

In Oltrepò va peggio che altrove. Il giorno prima dell’assemblea di Terre d’Oltrepò, che quest’anno ha pigiato 500.000 quintali di uva (circa la metà dell’intero territorio), un gruppo di soci ha portato all’attenzione delle cronache locali la propria disperazione. I soci parlano di «vergognosa remunerazione» proposta per l’anno 2017 con una media di 59,5 euro al quintale per i conferitori totali e la raffrontano a quella di altre zone vinicole confinanti: 70 euro al quintale per il Gutturnio a Piacenza, 90 euro per l’Asti Barbera DOCG, 105 per l’Asti Moscato. «Se non è aumentato il prezzo dell’uva l’anno scorso, con una produzione di uva estremamente scarsa, temiamo che non aumenterà più – hanno spiegato i dissidenti -. Per il 2018 la situazione sembra ancora più grave, considerata la grande massa di uve prodotte, e ci chiediamo quali saranno i prezzi e se ci saranno le risorse per liquidarci». Il gruppo di soci ha aspramente criticato anche l’acquisizione della cantina La Versa, in cordata con il colosso Cavit (quota 30%): sotto accusa i costi gestionali degli esercizi futuri (63 mila euro di perdita a bilancio 2017 e passivo di 436 mila nel 2018). Il comitato ha spiegato sui giornali: «Vogliamo dimostrare il nostro totale disaccordo nei confronti della dirigenza societaria e tecnica che con è in grado di conseguire l’obiettivo di aumentare il prezzo delle nostre uve, realizzabile solo con politiche di mercato più espansive e aggressive».

Alla fine comunque la maggioranza ha votato diversamente, sperando di poter continuare a sopravvivere visto che le alternative sono poche dopo che la Cantina di Soave era stata indotta a ritirarsi dall’affaire La Versa. Semi monopolio era e semi monopolio deve continuare ad essere, perché piace così.

Terre è il soggetto che in Oltrepò remunera meglio, tuttavia meglio non chiedersi quale sia stata a livello locale la curva calante della remunerazione delle uve da vent’anni a questa parte. Come si fa davvero a capire cosa vogliono i produttori? Le idee sono tante e spesso contraddittorie. Mi sono documentato su Internet. Sfogliando il sito del Consorzio ho trovato nell’area tecnica un interessante studio dell’Osservatorio Wine Marketing a cura dell’Università di Pavia nel quale si legge: «Su quali prodotti vogliono puntare e in quali mercati vogliono essere presenti le aziende vitivinicole oltrepadane nel prossimo triennio? Il Metodo Classico a base Pinot nero, in tutte le sue variazioni e declinazioni, è il vino che viene sentito come più rappresentativo da oltre la metà del campione. Segue il Pinot nero anche declinato in rosso. Il Bonarda è visto ancora da oltre il 40% del campione come vino di punta del territorio, declinazione di rosso fortemente legata alla tradizione e immagine vitivinicola dell’Oltrepò.

Infine è significativa l’intenzione di molti produttori di puntare su un rosso fermo ‘importante’, un vino strutturato sia giovane che da invecchiamento, un blend che possa competere sui mercati nazionali e internazionali con i grandi rossi di altre regioni italiane. Prendendo invece in considerazione i mercati esteri verso cui sono orientate le aziende spiccano Stati Uniti, Germania e Giappone quali punti cardine; in particolare gli States sono stati indicati da oltre un terzo del campione».

Si fa presto a dire “export”, purtroppo meno di un terzo delle aziende del territorio è strutturato per poter far fronte a ciò che comporta in termini di organizzazione, professionalità interne e investimenti. Per di più pesa un fatto: l’assenza assoluta di una percezione vino-territorio.

