Martedì, 11 Dicembre 2018

LA PIÙ GRANDE AZIENDA DELL’OLTREPÒ PAVESE : IL VINO.- «QUANDO INCOMPETENZA E PREPOTENZA SOVRASTANO IL BUON SENSO»

Marco Bertelegni è l’enologo dell’Azienda Monsupello, ma è anche una delle voci più chiare e schiette del mondo vitivinicolo oltrepadano. Bertelegni esprime i suoi concetti senza stucchevoli giri di parole, li esprime in modo chiaro e comprensibile, senza usare il “politichese”, ancora e purtroppo, tanto caro a molti operatori del vino in Oltrepò, che si “barcamenano” nel dico e non dico, che ondeggiano nel vorrei dire, ma poi… No, Marco Bertelegni, giuste o sbagliate siano le sue idee, ognuno ha in proposito la propria opinione, in questa chiacchierata, esprime in modo chiaro, senza mai essere ruvido, la sua “ricetta” per smuovere e rilanciare la più grande azienda dell’Oltrepò: il vino.         

Tutte le aziende uscite dal Consorzio hanno le loro motivazioni, alcune comuni altre eccezioni. Perché Monsupello è uscita dal Consorzio?

«Perché non ci sentiamo rappresentati, noi come altre100 aziende in Oltrepò, alcune uscite adesso alcune uscite 3 anni fa, da un Consorzio gestito da rappresentanti di aziende che fanno vino commodity e che non tutelano chi lavora seguendo certe direttive qualitative e facendone una vera promozione su mirati vini che devono fare da traino per il territorio».

Fuori dai denti, la sua non riconferma tra gli eletti del Consorzio è stata vista da molti come la quantità che vince contro la qualità. I paladini della qualità avranno pensato che se neanche l’ultimo baluardo  non viene eletto ce ne andiamo perché non siamo più rappresentati. è così oppure è un’altra storia?

«Nelle zone dove si fa qualità ad esempio il Chianti, il Consorzio è in mano ai produttori e a chi fa filiera e a chi fa produzioni che hanno anche un’ immagine sul mercato nazionale. In Oltrepò non succede così, chi fa vino sfuso e vini commodity a 1euro, 1euro e 50 ha la prevalenza ed ha più potere decisionale rispetto a quelle aziende che invece vogliono ribaltare la situazione. Quando incompetenza e prepotenza sovrastano il buon senso».

Un territorio così importante come il nostro, senza un consorzio con tutte le conseguenze del caso che ne derivano è comunque qualcosa di negativo. Concretamente secondo lei qual è la strada imprenditoriale e commerciale per riunire il maggior numero possibile di aziende nel Consorzio ( premesso che di dissidenti ce ne saranno sempre….)?

«Assolutamente negativo, si possono fare associazioni o distretti, ma l’unico ente in grado di fare tutela e promozione del territorio in Oltrepò come in tutta Italia è il Consorzio. Monsupello è stato negli anni ‘70 tramite Carlo Boatti tra i fondatori di questo Consorzio e  ha combattuto negli anni 2000 con Pierangelo Boatti per altre faccende nel Consorzio, non si è mai distaccata dal Consorzio fino ad oggi dove siamo arrivati ad un punto dove non c’è più dialogo,  esiste solo prepotenza quindi è stata inevitabile la rottura. La prima cosa da fare è cambiare le regole di rappresentanza all’interno del Consorzio e di voto, deve essere cambiato a livello ministeriale il regolamento del Consorzio, ora i voti vanno in base alla quantità e non alla qualità, la maggioranza è legata a chi fa più prodotto. Ci si vanta di fare milioni di bottiglie ma la mia domanda è, qual è il margine? Far milioni di bottiglie e non “portare a casa margine” e far morire di fame il viticoltore che deve svendere il proprio prodotto per stare in piedi… non è un territorio che funziona».

In Oltrepò sempre tutti onesti ed innocenti. Con l’erga omnes i controlli venivano effettuati attraverso il Consorzio. Se cade l’erga omnes chi effettuerà i controlli? meglio o peggio non so… secondo lei questa possibilità può ricompattare il numero degli associati del consorzio?

«Se cade l’erga omnes tutto passa in mano alla regione, io posso dire che noi oggi non abbiamo nessun problema a farci gestire e controllare dalla regione».

Monsupello è l’azienda agli antipodi del vecchio Oltrepò nel fare il vino. Monsupello è bottiglie e non vino sfuso, è qualità e non quantità. La vostra strada la ritiene percorribile anche per una grande cantina come Terre d’Oltrepò?

