Lunedì, 10 Dicembre 2018

OLTREPÒ PAVESE: IL SILENZIO DEI PERMALOSI

Una delle prerogative del nostro giornale è sempre stata quella di dare spazio, in maniera il più possibile bipartisan, alle varie realtà istituzionali sparse sul territorio: sindaci, assessori, maggioranze e opposizioni. Abbiamo cercato – e continuiamo a farlo – di sentire tutti, con particolare attenzione all’etica che impone di concedere il diritto di replica alle parti chiamate in causa. Non abbiamo la presunzione di avere sempre operato bene, abbiamo fatto degli errori, ma in buona fede. Qualche lettore attento avrà notato che da un po’ di tempo sulle nostre pagine mancano alcune “voci” istituzionali, sindaci o politici locali le cui ultime interviste o dichiarazioni si trovano stampate su carta ormai sbiadita. Il medesimo lettore, attento e magari curioso, potrebbe essersi chiesto il perché di certe latitanze… “come mai il mio sindaco non parla mai?” oppure “ma perché non danno mai spazio alla minoranza del mio paese?”, oppure ancora “la situazione qui è uno schifo ma perché non dice niente nessuno?”. Tutte domande legittime che qualcuno di voi lettori potrebbe essersi fatto. Per non lasciare che le risposte, come cantava Bob Dylan, “soffino nel vento”, teniamo a specificare che la ragione di certe assenze non dipende tanto dalla nostra volontà o dall’intenzione di discriminare, quanto dalla renitenza al confronto da parte di alcuni. Le ragioni sono le più disparate. C’è chi si dice in disaccordo con la politica del nostro giornale, chi si è sentito offeso da un articolo o da un editoriale per non dire da un semplice titolo, magari quello della sua stessa intervista.

Il campionario della permalosità è ampio e variegato. C’è chi accorda interviste ma poi non accetta le domande, come se queste dovessero essere concordate a suo beneficio, oppure chi non risponde più al telefono, o ancora chi dice che prima di rispondere deve consultare i colleghi di partito o di consiglio, il suo segretario, la moglie o l’oracolo di Delfi. Secondo altri poi siamo “troppo comunisti” oppure “troppo fascisti”, “filoanimalisti” oppure “filocacciatori”. Ci sarà anche chi, forse, non parla perché non ha semplicemente qualcosa da dire.  Beninteso: il non parlare con noi è una scelta legittima che non contestiamo nella misura in cui rientra nella libertà personale di ciascuno. Nessuno è tenuto a parlare con la stampa “brutta e cattiva” se non ne ha voglia o se reputa il nostro un giornale non valido. Quello che invece discutiamo e che dovrebbe invitare a riflettere un po’ tutti, giornalisti compresi, è la “strana” concezione che alcuni politici mostrano di avere del rapporto con la stampa, spiegabile a parer nostro da una parte con un discutibile senso delle istituzioni e dall’altra con un’idea distorta del ruolo del politico nei confronti dell’opinione pubblica. L’impressione è che il rapporto con la stampa venga troppo spesso vissuto più come una occasione di propaganda che come un confronto con il pubblico mediato da una figura, quella del giornalista, che avrebbe anche il diritto-dovere di mettere in difficoltà il suo interlocutore.

E qui un mea culpa lo dovremmo fare anche noi giornalisti, perché se alcuni politici si sono disabituati alla prassi di un rapporto con la stampa basato su un confronto anche acceso ma costruttivo, la responsabilità è soprattutto della categoria. Forse troppo presi dalla crisi, dalla preoccupazione di riuscire a vendere tutti gli spazi pubblicitari (fondamentali per la sopravvivenza di una testata, soprattutto se free press), forse per non avere troppe grane o semplicemente per riuscire a campare in un mondo dove il precariato - ahi noi - sembra essere diventato regola, ci siamo dimenticati alcune regole fondamentali di questo mestiere, come ad esempio il fare anche le domande scomode. Siamo diventati troppo accondiscendenti, ci siamo un po’ impigriti, messi in panciolle, a disposizione dell’interlocutore di turno. Se il ruolo del giornalista deve essere quello del cane da guardia e non da compagnia ecco, diciamo che, probabilmente a causa della troppa vicinanza tra istituzioni e stampa in una realtà piccola e provinciale come la nostra, ci siamo un po’ lasciati addomesticare. Tanto che qualcuno deve aver confuso il nostro ruolo con quello degli uffici stampa non comprendendone più la differenza e decidendo con un’alzata di spalle di poter rinunciare al dialogo o al confronto con chi, da “Fido” disobbediente, non riporta il bastone dopo il lancio.

di Christian Draghi 

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