Lunedì, 10 Dicembre 2018

ROVESCALA - «SE FOSSIMO NEGLI STATI UNITI QUESTO SAREBBE UN LUOGO DI ECCELLENZA»

Rovescala, pur trovandosi in territorio di prima collina, è situato a cinquanta minuti di automobile da Voghera, città riconosciuta come capoluogo dell’Oltrepò. Già questo dettaglio sarebbe sufficiente ad aprire un tema, quello della cronica carenza infrastrutturale, che più volte abbiamo avuto modo di affrontare su queste pagine. Luogo di singolari commistioni: è Piacentino, per i vogheresi; è addirittura Piemonte, per i piacentini. A suo modo una terra di confine; anche se appare arduo, oggi, tracciare una demarcazione etnografica ben precisa. Ci aiuta in questo tentativo Ben Pastor, affermata scrittrice naturalizzata statunitense (il suo nome, all’anagrafe, è Maria Verbena Volpi). Laureata in Lettere con indirizzo archeologico, a lungo ha insegnato presso prestigiose università americane. I suoi romanzi sono pubblicati in tutto il mondo; ma da alcuni anni ha scelto di eleggere Rovescala a propria dimora. Perché intervistarla su questo tema, e non a proposito delle sue tante e strepitose pubblicazioni? Perché chi arriva in Oltrepò da straniero, e si integra alla perfezione nelle comunità esistenti, può offrire un punto di vista certo ben diverso rispetto a chi vi è nato e vissuto incessantemente. Il dibattito sul rilancio del territorio non può prescindere da queste voci.

Perché scegliere di vivere in Oltrepò, e in particolare a Rovescala?

«Le decisioni che portano a scegliere il luogo dove vivere possono essere molto diverse, personali, professionali, legate alla salute anche, a volte. Nel nostro caso volevamo trovarci al di fuori di un contesto in cui né io né mio marito Gigi ci riconoscevamo. Dopo aver passato tutta una vita negli Stati Uniti (evitando sempre le città più grandi), fino a una decina di anni fa vivevamo a Monza, che per quanto sia provincia indipendente è parte integrante di Milano. Dove si va quando si è transfughi di Milano? Abbiamo iniziato a cercare prima più vicino, poi sempre un più lontano, fino a quando abbiamo scoperto l’Oltrepò».

Cosa cercavate?

«Cercavamo un luogo fuori dalla città ma non troppo lontano, che potesse offrire dei servizi basilari non troppo lontani. La possibilità di avere un giardino, una bella vista e soprattutto un contesto congeniale, cosa che la città non necessariamente è in grado di offrire».

Conoscevate già, in precedenza, questo territorio?

«Io conoscevo l’Oltrepò, ma ne avevo un’idea sbagliata. Quando ho scoperto che c’erano fior di colline, mi sono detta: caspita, qui c’è quello che cerchiamo. Vicino a importanti vie di comunicazione, alle ferrovie, che ti possono portare ovunque. Così abbiamo focalizzato la ricerca da queste parti».

Pensa sia un territorio attrattivo, il nostro? Quali potrebbero esserne i punti di forza?

«Del tutto sì. Dico spesso che se fossimo negli Stati Uniti questo sarebbe il luogo di eccellenza per chi vuole lavorare in città, cosa che mio marito ha continuato a fare per anni, come molti. Poi, qui c’è un mix di caratteristiche abbastanza interessante, se non addirittura inedito. Per esempio, c’è l’aspetto storico: l’Oltrepò è una delle regioni più incastellate d’Italia, più della Toscana. Cosa che per molti è un valore aggiunto. C’è una tessitura storica di notevole spessore, molto spesso sconosciuta anche ai locali».

La stessa casa che avete scelto è un luogo storico.

«La Campana di Ferro, la nostra casa, è del ‘500. Pur non essendo un castello, quindi, ha una certa età. Era dei Malvicini Fontana originariamente, una delle case di campagna costruite da Erasmo III il Pio. Sembra sia stata anche una dogana».

La dogana del ‘’Vecchio Piemonte’’, regione storica di epoca savoiarda.

«Ci chiamano ancora “piemontesi”, i vicobaronesi…».

Punti di debolezza, invece, riguardo l’attrattività del territorio?