«Assolutamente sì. È innanzitutto necessario indirizzare i viticoltori a lavorare su una linea qualitativa, con produzioni ad ettaro inferiori e con prodotti di maggior struttura e complessità, per fare questo ci deve essere obbligatoriamente un incentivo sul prezzo delle uve, non avrebbe senso produrre meno e percepire meno… è necessario partire così, ci sono molti esempi di Cantine Sociali che fanno questo, basti guardare l’Alto Adige, la cantina sociale Girlan che ogni anno è recensita nelle migliori guide, dove si va ad incentivare maggiormente la qualità, la si va a pagare e dove escono bottiglie destinate alla ristorazione e non allo scaffale ad 1euro e 50. Per quanto riguarda il territorio io vedo Torrevilla che lavora in questa direzione, o meglio sta lavorando da fine anni 90 applicando un progetto di qualità delle uve, indirizzando i soci come produrre e ha fatto una zonazione territoriale dei propri vigneti proprio per andare a trovare zone più vocate che diano determinati prodotti. Sono passati 20 anni e sta raggiungendo dei buoni risultati. Torrevilla è dal 2000 che fa una selezione di uve raccolte in cassetta per fare delle basi spumanti importanti, c’è gente che nel 2018 deve ancora attrezzarsi per gestire la raccolta in cassetta…».

Terre d’Oltrepò sta facendo a suo giudizio abbastanza per vendere in bottiglia oppure no ( fermo restando che una parte di sfuso dovrà sempre esserci)?

«Non so cosa faceva prima per dire se ora sta facendo abbastanza, poco o tanto…Di parole se ne sentono molte…Chiaramente ora Terre d’Oltrepò deve rifarsi una verginità dopo un periodo difficile a livello giudiziario e dove il marchio è andato incontro a seri problemi d’immagine, chiaramente quindi non ha una posizione facile, ma bisogna pur capire che va bene partire pian piano e con i piedi di piombo ma a volte svendere un prodotto può arrecare  a volte più danno che guadagno a livello d’immagine».

Perché Monsupello usa il marchio aziendale e non la denominazione del Consorzio?

«Perché Monsupello ha iniziato dagli anni ‘80 a vendere vino in bottiglia, vini importanti e riconosciuti, il marchio Monsupello è sinonimo di qualità e garanzia, oggi più apprezzato del marchio Oltrepò Pavese. Per noi essere associati a tipologie di vino scadenti che vengono svenduti sarebbe controproducente. Un esempio concreto che il titolare Pierangelo Boatti mi racconta, è che in certe zone d’Italia se proponi un vino Oltrepò Pavese in alcune enoteche non ti fanno neppure entrare, non interessa, se invece proponi il marchio Monsupello, ad esempio nella regione Lazio e a Roma, è qualificato e conosciuto». 

Secondo lei con il nuovo presidente del Consorzio ci può essere un ricompattamento anche dei dissidenti ed un ritorno degli stessi nel Consorzio e soprattutto Monsupello che posizione ha?

«Il nuovo Presidente è prima di tutto un amico, eravamo un binomio anche nel passato consiglio e gli auguro di poter lavorare e portare avanti al meglio i progetti di questo Consorzio. Monsupello e Bertelegni appoggiano la persona di Luigi Gatti, perché persona integerrima e corretta ma non appoggiano al momento il Presidente, appoggiano l’amico e non il ruolo istituzionale».

Molti produttori di vini dicono che c’è troppa burocrazia, burocrazia che dovrebbe tutelare gli interessi dei consumatori. La troppa burocrazia è una scusa per avere meno controlli oppure è una realtà che non agevola i produttori? Cosa fare per semplificarla?

«è una problematica reale e concreta, è necessario snellirla e velocizzarla. Di contro la burocrazia e i controlli sono indispensabili per far si che si lavori in un clima di concorrenza leale cosa che fino ad oggi non è avvenuta e le vicende giudiziarie ne sono un esempio».

Tutti pronti a dire “La politica non deve interferire con l’imprenditoria” ma quando ci sono crisi o problemi nel mondo del vino tutti dicono “la politica non fa niente”. Secondo lei la politica dovrebbe partecipare più attivamente nel dare supporto ed indirizzo al mondo vitivinicolo o dovrebbe starne fuori?

«La politica sino ad ora ha fatto solo disastri, ha privilegiato i bacini maggiori di voto e appare solo quando si è in campagna elettorale. Mi auspico che oggi la politica possa intervenire a sanare questa situazione, fiducioso del fatto che abbiamo un Ministro dell’Agricoltura del territorio e presente nel territorio. Ricordo Zaia quando da Ministro fece tante cose per la sua terra ed il Prosecco, speriamo Centinaio faccia lo stesso e che possa dare un giusto valore alle aziende che vogliono lavorare in un determinato modo e si possano selezionare delle denominazioni di qualità e non di quantità».

Monsupello è molto capillare nel settore HoReCa. Quanti anni di lavoro sono stati necessari per raggiungere questo posizionamento molto importante di riconoscibilità del vostro brand e del vostro prodotto?

