Giovedì, 22 Novembre 2018

OLTREPÒ PAVESE - CINGHIALI FUORI CONTROLLO. GLI AGRICOLTORI CHIAMANO, LA REGIONE RISPONDE: SARÀ CACCIA LIBERA

Importanti novità giungono da Milano a proposito di cinghiali. Regione Lombardia, infatti, ha aperto ad agricoltori e guardie la possibilità di cacciare questi ungulati per tutta la durata dell’anno. Un provvedimento dettato dal grande aumento numerico di esemplari sui territori regionali, non ultimo l’Oltrepò. Approfondiamo le novità con Domenico Buscone, segretario del Comitato di Gestione dell’Ambito Territoriale di Caccia n.5 di Varzi – Oltrepò sud, del quale è stato a lungo, per circa vent’anni, presidente.

Caccia al cinghiale aperta tutto l’anno in Lombardia. Un provvedimento atteso da molti, lo giudicate positivamente?

«È una decisione molto positiva, che va incontro alle istanze degli agricoltori, i quali da sempre si battono con questo suide che crea loro, purtroppo, parecchi problemi. Questo provvedimento è stato fortemente voluto dall’associazione Coldiretti, che si è battuta a tal fine.»

Cosa lo ha reso necessario?

«Il continuo lamentarsi da parte degli agricoltori per i danni subiti da questo suide, che spesso e volentieri si muove molto, anche in branco, in cerca di cibo. Anche se i problemi determinati dal cinghiale non sono i soli in agricoltura. Ritengo che il capriolo, oggi come oggi, dia più problemi del cinghiale».

In che termini?

«Fino a pochi anni fa questi cervidi erano pochissimi, mentre oggi, sia dal punto di vista degli incidenti stradali, sia dal punto di vista agricolo, i danni riscontrati sono sempre maggiori. Ne parlavo proprio ieri con uno dei più grossi agricoltori della zona, di Bagnaria, proprietario di ettari ed ettari di frutteto, e mi diceva che questo problema sta diventando insopportabile. Il capriolo in primavera bruca tutte le gemme, fa sì che la pianta non prolifichi e non produca frutti. Ben vengono, quindi, gli interventi di controllo sul cinghiale, ma parlerei più in generale degli ungulati».

I danni sono ripartiti uniformemente nelle varie aree dell’Oltrepò?

«Secondo me va fatto un distinguo territoriale. Se analizziamo i dati, infatti, vediamo che i danni sono più concentrati là dove ci sono zone protette. Al Brallo possono esserci problemi legati a un singolo esemplare, che magari si limita a frugare nella spazzatura. A Val di Nizza ci sono aziende faunistico venatorie. Dove l’animale viene protetto avviene una prolificazione maggiore. In quella zona c’è una densità agricola notevole, e dunque il danno è maggiore. Bisognerà quindi vedere di sincronizzare questi interventi sui cinghiali con questi istituti. Nelle zone protette, inoltre, l’animale è difficile da stanare».

Il provvedimento adottato dalla Regione sarà risolutivo?

«Nel periodo in cui ho seguito l’argomento sono stati adottati tutta una serie di interventi finalizzati al contenimento della specie, però devo dire che tutti gli anni si ripresenta lo stesso problema e ho paura che anche questa volta il provvedimento si riveli uno specchietto per le allodole, perché comunque non è così automatico che uno veda un cinghiale nel campo e gli possa sparare. È prevista una serie di procedure che porteranno molti agricoltori a rinunciare a questa possibilità».

Data la finalità, perché questo provvedimento è riservato ai solo agricoltori?

«È un provvedimento che va incontro a un’esigenza delle associazioni agricole, quindi è stato mirato in questo senso.»

A proposito di agricoltori. Agli ATC spetta finanziare, per una quota del 30%, il risarcimento dei danni prodotti all’agricoltura dalla fauna selvatica. Quota aumentata di recente, peraltro: tocchiamo quindi un nervo scoperto. Cosa pensano i cacciatori di questa quota? È adeguata?

«Fino a un anno fa la quota danni era stabilita da una normativa regionale che prevedeva il 90% del risarcimento a carico della Regione e il restante 10% a carico degli ATC. Poi la norma è stata modificata, caricando maggiormente la quota a carico degli ATC, magari pensano di attingere anche al portafoglio del cacciatore per renderlo più responsabile. Ma la legge parla chiaro: l’articolo 47 dice che i danni sono a carico dell’ente proprietario della selvaggina. Noi paghiamo già diverse tasse, 65 euro quella regionale 175 euro quella governativa. Denaro che dovrebbe essere distribuito in modo proporzionale anche nel campo del risarcimento danni».

La Regione ha deciso di dividere il territorio lombardo in “aree non idonee” alla presenza del cinghiale e ‘‘aree idonee’’. Come reputa questa idea?

