Martedì, 25 Settembre 2018

OLTREPÒ PAVESE - «PARTIRE DA UN BOLLICINE METODO CLASSICO DI ALTISSIMA GAMMA»

Luigi Gatti, 56 anni, ha tre figli, e da metà giugno ha, anche, come si dice in Oltrepò, “una bella gatta da pelare”, è infatti stato eletto, Presidente del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese. Gatti è stato eletto, dopo che una quindicina d’aziende, il giorno dopo le ultime elezioni, hanno abbandonato il Consorzio. Il nuovo Presidente oltre ad avere tre figli, una bella azienda vitivinicola, ed una “bella gatta da pelare” ha anche un curriculum professionale di grande spessore. Laurea in Scienze Agrarie all’Università Cattolica di Piacenza, Master Internazionale in Gestione Marketing Economia Vini e Distillati all’Universitè Paris X, corso di Specializzazione in Logistica Integrata Cargill University, è stato direttore di produzione alle Distillerie Branca, direttore operations alla Stock di Trieste, consulente alla Bistefani e amministratore delegato di Uniglad Ingredienti. Ha girato per lavoro il mondo in “lungo ed in largo”. Ma la domanda è una sola: basterà la sua preparazione, la sua esperienza professionale per rimettere insieme le aziende vitivinicole dell’Oltrepò Pavese sotto “l’ombrello” del Consorzio?

Dovrà in questi mesi esaminare i mezzi e i fini della strategia, dovrà avere la lungimiranza con cui valutare e adottare le decisioni, dovrà dimostrare adattabilità alle mutevoli condizioni, opinioni ed interessi dell’ambiente vitivinicolo oltrepadano. Per riuscire nel suo intento, Luigi Gatti, sa perfettamente che la vittoria non è una vittoria a tutti i costi, dovrà bilanciare esigenze, valutare e mediare. Ora, forse come non mai il mondo del vino oltrepadano ha bisogno di  una “win win solution”, dove per vincere tutti,  tutti rinuncino a qualcosa, per ottenere, apparentemente e individualmente meno di quanto prefissato, ma in realtà per ottenere di più tutti. Il Consorzio sarà vincente se tutte le abilità, competenze, conoscenze saranno messe a fattor comune e a beneficio di molti, perché le battaglie non si combattono e soprattutto, non si vincono da soli. Se Gatti riuscirà in questo non facile lavoro, avrà risolto un bel problema, ed il Consorzio potrà ripartire “alla grande”.

Luigi Gatti, da quali esperienze proviene? Ci racconta la sua storia?

«La mia storia ha un fil rouge che è la passione per tutto ciò che è agricoltura e terreni  così  dopo il liceo scientifico a Voghera mi sono iscritto alla facoltà di scienze agrarie all’Università Cattolica di Piacenza. La svolta per quello che poi sarà il mio futuro lavorativo l’ ho avuta grazie ad un master organizzato dall’Oiv (Organismo internazionale della vite e del vino) di Parigi che mi fu proposto dal Professor Fregoni  e che raccoglieva studenti italiani, francesi, spagnoli e neozelandesi. Un ambiente estremamente stimolante dove ho avuto una serie di sollecitazioni positive: ho avuto modo di visitare tante aziende e dove ho avuto modo di incontrare tanti produttori e di parlare sia di vino che di distillati e di prodotti per l’enologia. Da questa esperienza mi sono accorto di quanto ci potesse essere da fare e da dire nel settore vitivinicolo. Mi sono occupato successivamente di aziende che facevano e che fanno spirits, la Branca distilleria di Milano dove ho ricoperto il ruolo di direttore di produzione dal ’90 al 99’ e la Stock di Trieste dove il lavoro era simile a quello della Branca ma più proteso alla parte estera con la ricerca di partner produttori che potessero fare i prodotti sotto licenza e controllare che lavorassero secondo le procedure dettate dalla Stock. Questo mi ha portato spesso in giro per l’Europa dell’Est ed in particolare nei paesi della dell’ex Jugoslavia».

Ci parli della sua azienda: da quando esiste e cosa produce?

«Dopo la morte di mio papa nel ‘94 ho portato avanti la piccola azienda di famiglia che ha dei vigneti a Rivanazzano Terme,  5 ettari a pinot nero, 1 e mezzo in produzione e 3 mezzo che andranno in produzione dall’anno prossimo.  Questo mi ha riportato ad essere operativo in Oltrepò che avevo, per motivi lavorativi perso di vista;  divento socio della cantina Torrevilla a cui conferivo le mie uve e vengo eletto consigliere per tre anni. è stata un’esperienza molto positiva che mi ha portato “a piè pari” nel mondo vitivinicolo oltrepadano. Dopo la tornata da consigliere mi sono candidato alla presidenza della Cantina sociale, “sconfitto” dall’attuale Presidente Massimo Barbieri, persona che stimo e con la quale ho ottimi rapporti. Conclusa l’esperienza in Torrevilla e dopo la fuoriuscita di due consiglieri dal Consorzio mi viene proposto nel 2016 di entrare come cooptato. Entro così nel Consorzio come consigliere partecipando attivamente alla modifica del disciplinare che è stato il lavoro principale in cui si è visto completamente assorbito il Consorzio in questi ultimi due anni».