«Ce ne sono ovunque, premetto. Forse, devo dire, una copertura veramente a macchia di leopardo per quanto riguarda l’alta velocità della rete digitale, ma anche le comunicazioni telefoniche. Ci sono intere aree che non sono ben coperte o che non sono coperte affatto. Un problema anche per chi viaggia, per chi visita questi territori. Anche la copertura televisiva, del resto, non è delle migliori. Trasferendoci qui abbiamo perso d’emblée almeno trenta canali televisivi, perché la trasmissione del segnale dal Penice non è delle migliori».

Però in Oltrepò, come in buona parte del resto d’Italia, è in arrivo la banda ultralarga (a Rovescala, entro il 2020, la velocità della rete sarà portata a 100 mbps nel 97% delle abitazioni).

«Né mio marito né io siamo particolarmente attaccati alle televisioni, ma siamo molto interessati alla velocità della rete per poter scaricare documenti o filmati storici. Per noi è anche una questione di carriera. Mia figlia vive nel Vermont: uno stato lontano dai grandi centri, al confine col Canada, a otto ore da New York, dove però la rete è velocissima e tutto quello che si deve fare in rete è istantaneo. Sarebbe auspicabile, se non la stessa cosa, almeno un miglioramento».

Non dimentichiamo, poi, le condizioni della viabilità, comuni a molte provincie.

«Questo sicuramente! Chiunque debba andare da qui alla Campana di Ferro, come me, ne sa qualcosa. Il dilemma credo sia soprattutto legato al frazionamento delle responsabilità. Il Comune non è responsabile. La Provincia dice di non avere soldi. Il risultato è che nessuno ripara le strade e dopo un po’ le condizioni diventano difficoltose. C’è una buona cura, devo dire, delle acque. Almeno dalle nostre parti. Lungo le strade, lungo i vigneti, trovo ci sia ordine».

Da parte dei privati, soprattutto. Mi riferisco a quegli agricoltori che, tenendo in ordine il terreno agricolo, hanno tutto l’interesse di mantenere anche una certa efficienza nella regimentazione delle acque.

«Questo fa una grande differenza, perché si sa quali dissesti possano seguire l’incuria».

Un senso di responsabilità che consegue il legame che la gente d’Oltrepò ha con le proprie tradizioni e con il proprio territorio.

«In Italia siamo ridotti generalmente o a una grande agricoltura intensiva di carattere industriale, o dall’altra parte a una specie di giardinaggio aristocratico, persone che interpretano il ruolo di “campagnolo di elezione”. Qui, invece, ancora ci si guadagna da vivere lavorando in campagna. È interessante essere fra persone che realmente hanno l’agricoltura a cuore; cosa che accade molto spesso negli Stati Uniti, per esempio».

Nel suo lavoro di scrittrice le è mai capitato di avere da questi luoghi, o da questa gente, un qualche spunto di ispirazione?

«Non sono mai stata legata al territorio nel mio lavoro. Ho vissuto e lavorato per 34 anni in maniera stabile (e ancora oggi alternata) negli Stati Uniti, e ho sempre dovuto mettere una distanza fisica e anche psicologica fra quello che vivo e che scrivo. Devo scrivere di altrove. Non è che non apprezzi questo genere di vita o di gente, in realtà molto spesso nei miei romanzi si parla di piccoli centri, ma in contesti diversi, mitteleuropei, generalmente bellici. Vero è che lo scrittore studia chiunque incontri. C’è sempre una peculiarità nella persona che ti trovi davanti, che poi ti torna in mente».

Lei è abituata a descrivere molto minuziosamente i personaggi dei suoi romanzi. Ha avuto modo di notare qualche aspetto caratterizzante e tipico della gente d’Oltrepò?

«Senza alcun giudizio antropologico ma come semplice osservazione, credo in parte che il carattere sia legato all’idrografia e all’orografia, ai fiumi e ai monti. Chi abita in pianura, e specialmente lungo il Po, è essenzialmente una persona legata ai mercati. I mercati delle vacche di una volta, luoghi di scambio culturale oltre che economico. Oggi con la rete autostradale questi luoghi sono aperti a un ventaglio che va dal confine francese a quello sloveno, per non parlare di Svizzera e Austria. Il riferimento caratteriale fa pensare a persone generalmente aperte, gioviali, interessate.»

E la gente di collina?