«L’idea di per sé non è sbagliata. Secondo la normativa, la Legge 157, in tutto il territorio nazionale esistono zone in cui il cinghiale viene definito ‘‘specie vocata’’ e può essere cacciato, e zone dove viene ritenuto invasivo, quindi crea rischi. In quelle aree deve essere debellato completamente, e vengono messi in essere adeguati provvedimenti».

Le nostre sono zone vocate?

«Effettivamente bisogna fare un distinguo molto chiaro fra zone come l’Oltrepò, e altre, come per esempio il basso Pavese, dove ci sono anche colture diverse da qui, come il riso. Il cinghiale vi si è spostato alla ricerca di cibo, ma non è certamente il suo ambito prediletto. Per quanto riguarda l’Oltrepò, dalla via Emilia verso le montagne abbiamo una zona vocata; dall’altro lato il cinghiale non può essere presente».

In regione si è ripreso, dopo alcuni anni, a parlare di ‘‘caccia in deroga’’. Una terminologia che si sente pronunciare di rado dalle nostre parti. Di cosa si tratta?

«È una questione sentita dai capannisti, cioè da chi fa la caccia da appostamento fisso, per tutte quelle specie migratorie che passano sul territorio dell’Oltrepò. In particolare riguarda i volatili. A livello generale, la Comunità Europea stabilisce quelle che sono le specie cacciabili e non cacciabili. Poi i vari stati possono adottare altri provvedimenti più locali che vanno in senso diverso. Siccome nel Bresciano e nel Bergamasco questo tema è molto sentito, si è sempre fatto leva perché alcune specie venisse messa in deroga, e quindi ne fosse consentita la caccia. Da noi non se ne parla molto, perché la caccia prevalente è quella tradizionale».

Questo tema è stato toccato anche dal nuovo assessore regionale, Fabio Rolfi, che sta mandando segnali di avvicinamento al mondo della caccia. Cosa suggerirebbe alla politica, relativamente alla caccia tradizionale?

«Il neo assessore è insediato davvero da poco tempo, diamogli il tempo di lavorare. Sono tante le cose che si potrebbero fare. Certamente per la caccia tradizionale si possono migliorare tante cose. La caccia del futuro, lo dico da tanti anni, è la caccia di specializzazione. Esiste in molte aree limitrofe, come nella provincia di Alessandria e nel Piacentino, dove occorre scegliere la forma di caccia che si vuole praticare e dedicarsi soltanto a quella. Se uno ha una passione, un’etica, questa non può essere a trecentosessanta gradi. Comunque le novità che Regione Lombardia metterà in campo, d’intesa con le associazioni venatorie e di concerto con le realtà agricole e ambientaliste, saranno sicuramente dei passi avanti».

I vostri colleghi piemontesi non se la passano molto bene, in tempi recenti. Palazzo Lascaris ha vietato la caccia di quindici specie invece consentite sul restante territorio nazionale.

«Il pericolo è che, come sta avvenendo in Piemonte, anche qui si arrivino a fare anche delle restrizioni. C’è stata una manifestazione molto partecipata quindici giorni fa, perché la Regione Piemonte vorrebbe eliminare la caccia nel giorno di domenica. Per molti si tratta di un giorno di libertà, di vacanza, nel quale chiunque ha l’abitudine di coltivare la propria passione. Chi va per funghi, chi a pesca… noi cacciatori, quando possiamo e gli impegni di famiglia lo permettono, andiamo a caccia. Togliere la possibilità di andarci la domenica, per me, è completamente sbagliato. Si può al massimo limitare l’orario a mezzogiorno. Far quindi sì che la domenica pomeriggio ci sia un silenzio venatorio assoluto come avviene per il martedì e il venerdì».

La caccia è anche uno strumento di regolazione dell’ecosistema e di contrasto alla fauna selvatica in eccesso. Quanto questo ruolo è importante in Oltrepò, oggi?

«Secondo me la caccia è un argomento molto importante e molto sentito, non solo per chi la pratica, ma anche in relazione alla tutela dell’ambiente, al controllo del territorio e anche al turismo e alla valorizzazione dei prodotti locali. Io, come centinaia di altri cacciatori, percorro tutto l’Oltrepò, e mi fermo nei posti più tradizionali per consumare quelli che sono i prodotti tipici. Nella parte soprattutto montana mi confronto spesso con albergatori e ristoratori, i quali, spesso e volentieri, mi confessano di essere grati al movimento creato dalla caccia».

C’è una sorta di ‘‘turismo’’, se vogliamo definirlo così, legato a questo ambito.

«Fra ottobre e dicembre, in modo particolare, si crea un notevole indotto. Molte attività ricettive sarebbero costrette a chiudere se non ci fosse questo business legato alla caccia. In moltissimi vengono in Oltrepò dal resto della provincia di Pavia e della Lombardia, e apprezzano così il territorio. Per la bellezza delle colline qualcuno decide di acquistare qui una casa; altri, nel periodo in cui la caccia è chiusa, tornano in vacanza con la famiglia».