«Tanti anni è dagli anni ‘80 che Monsupello mette in commercio solo bottiglie, già negli anni ‘70 Monsupello esportava il suo rosso Oltrepò in America all’Enoteca Italiana di New York. Monsupello poi ha sempre cercato negli anni di spingere attraverso una comunicazione mirata questa sua peculiarità. La presenza dell’azienda su guide del settore a lungo andare ci hanno dato risultati tangibili sulle vendite ovviamente con vini sempre all’altezza».

Tutti parlano di vendere in bottiglia, di vendere vino più caro e di avere più marginalità. La realtà è che  nella  GDO in questi mesi, settimane e giorni ci sono vini dell’Oltrepò in offerta a prezzi veramente bassi, forse troppo… Cosa ne pensa in proposito?

«Visto la quantità di produzione che si fa in Oltrepò è indispensabile vendere anche in grosse quantità e a prezzi bassi, ma è necessario fare una diversificazione, non posso per esempio svendere a prezzi bassi un Pinot Nero Docg. Il Pinot Nero Docg, che oggi dovrebbe essere la punta di diamante della produzione, è stato venduto nella grande distribuzione, con tanto di fascetta al di sotto dei 5 euro. Se questo deve essere il prodotto traino allora di cosa stiamo parlando? Oltre a non aver capito niente facciamo un danno a tutto il territorio. Potresti svendere un Igt spumante o un Vsq sugli scaffali della grande distribuzione, ma un Docg no».

Molti in Oltrepò sparano contro gli imbottigliatori ma che piaccia e non piaccia fanno il loro lavoro e sono una valvola di sfogo per le eccedenze… Qual è la sua opinione?

«La penso esattamente così, gli imbottigliatori fanno il loro lavoro necessario per le eccedenze, sono “gli svuota cantina” ed è giusto che ci siano, con tutto il prodotto che viene fatto in Oltrepò Pavese. Il punto è un altro: devono essere create delle denominazioni e delle selezioni  di un certo valore dove l’imbottigliatore non ci deve mettere mano. L’imbottigliatore è giusto che venda determinati prodotti, il Bonarda base , Il Pinot Nero Igt o il Resling Igt, ma altri prodotti no, o almeno non sotto a certi prezzi.  Tutti puntano il dito sugli imbottigliatori e su Terre D’Oltrepò… è vero purtroppo loro determinano e non permettono che decollino i prezzi ma  non sono sempre loro la causa di tutti i mali,  spesso è anche la cattiva gestione di diverse aziende private… sugli scaffali della grande distribuzione  mi è capitato di trovare prodotti di aziende private in linea con i prezzi degli imbottigliatori…».

Cosa può fare il Consorzio per bloccare lo strapotere di chi determina i prezzi di vendita?

«Il Consorzio non ha nessuna possibilità perché i soci di maggioranza del Consorzio sono coloro che hanno la maggior parte dei loro introito derivanti dalla vendita dello sfuso che va agli imbottigliatori. L’unica cosa che si può fare è fare più tutela e controlli incrociati dagli scaffali e poco a poco creare politiche per alzare il prezzo della vendita dello sfuso affinchè anche l’imbottigliatore aumenti il costo delle bottiglie, ma è un lavoro macchinoso e lungo. Fondamentale oggi è iniziare a indirizzare i produttori e i viticoltori a lavorare in altro modo e pagare le uve in modo differentemente per il valore che hanno, non puoi equiparare allo stesso prezzo le produzioni  di massa di pianura con quelle vocate di collina…».

In Oltrepò si produce una  grande  diversità di vini con una grande diversità di vitigni. Quali sono i vini sui quali dovrebbe puntare l’Oltrepò per identificarsi e identificare il territorio Oltrepò?

«L’Oltrepò è una terra stupenda con un potenziale vinicolo enorme, grandi uve che ti permettono di fare grandi vini, che però è diventata un’ arma a doppio taglio. Mi spiego: non ci siamo differenziati in pochi prodotti, non abbiamo creato un prodotto principe che ci identificasse, viene bene lo Chardonnay, viene bene il Resling, facciamo un po’ di tutto. A mio giudizio il traino dell’Oltrepò deve essere legato al  Pinot nero, come ripete sempre la “poesia” dell’amico Bottiroli: “zona di 3300 ettari vitati, prima zona vocata d’Italia del Pinot nero… Deve poi chiamarsi con un nome identificativo, per noi per questa azienda il nome è  Classese, metodo classico pavese, il Pinot nero di Carlo Boatti, il Pinot nero del Duca Denari e dei produttori che hanno fatto la storia vitivinicola oltrepadana. Altro prodotto è Pinot nero vinificato in rosso e un vino meno da prezzo ma che è sempre rappresentativa è la Bonarda che io vedo solo frizzante e a un livello superiore, e che ora a livello d’immagine è stata distrutta, quindi bisogna portare avanti una Bonarda superiore con rese e produzione più basse con un valore maggiore che deve anche corrispondere al prezzo finale sullo scaffale. Poi il Resling Renano che è un nostro bianco con grandi potenzialità».

 

 di Silvia Colombini

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