Sabato, 18 Agosto 2018

OLTREPÒ PAVESE - UMANIZZARE GLI ANIMALI OLTRE CERTI LIMITI PUÒ DIVENTARE PERICOLOSO

Vivono con noi, mangiano con noi, dormono nel nostro letto, sui nostri divani. Parliamo con loro e a volte persino li vestiamo alla moda. I nostri amici a quattro zampe stanno diventando sempre più umani, ammettiamolo. Soprattutto il cane che, da miglior amico dell’uomo, stiamo trasformando in fratello o figlio. A tutti gli effetti un famigliare. Siamo sicuri di non stare esagerando? Siamo sicuri di non stare confondendo l’affetto e la devozione per un essere vivente con la necessità di colmare un vuoto dentro di noi? Ma, soprattutto, siamo sicuri che questo affetto e devozione che a noi sembrano tratti nobilitanti non possano in qualche modo nuocere in primis a colui cui sono dedicati?

L’umanizzazione eccessiva di animali da compagnia può diventare un problema nella misura in cui si finisce per perdere di vista certe prerogative. Abbiamo approfondito l’argomento con tre figure professionali che indagano aspetti sia sociali che medici del comportamento umano e animale: una psicologa, uno psichiatra e un educatore cinofilo. Quello che chiarisce Micaela Loconte, psicologa attualmente in forze alla clinica San Giorgio di Voghera, è che  «il processo di umanizzazione degli animali, quando rimane all’interno di una dinamica relazionale sana ed equilibrata, risponde ad un bisogno di accudimento delle proprie parti più infantili e vulnerabili naturalmente presenti in ognuno di noi e suscettibili di meccanismi proiettivi all’esterno. In sostanza l’accudire un animale, tendenzialmente morbido e a sangue caldo (più difficile sarebbe proiettare le proprie parti  infantili bisognose di accudimento ed affetto su un pesce o una lucertola, ad esempio) significa accudire in lui di noi quelle parti infantili che ci rappresentano».

Quali dinamiche nel rapporto uomo animale può celare questo bisogno di nutrire il “fanciullino” che è in noi?

«Questo atteggiamento può corrispondere ad una logica affettiva di piacere provato nella fisicità di un prendersi cura, ma risponde anche ad altri significati, primo fra tutti le paure di solitudine e rifiuto che, a livelli di differente intensità, popolano ognuno di noi, rendendo il rapporto con l’animale piacevole non solo perché ci consente di dare affetto, ma anche perché ci permette di riceverne gratuitamente da qualcuno che è lì per noi, non ci abbandonerà e non ci rifiuterà mai. Tendenzialmente questi atteggiamenti, ovviamente in un discorso generale che non può tener conto delle diverse variabili che esistono in ogni situazione, si associano a situazioni di profonda solitudine e angoscia di perdita, al punto da sostituire l’altro della relazione con un animale che, per definizione, dipende da noi e dalle nostre cure garantendoci una presenza costante».

Quando da simpatica consuetudine certi atteggiamenti dell’uomo nei confronti dell’animale possono diventare “preoccupanti”?

«Credo che si possa dire che da simpatica consuetudine, probabile e possibile con qualsiasi amico a 4 zampe, si passa al gesto preoccupante nel momento in cui l’animale diviene l’unico interlocutore e soprattutto quando si tende ad interpretarne atteggiamenti e “versi” come probabili risposte o si decide della propria vita in base a presunte preferenze del proprio animale ipotizzate da improbabili discorsi con esso».

Trattare il proprio animale domestico come un figlio o un fratello minore può in sostanza considerarsi una pratica sana e ormai normale nel contesto sociale odierno, oppure secondo lei si tratta di una spia che dovrebbe allarmare in qualche modo?

«Si tratta, anche a seconda della situazione, di una spia non tanto della patologia della persona (che potrebbe anche non esserci) quanto della patologica disfunzionalità di un tessuto sociale in cui sempre meno si educa all’interazione e sempre più si promuovono solitudine e isolamento relazionale. Credo che il rapporto con l’animale si possa definire malsano quando non  sono salvaguardati  i normali limiti di realtà in cui esso si concretizza, fino al capitolo delle perversioni».

Gli animalisti più “convinti” spesso sono vegetariani o vegani. Lei crede che sia possibile definirsi amanti degli animali pur nutrendosi della loro carne? Qual è la sua opinione sull’animalismo “estremista”?

«Un rapporto sano ed equilibrato si fonda sul rispetto. Siamo esseri onnivori e non è negando la nostra natura che mostriamo rispetto verso gli animali, ma nel modo in cui li trattiamo. Sopprimere il mio cane che soffre per il quale non c’è alcuna  speranza (facendogli un favore perché non dimentichiamoci che il concetto di morte come aspetto negativo da evitare è solo dell’uomo, non degli animali) o sopprimere ciò che mangio (le aragoste ne sarebbero grate se si cominciasse a farlo) è diverso da sopprimere per dimostrare la propria forza o per il piacere di farlo. Rimane comunque un discorso talmente carico di variabili che qualsiasi risposta meriterebbe un confronto fra opinioni diverse».

Se umanizzare eccessivamente può rispondere a una necessità di maggiore sicurezza o stabilità emotiva, occorre ricordare che l’”oggetto” di questa stessa umanizzazione è un essere vivente che appartiene a una specie diversa da quella umana, con delle caratteristiche etologiche ben precise. In parole povere, un cane che non viene trattato da cane soffrirà le conseguenze del nostro comportamento. Se umanizzare può essere per certi versi sgradevole, per altri può diventare anche pericoloso. Ne è convinto Matteo Castiglioni, educatore cinofilo e collaboratore dell’Enpa di Voghera.