Perchè dopo un mandato da consigliere ha sentito di candidarsi alla presidenza del Consorzio?

«In realtà non è stata una scelta studiata o programmata a tavolino, mi hanno scelto dopo un susseguirsi di eventi inaspettati come la fuoriuscita delle 14 aziende dal Consorzio. La mia intenzione era quella di continuare a fare il consigliere e procedere con le attività tipiche del Consorzio di Tutela. Ragionando con buonsenso e da buon padre di famiglia ho deciso poi che fosse mia responsabilità non deludere le aspettative di chi attorno al mio nome aveva visto un possibile Presidente del Consorzio».

Quali sono gli obbiettivi che si è posto?

«Qualità e reputazione sono quelle due condizioni indispensabili che faranno da traino alla valenza delle uve, dei vini e del territorio dell’Oltrepò Pavese. Il mio contributo va in questa direzione, non so quando si potrà definire il territorio riuscito dal punto di vista dell’immagine, della comunicazione e del valore, dubbi sulla tempistica ce ne sono tanti, è inutile negarlo, ma per raggiungere degli obbiettivi qualsiasi essi siano, è necessario iniziare a camminare e anche a correre. In questa prima fase  mi sta dando una grossa mano il Direttore Bottiroli che mi sta aiutando a capire quello che io in un anno e mezzo non ho avuto modo di cogliere anche perché il ruolo di un  presidente è diverso da quello di un consigliere».

Per raggiungere degli obbiettivi è necessario iniziare da qualche parte… Da dove ha deciso di iniziare concretamente?

«I punti da cui iniziare a lavorare sono molti, al momento le tematiche sono essenzialmente tre:  affinare le procedure per le esportazioni extra unione europea per le quali sono previsti contributi; coordinare gli eventi a cui il Consorzio decide di partecipare o in forma consortile raggruppata o rimandando e aprendo ai singoli associati. Ci sono davvero tanti eventi e manifestazioni per cui è necessario selezionare quelle che abbiano più parvenza di risultato per ottimizzare costo-efficacia. Qualità del prodotto: siamo convinti che l’Oltrepò deve fare un passo, deve identificarsi con un prodotto un prodotto-territorio. Faccio un esempio pratico: anni fa si è deciso di puntare giustamente sulla Bonarda, prodotto tipico dell’Oltrepò, la Croatina è un vitigno solo nostro e dopo anni fortunati in cui ha dato buone soddisfazioni in termini di prezzo, a causa di una corsa al ribasso il Bonarda è diventato quasi un “vino commodity”. Quindi qualcosa non ha funzionato. è necessario darsi una mano tutti nel sostenere il territorio con un vino bello, buono, riconoscibile e che evochi condizioni positive. Partire da un bollicine Metodo Classico di altissima gamma, un DOCG magari declinato anche nella versione rosé: il Cruasè.  Sulla definizione del nome non c’è da inventarsi grandi cose e niente di troppo sofisticato: Franciacorta, Trento Doc, Alta Langa … indicano tutti il nome di una zona territoriale, pertanto basterebbe chiamarlo  con un nome semplice e chiaro».

Perché il mondo produttivo all’indomani dell’insediamento del nuovo C.d.A. ha sentito di abbandonare il Consorzio?

«è stata una sorpresa e uno stupore generale… il motivo tra quello detto ufficiosamente e ufficialmente e quello che io ho percepito e intuito è che da parte di queste aziende ci fosse la sensazione che all’interno del consiglio del Consorzio non ci fossero persone che avrebbero potuto sostenere  i discorsi che abbiamo fatto sino ad ora riguardo la qualità, l’immagine e i prezzi sostenuti e che non ci fosse l’intenzione di portare avanti politiche lungimiranti che guardassero verso l’alto e non verso il basso. Il Consorzio ha degli obbiettivi scritti per statuto che non ho inventato io e se non li persegue è come si suol dire “fuori dal seminato” e vuol dire che il Consorzio non sta lavorando in  modo corretto. Il mio compito primo è far rigare dritto il Consorzio nel perseguimento dei suoi obbiettivi e qualora qualcuno si sentirà di giocare una partita al di fuori di questi paletti e di questi obbiettivi il mio compito sarà dir loro che Il Consorzio non è il posto per loro. Ho dato ad alcuni dei “dissidenti” la più totale disponibilità a seguirli da vicino per osservare l’evolversi delle loro riflessioni in funzione dei passi che il Consorzio ha deciso via via di compiere. Sono fermamente convinto che se qualcosa deve cambiare la si può cambiare da dentro e non da fuori; di questa cosa sono convinto e me ne sento responsabile».

