Lunedì, 23 Luglio 2018

DUE LATTINE COME PROTESI: COSÌ LA BIMBA FUGGE DALLA GUERRA

Maya ha otto anni ed è nata dopo lo scoppio della guerra in Siria. Nella sua vita, l’unica cosa che ha visto sono state bombe e violenza. È una figlia della guerra, non riesce ad immaginare un modo diverso. Un mondo migliore. Tutto ruota attorno ai bombardamenti e ai kalashnikov. La vita è difficile, soprattutto se vivi in un campo profughi in Siria e ogni giorno devi sperare che il piatto, in un modo o nell’altro, si riempia.

Maya, fino a poco tempo fa, non poteva camminare. È nata senza gambe ma, durante la sua vita, non ha mai potuto fermarsi un attimo. Da Aleppo, in seguito ai furiosi combattimenti tra governativi e ribelli, è dovuta scappare con i suoi genitori in un campo profughi della provincia di Idlib.

Ed è qui che suo padre, che soffre della stessa malattia, ha avuto un’idea capace di cambiare la vita della bimba: Maya deve poter camminare per poter giocare e andare a scuola. Come fare? Protesi e medicinali sono un lusso in Siria, specialmente nelle zone controllate dai ribelli, dove la famiglia di Maya si trova. Suo padre ha così preso dei barattoli per sardine e li ha riempiti di cotone e stoffa in modo tale che la bambina potesse usarli come protesi: “Il mio cuore soffriva – racconta l’uomo – quando la vedevo strisciare davanti agli amici mentre giocavano”.

Una soluzione provvisoria, ovviamente, ma che ha già dato qualche beneficio: “È difficile, ma quelle protesi sono meglio di niente”. Già, perché sembra ormai esser questo lo spirito che, ancora oggi, è diffuso in molte aree della Siria: “È meglio di niente”. Un’ora senza bombe governative è meglio di niente. Così come un’ora senza i colpi di mortaio dei ribelli.

La famiglia di Maya riesce a condurre, pur tra mille difficoltà, una vita tranquilla all’interno del campo profughi nella provincia di Idlib. Il conflitto che ha fatto più di 500mila morti (e che non accenna a finire) ha mostrato sia il meglio che il peggio del popolo siriano. Da una parte e dall’altra della barricata. E la storia di Maya dimostra ancora una volta che a far le spese in questa sporca guerra sono soprattutto i civili.

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