«Ma man mano che si sale, verso la collina e in particolare quella più impervia, si incontra un mix: c’è sempre apertura e spigliatezza, ma inizia anche un certo riserbo. Legato al fatto che le comunità sono spesso molto piccole. Una comunità piccola, ovunque nel mondo, funziona così. Le cose diventano interessanti man mano che si va verso l’interno, dove si incontrano posti amabili, ma sicuramente più legati a un punto di vista conservatore. Si sente molto, venendo da fuori, non lo sgarbo - che qui non c’è mai - ma la sensazione di essere forestieri, stranieri, visitatori».

In che misura lei, cittadina del mondo, si sente parte di tutto questo?

«Ho vissuto in troppi luoghi per essere di un luogo, ma amo tutti i luoghi in cui ho vissuto. E in questo mi trovo evidentemente molto bene. È un fattore di età, probabilmente, ma anche di benessere. E di rapporti con le persone. Come dice mio marito, abbiamo fatto più amicizie qui in un anno di quante ne avessimo fatte nel milanese in quattro anni. Erano tutti molto più superficiali: buongiorno, buonasera, come sta, incontrandosi sulle scale. Qui non è così».

Le capita di ospitare qui amici provenienti dall’estero?

«Certo, assolutamente».

Quali le impressioni?

«Da parte degli americani le opinioni sono sicuramente non solo positive ma meravigliate, anche se si tratta di persone colte e viaggiatrici. Il Gran Tour americano è ancora orientato verso Firenze, Venezia e Roma. Qualsiasi luogo che non sia il Lago di Clooney o le Cinque Terre, che ormai sono diventate emblematiche, è per loro totalmente ignoto. Questo mette in discussione quanto l’Oltrepò sappia pubblicizzarsi al di là i confini regionali e italiani».

Forse ben poco anche entro i confini regionali…

«Diciamo che può essere anche un segreto da tenersi stretto, per potercelo godere così com’è! Però capisco che sia un forte limite per lo sviluppo».

È un punto di vista legittimo anche il voler mantenere un certo rapporto primordiale con il territorio. Se non per egoismo, per banale gelosia.

«I comportamenti sono stranamente difformi. Da una parte ci sono quelli che vogliono tutti i servizi della città senza la città. La critica che spesso muovono i milanesi è l’assenza di servizi. Dall’altra parte ci sono quelli che essendo venuti qui e avendo trovato una consonanza con il luogo, ne diventano in qualche modo gelosi, tanto quanto i nativi. Sono due interessanti risposte. Credo ci siano quelli che pur avendo lasciato città ne provano nostalgia, e quelli che essendo venuti qua ed amandola non vogliono diventi come la città. Fatto però salvo che per tutti, credo, è una vera fonte di preoccupazione la chiusura di banche, ospedali e uffici postali. Se non hai l’automobile in Oltrepò non puoi gestirti bene. Questo è un altro shortcoming».

Questa è ancora una terra di confine?

«Secondo me sì, totalmente. Le persone di qui non sono piacentine, e non sono pavesi: sono loro stesse. C’è una specie di identità collinare, ecco, pure con tutte le differenze e magari le inimicizie che possono esistere fra paesi vicini. È una realtà abbastanza singolare, dovuta credo al fatto di aver avuto qui, in passato, un confine di stato».

Per molti decenni l’Oltrepò Pavese è stato visto come luogo di riposo per il fine settimana per quelle famiglie provenienti dalle grandi città che hanno acquistato qui la propria seconda casa. Un trend oggi arrestatosi.

«Io lo chiamo ‘‘colonialismo immobiliare’’, e l’ho visto anche altrove, come in Abruzzo dove ho parzialmente le mie radici. Nei primi tempi che vivevamo a Rovescala ci chiedevano se fossimo qui solo per l’estate… Abbiamo, in realtà, dovuto anche rendere la casa vivibile per tutto l’anno. I milanesi che la possedevano prima avevano una piccola cucina che serviva solo per l’estate, non avevano messo i doppi vetri… abbiamo dovuto fare un winterizing della casa».

Quando parla di colonialismo immobiliare pensa anche a un territorio che in qualche modo viene ‘‘depredato’’ di qualche ricchezza?

«Guardiamo il bicchiere mezzo pieno. Spesso chi viene da fuori, e può permettersi una seconda casa, ne tiene cura. Molti rustici, molte casa vecchie se non antiche, e addirittura intere zone sono a rischio abbandono. Il recupero, che molto spesso è filologico, diventa molto importante. Il bicchiere mezzo vuoto sta nell’assenza, spesso, di una lealtà, principalmente economica, al territorio. Noi cerchiamo principalmente di comprare localmente, ci sembra importante».