Erga Omnes… tutti ne parlano…

«Una doverosa premessa è sottolineare che il Consorzio è l’unico ente riconosciuto a livello legislativo con una radicazione istituzionale che nessun’altra organizzazione di produttori di vino ha. Il Consorzio rappresenta 2800 aziende e gli associati sono circa 200, comprese le cantine sociali. Ai Consorzi è stata affidata la responsabilità dei controlli, o meglio sono titolari del concetto di controllo che poi devono demandare agli enti preposti, eccezion fatta per la vigilanza di mercato che appartiene alla mission consortile. Se data una quantità di ettari di vigneto il numero di bottiglie prodotte o gli ettolitri di vino superano una certa soglia rispetto al totale della zona, il Consorzio erga omnes può chiedere un controllo anche su chi non è socio. Questo è fondamentale e l’obbiettivo di mantenere l’erga omnes sta a cuore un po’ a tutti».

Pensa sia possibile trovare un percorso di pacificazione?

«Nessuno ha fatto la guerra anzi credo sia importante dialogare con tutti senza pretendere che i fuoriusciti l’altro ieri ritornino domani, che possano cambiare idea e bandiera nel giro di così poco tempo ma  vorrei dimostrare  che il Consorzio si sta muovendo in quella direzione che anche i fuoriusciti volevano vedere e capire. Poi ci sono i fuoriusciti della tornata tra il 2014 e il 2015 e che hanno formato il Distretto dei vini. Non c’è assolutamente alcuna ostilità, anzi, abbiamo stabilito un buonissimo rapporto con il presidente Fabiano Giorgi. Buone aperture anche dal Club del Buttafuoco che ha una denominazione già pronta e sta vedendo se, come dire, giocarla all’interno del Consorzio o fuori. Insieme a consiglieri rappresentativi abbiamo cooptato due aziende, la Marchese Adorno con Francesco Cervetti e Torre degli Alberi con il Conte Camillo Dal Verme proprio per dare un tono il più possibile lungimirante al nostro Consorzio. Siamo “sotto osservazione” ma ci sono circostanze che mi fanno ben sperare, il consiglio è e deve essere insieme a me fautore di questo modus operandi».

Lei è noto come uno che non le manda a dire… Schietto… Come pensa di conciliare questo lato del suo essere con il ruolo di Presidente che spesso è costretto ad assumere posizioni concilianti?

«Ho fatto una buona esperienza con gli scout… questo per dirle che  se esiste una motivazione forte si può uscire da una situazione ostile; se spieghi e sei convincente, non passi come un autarchico poco flessibile, ma come uno che vuole dare una mano».

I rapporti tra il Consorzio e il mondo delle istituzioni e della politica: c’è spirito collaborativo concreto oppure no? Arrivano investimenti?

«La Regione si sta avvicinando molto al mondo vitivinicolo oltrepadano attraverso l’ERSAF - Ente Regionale per i Ser-vizi all’Agricoltura e alle Foreste. Ha istituito un tavolo, “Il tavolo Oltrepò” coordinato dall’assessore Fabio Rolfi. Abbiamo un Ministro dell’Agricoltura pavese, Centinaio, vicino al Consorzio e alle sue problematiche. Se non riusciamo a sfruttare questa congiuntura adesso rischiamo di perdere un treno interessante. Per quanto riguarda gli investimenti devono crescere soprattutto sulla parte commerciale e dobbiamo anche rilanciare il Consorzio, tanto per parlare dei nostri cugini, Franciacorta con 2500 ettari di terreno ha 6 milioni di euro di budget, noi con 13800 ettari di terreno ne abbiamo uno per le vendemmie più abbondanti; 12 dipendenti Franciacorta, 3 noi».

Una battuta finale: l’ex Presidente del Consorzio è legato al pellegrinaggio a Lourdes, lei anche… Che ci voglia un miracolo per il vino di questo nostro Oltrepò?

«I miracoli di Lourdes sono di tutt’altro genere , ci vorranno delle condizioni propizie. Credo che ne usciremo anche senza i miracoli ma con la buona volontà di tutti... se poi arrivano i miracoli sarà la ciliegina sulla torta».

 di Silvia Colombini

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