Per quanto riguarda il controllo del territorio?

«Sempre più spesso, negli ultimi anni, i cacciatori si sono organizzati a livello di gruppo per portare avanti un discorso di cura per l’ambiente. Per esempio, dopo l’ultimo gelicidio di quest’inverno, moltissimi cacciatori si sono raggruppati e muniti di falcetto, motoseghe e di quanto altro necessario, e si sono occupati di ripulire i sentieri, per ricreare una rete di comunicazione e per far sì che la gente possa muoversi con una certa facilità. I fondi ai comuni mancano sempre per queste attività, che altrimenti non verrebbero svolte da nessuno».

E la tutela ambientale?

«Nel bilancio dell’ATC dedichiamo parecchie risorse, circa il 30% delle spese, ai miglioramenti ambientali. È un argomento stabilito dalla normativa, che permette di finanziare interventi sul territorio effettuati da parte di conduttori o proprietari dei fondi per migliorare le condizioni territoriali».

Che tipo di interventi?

«La pulizia dei pascoli, la trinciatura di terreni incolti, ma anche la semina di particolari essenze al fine del mantenimento di specie che avrebbero difficoltà a trovare cibo, e che altrimenti si sposterebbero altrove e produrrebbero danni. Si tratta ogni anno di circa 30mila euro. Sarà poco, ma si tratta pur sempre di 40/50 interventi affidati a piccoli agricoltori, utili per mantenere una cura adeguata dell’ambiente, secondo gli indirizzi che la legge prevede».

Con il passaggio di competenze in materia caccia dalla Provincia di Pavia alla Regione, avvenuta nel 2016, cosa è cambiato concretamente? Volendo trarre un bilancio, dopo due anni, cosa si sente di commentare?

«Sicuramente fra i dirigenti degli ATC e i rappresentanti dell’ente superiore c’è stato un decadimento di quelli che erano gli aspetti personali e relazionali. Prima si aveva un contatto diretto con l’assessore e con i funzionari. Ora tutto avviene attraverso un canale di comunicazione informatico, la posta elettronica certificata, che se da un lato lascia sempre traccia di quelli che sono gli argomenti discussi, dall’altro fa smarrire l’aspetto del rapporto umano».

A livello normativo, invece?

«Dal punto di vista venatorio non è cambiato molto. In questo anno e mezzo la Regione non ha fatto altro che recepire le realtà esistenti nelle varie province e iniziare ad uniformare il più possibile i regolamenti. Si spera che in futuro si possa giungere ad una programmazione adeguata in virtù di questa conoscenza e confronto con altre realtà, da ognuna delle quali è possibile copiare cosa funziona, e ignorare quello che non funziona».

Chiudiamo con un commento sulla diffusione del lupo, che sta aumentando in misura abbastanza consistente la sua presenza sulle colline dell’Oltrepò.

«Oggi, da Voghera al Pian dell’Armà, si può avvistare il lupo abbastanza facilmente. A me è capitato due volte, una fra Rivanazzano e Godiasco, e una a Menconico. Il numero è in continua crescita e se ne parla poco, in considerazione del fatto che le problematiche legate a questo canide sono molteplici».

Ad esempio?

«In primis bisogna considerare il controllo dei pascoli in alta montagna, dato che in questo periodo molti pastori portano i propri greggi o mandrie al pascolo. Proprio una settimana fa una delle più importanti aziende del territorio ha deciso di non portare la propria mandria al pascolo, dato che già lo scorso anno ha registrato la perdita di 7 vitelli. Molti contadini e agricoltori sono un po’ spaventati, in quanto se prima si trattava di qualche esemplare singolo, ora si inizia a vedere qualche branco».

Cosa rispondere a questi problemi?

«Non si parla a sufficienza della loro consistenza numerica, ed è sbagliato. Bisognerebbe iniziare a fare delle analisi, capire qual è l’espansione attuale di questo animale. È ora secondo me di iniziare a parlare di come gestire questa specie, cercando di coinvolgere gli agricoltori, che sono i più interessati dall’argomento».

A cosa ricondurre, secondo lei, questo incremento di lupi?

«Ho partecipato a un convegno tre anni fa, dove si è parlato anche di questo. Pare sia in evoluzione una migrazione dall’Appennino più a sud. La Commissione Europea ha finanziato un ‘‘progetto lupo’’ con Regione Lombardia, sicuramente c’è un interesse su questo tema. Ma non so fin quanto possa essere stata prevista l’attuale espansione, il radicarsi in un territorio che prima era più aperto, lavorato e pulito, mentre oggi offre caratteristiche forse più adatte all’ambientamento».

 di Pier Luigi Feltri

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