Cosa può dire a proposito dei suoi interessi archeologici? Nei prossimi giorni sarà impegnata proprio dalle nostre parti, negli scavi di Rivanazzano Terme.

«Li ho scoperti per caso attraverso una mia ex vicina, specializzanda in Archeologia. Ci siamo riviste nella Biblioteca di Rovescala, e mi ha parlato di questa villa romana. Per me è l’occasione di ricordare o di reimparare alcune tecniche dell’archeologia. In realtà, tranne negli ultimi due anni, ho sempre cercato di portare avanti questo interesse. In Friuli, in Toscana, nella Piana di San Martino. Non conosco bene l’Oltrepò da un punto di vista archeologico, ma ho scoperto che esiste una realtà varia e significativa, non necessariamente valorizzata e studiata. Si tratta di un lavoro quasi inedito, benvenuto e benemerito».

In effetti da molti decenni è venuto un po’ a mancare l’interesse per questo tema. Forse anche perché poche sono state, in questo lasso di tempo, le voci autorevoli provenienti dal nostro territorio in questo panorama. 

«Per Rovescala il nome di Fagnani è importante, perché è stato un docente e anche un grandissimo appassionato. Ha molto attentamente studiato il rovescalese».

Cosa riguarderà il prossimo lavoro a Rivanazzano?

«Per quanto ne so si tratta di una villa, con sezione rurale e signorile, che ha avuto una sua fioritura nel IV secolo dopo Cristo. Un periodo di passaggio, molto intrigante. Si trovava ai piedi della collina, vicino ad un’arteria importantante come la via Postumia, prosecuzione dell’Emilia. Quello che mi piacerebbe scoprire, partecipando come volontaria ad uno scavo molto ben avviato, è quanto emblematico possa essere questo sito. Capire come era la villa di Rivanazzano può darmi l’idea di quelle che potevano essere le dimore rurali dell’Oltrepò in generale. Per esempio in Friuli, dove c’erano esigenze diverse, ho osservato che le ville erano fortificate. Qui probabilmente no».

Un’ultima battuta su un tema, quello della valorizzazione del territorio collinare, che aveva portato l’Amministrazione Provinciale, nel 2013, a lanciarne la candidatura a sito Unesco, sulla scia di un progetto portato avanti con successo nel Roero. Ha un’opinione in merito?

«Una delle condizioni per ottenere il riconoscimento dell’Unesco è aprire il sito alla conoscenza estera. Credo che la prima domanda da porsi dovrebbe essere se questo aiuterebbe l’Oltrepò a ottenere certi risultati economici. Per esempio, nel Roero, che non è molto lontano da noi, c’è stato un ritorno notevole? Se sì, allora vale la pena. Ma per lo straniero, e in particolare per gli anglosassoni che conosco meglio, non basta la bellezza, la squisitezza, l’unicità del luogo. How do I get there? Come ci arrivo, dove sto e cosa faccio, cosa vedo? Non solo cosa mangio e cosa bevo. Forse qui siamo troppo avvitati intorno al tema delle specificità enogastronomiche. Ma lo straniero vuole anche altro. Dove passi la notte, come puoi andare dal punto a al punto b? Queste sono davvero cose basilari che però non sono mai in cima alla lista di chi richiede questi riconoscimenti».

Peraltro, altri territori collinari hanno imitato questo tentativo. In rampa di lancio c’è il Chianti Classico, che punta a concretizzare la candidatura entro l’anno. A quali modelli guardare?

«C’è anche un tema di marketing territoriale. Come vendiamo le nostre bellezze e i nostri prodotti all’estero? Esiste un web-siting importante? Devo già conoscere un territorio prima di decidere di visitarlo, non vado a scoprirlo sul sito dell’Unesco. Per esempio, se io desidero visitare un luogo come la Bretagna, so che c’è un lavoro già fatto e disponibile, ancora prima di partire, in parte grazie alle guide e in parte grazie a quello che le comunità bretoni mettono a disposizione dei visitatori. Sono capacissime, seppur isolate -  a seicento chilometri da Parigi! Se mai l’Oltrepò dovesse diventare diverso potrei trasferirmi in Bretagna…».

 di Pier Luigi Feltri                    

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