Se dici Franciacorta dici spumante Classico. Se dici Barolo dici rosso di fama mondiale. Se dici Lugana dici bianco internazionale. Se dici Timorasso dici trend nazionale e storia di riscoperta. Se dici Valtellina dici Nebbiolo delle Alpi. Se dici Oltrepò cosa succede? Laqualunque. Per capirlo mi sono mimetizzato tra i produttori a una recente degustazione guidata e ho chiesto un po’ in giro. Mi sono reso conto di aver scoperchiato una vera Babele. C’è chi non essendo strutturato per produrre Metodo Classico, che richiede comunicare qualità e immagine aziendale (fatica), denigra tra le righe gli sforzi dei colleghi, demolisce il valore aggiunto territoriale del Pinot nero spumante Classico e spinge a fare concorrenza al Prosecco con trent’anni di ritardo, avendo magari il solo argomento di costare un po’ meno. C’è chi avendo molta Bonarda da piazzare e non conoscendo il valore collettivo di una denominazione con tanta storia alle spalle regala il vino della tradizione locale a grandi imbottigliatori professionisti del “primo prezzo”, spiegandoti però con fare democristiano deteriore che ognuno fa il suo lavoro e ha il suo mercato… sì, come se esistesse una Ferrari da 270.000 euro e una da 27.000 euro con lo stesso nome per un target più popolare (vedasi a quanto si vende l’Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG al discount più noto per le svendite del vino). C’è poi chi non producendo Riesling critica chi lo fa, bene, nell’area territoriale maggiormente vocata, spiegando che non si potrà mai arrivare a enormi numeri… sì, perché per l’oltrepadano medio necessita “inondare” non “produrre”. Ci sono poi i produttori di Buttafuoco che capiscono che il frizzantino al supermercato a basso prezzo con lo stesso nome toglie valore al loro rosso fermo importante, un vino da contemplazione, ma non chiudono il cerchio per non scatenare tempeste sui colli di Canneto Pavese.

Non parlate poi di tracciabilità perché le cose sono due: o moltissimi non hanno capito quale sia l’importanza di combattere le frodi oppure a casa loro il sogno è sempre praticare l’aumma aumma… Nelle ultime settimane è poi riesploso il tema dei mediatori, quelli che secondo una base che ragiona così (cioè non ragiona), avrebbero anche loro gravi colpe sul mancato decollo a valore dell’Oltrepò. Al bar di Santa Maria della Versa ho sentito a tale riguardo una frase che non ho capito: «A furia di fare i furbi poi li pizzicano e… ne vedremo delle belle».

Ci sono poi gli ultras del «si froda per disperazione». Ogni re ha il suo regno e ogni pagliaccio il suo circo. In realtà l’Oltrepò Pavese deve gioire perché ha realizzato alla perfezione il suo disegno: è il discount del vino che vuole essere, nonostante la foglia di fico del fatato Tavolo Regionale, dove si fabbricano parole e non arrivano investimenti, meritocrazia e riforme in termini di «contano tutti» e non «contano in pochi». A Broni, durante un pranzo di lavoro, ho sentito un signore sulla cinquantina che spiegava durante un’animata discussione che se la Regione avesse voluto far qualcosa per l’Oltrepò Pavese non avrebbe lasciato spegnere per anni il Centro Riccagioia, non avrebbe abbandonato al proprio destino la prima Enoteca Regionale della Lombardia a Cassino Po di Broni, non avrebbe trattato un problema politico come l’Oltrepò come un fatto tecnico: «All’Oltrepò non serve dire la sua, perché l’ha fatto per oltre trent’anni con risultati evidenti. All’Oltrepò servono una guida e regole ferree tra i produttori. L’autogoverno è impossibile.

Il ministro Centinaio se la sente di dettarle? L’assessore Rolfi riesce a completare la trasformazione da Clark Kent a Superman e picchiare i pugni su quel tavolo al quale tutti sembrano andar d’accordo per finta? Qualcuno se la sente di prendere il toro ubriaco per le corna?». Senza un intervento forte si generano solo balletti e leccaculismi. Chi vive sperando…

di Cyrano de Bergerac

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