«Un’eccessiva umanizzazione può portare a derive comportamentali nel cane: ad esempio una troppa tutela può incrementare delle insicurezze e dei deficit di autoefficacia, oppure può alimentare comportamenti reattivi fino a sfociare in aggressività verso cani o persone. Un errato posizionamento sociale, cioè un cane che non ha trovato la sua identità all’interno del gruppo di appartenenza, può portare a incomprensioni o frizioni relazionali uomo-cane».

Quali sono gli errori più frequenti e dannosi per il cane stesso che si possono compiere in questo processo di “antropomorfizzazione”?

«Le situazioni più frequenti e dannose per un cane, legate alla sua umanizzazione, prescindono dall’età, dalla taglia e dalla razza. Per me è fondamentale evitare di portare in giro il cane in braccio o nella borsetta, senza mai farlo camminare e vivere esperienze fuori di casa, anche con altri cani; sottoporlo a eccessive cure di toelettatura, se non necessarie per il suo benessere, vedere il proprio cane come sostituto ad una figura umana affettiva, privandolo così della sua identità. Anche sovraesporlo a situazioni per lui troppo stressanti e non compatibili con le sue necessità etologiche come portarlo il cane al centro commerciale o in luoghi caotici e affollati è sbagliato. Come, in generale, privare il cane della sua dignitosa e speciale “vita da cane” ».

Far dormire Fido nel letto, parlare con lui, perfino vestirlo… sono comportamenti “eccessivi” o accettabili per l’animale?

«Personalmente credo che non ci sia una regola basilare sul far dormire il cane nel letto o parlarci, ma devono sempre essere prese in considerazione le necessità e il carattere del soggetto; anche i miei cani possono dormire nel letto, ma sono altrettanto consapevoli che il loro luogo di privacy si trova da un’altra parte, e allo stesso tempo io sono consapevole che non a tutti loro fa piacere condividere degli spazi così stretti come un letto. Stesso ragionamento vale per il parlarci: credo che non ci sia nulla di male anzi, che sia importante parlare con i nostri cani ma allo stesso tempo è fondamentale avere la consapevolezza che la loro comunicazione è differente e quindi tocca a noi metterci in gioco e in discussione per farci capire al meglio, usando il nostro corpo, le nostre posture e una comunicazione semplice e non solo verbale. Questa è una forma di rispetto verso un essere vivente che comunica in maniera differente dalla nostra. Altro discorso è, invece, il vestire o “abbellire” il cane, fatto prettamente per canoni estetici e a volte egoistici della persona. Il cane non ama essere vestito, lavato eccessivamente né profumato, tutte queste sono solo forzature provocate da un desiderio umano non compatibile con l’etologia del cane. A parte necessità fisiche (ad esempio vecchiaia o malattia) tutto quello che rientra nell’abbigliamento per cani rischia di arrivare a dare fastidio al cane e a volte a ridicolizzarlo. Un cane avrebbe altri desideri per la testa, che con un po’ di tempo e passione possono essere soddisfatti, come una bella passeggiata insieme al proprietario in campagna, una nuotata in un fiume, il frequentare un gruppo di amici fisso (cani e persone) con cui giocare e divertirsi».

Esistono i cosiddetti “cani pericolosi”?

«Un cane ritenuto pericoloso è un cane che non è stato ascoltato, capito e gestito nella maniera corretta, portandolo ad esasperare ed esibire comportamenti (escludendo problemi neurologici o fisici) che possono risultare “antisociali”. Troppo spesso la mancanza di consapevolezza e conoscenza del proprio cane, della razza e delle sue attitudini, sono le motivazioni principali per le quali si sviluppano nel cane dei problemi comportamentali.  Credo che non esista il cane “cattivo” ma che si tratti sempre di conseguenze di errori umani, a volte causati anche da un’eccessiva umanizzazione».

Umanizzare, ovviamente entro certi limiti come spiegato dagli addetti ai lavori, non significa necessariamente compiere un atto che porta con sé connotazioni negative. Secondo Walter Furlano, psichiatra formatosi all’università di Pisa con il dottor Giovanni Battista Cassano, uno dei massimi esperti nel campo dei disturbi d’ansia e depressione, il rapporto con gli animali ha un’importanza che può risultare fondamentale nel processo di cura di alcune malattie. «è provato che gli animali abbiano un effetto ansiolitico e antidepressivo, ci sono degli esperti che stanno portando avanti studi su questo e anche la neurobiologia si sta occupando di chiarire le ragioni alla base di certi processi. Gli animali in determinati contesti agiscono sulle aree cerebrali che controllano la nostra emotività e i pazienti molte volte giovano di un certo rapporto, che dona autostima ed aiuta a ritrovare la fiducia».

C’è però un confine tra una umanizzazione “positiva” e l’eccesso?

«Il confine c’è ma è spesso difficile da individuare tanto quanto quello tra tristezza e depressione. Io credo che una eccessiva attenzione all’aspetto dell’animale, al suo abbigliamento, magari curato in modo ossessivo possano essere indice del fatto che si è in qualche modo andati oltre alla linea del buon senso. In ogni modo posso dire che nella mia esperienza ho visto molte più persone giovarsi del rapporto con un animale di quante ne abbia viste ricavare problemi da esso. Umanizzare, finché non si perdono di vista certi valori, non lo ritengo sbagliato».

di Christian Draghi

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