Domenica, 16 Dicembre 2018

RETORBIDO - «L’OLTREPÒ È PINOT NERO PER LA SUA VOCAZIONE E BONARDA PER LA SUA TRADIZIONE»

Filippo Prè originario di Godiasco è ormai trapiantato a Retorbido dove da 15 anni riveste il ruolo di direttore tecnico dell’azienda vitivinicola Marchese Adorno, azienda storica dell’Oltrepò Pavese attiva dal 1834 e che ora è gestita dall’ ultimo erede della famiglia Adorno, il Marchese Marcello Cattaneo Adorno.

Prè spesso chi lavora nel settore vitivinicolo arriva per origini o tradizione familiare. È anche il suo caso?

«No, la mia famiglia aveva un piccolo vigneto a livello familiare ma nulla di più, sono arrivato nel mondo del vino per mia scelta e passione dopo essermi diplomato perito agrario all’Istituto Gallini di Voghera».

L’agricoltura ed il vino in particolare sono uno dei motori economici principali dell’Oltrepò Pavese. Negli ultimi decenni c’è stato un distacco dei giovani da questo mondo. Lei invece è un giovane in controtendenza. Ritiene che questa controtendenza si possa diffondere maggiormente?

«Ritengo di sì, assolutamente.  Oggi quel mondo agricolo visto un po’ deprimente dai giovani si sta evolvendo attraverso la ricerca e la diversificazione che lo rendono certamente più attrattivo».

Per anni in Oltrepò gli agricoltori sono “andati avanti” grazie agli aiuti di contributi e sovvenzioni. Secondo lei quanto è importante l’aiuto e l’agevolazione pubblica in questo settore e di contro ritiene possibile fare impresa agricola senza aiuti o sovvenzioni pubbliche ma riuscendo lo stesso a fare utili?

«I contributi sono importanti soprattutto per una azienda che vuole partire da zero, sono un modo per riuscire a respirare soprattutto i primi due o tre anni quando non c’è utile. Nello stesso tempo credo sia importante che una chi si avvicina al mondo agricolo e vinicolo abbia coscienza di quello che vuole fare, è fondamentale calibrare bene la tipologia di azienda che si vuole andare a creare. Ad esempio la micro-agricoltura,  le colture specializzate come lo zafferano richiedono un basso impegno e basse superfici dando un buon reddito. Sarebbe auspicabile anche un ritorno alle “vecchie” colture come ad esempio la Pomella Genovese o per quanto riguarda l’allevamento alla Vacca Varzese».

Parlava di specializzazione di prodotti e il ritorno al coltura della Pomella Genovese o all’allevamento della Vacca Varzese. I giovani soprattutto credono in questo ritorno, ma c’è anche chi dice che se nel tempo certe specializzazioni sono state abbandonate,  un motivo c’è. I motivi che hanno portato ad  abbandonare certe specializzazioni perché oggi non dovrebbero essere più validi?

«Perché i tempi cambiano, ci sono cicli sociali, economici e storici che ritornano. Ciò che è stato abbandonato è perché in quel momento non dava economia. La Vacca Varzese che in sé non aveva grosse potenzialità con l’arrivo della meccanizzazione e di altre razze più produttive è stata abbondonata. La Varzese è una razza che non è difficile da allevare ed a livello organolettico delle carni è molto apprezzata.  Stesso discorso per la Pomella Genovese che ha forti potenzialità organolettiche come la grande conservabilità. Entrambe queste specializzazioni potrebbero a mio giudizio far tornare a parlare di sé».

Lei essendo un dirigente, ha rapporto costante con la proprietà. Cosa ha spinto il Marchese ad occuparsi in prima persona dell’azienda?

«Il Marchese Adorno è un gentiluomo, un signore che ha svolto e svolge la sua carriera all’estero e che circa 25 anni orsono ha deciso di riprendere “in mano” i suoi terreni e di fondare la Marchese Adorno. Il motivo credo sia affettivo, il suo legame con l’Oltrepò e Retorbido è molto forte, così nonostante viva tra gli Stati Uniti ed il Brasile ha optato per questa scelta, far tornare l’azienda ai fasti del passato quando ai tempi della Marchesa era punto di riferimento per tutto l’Oltrepò. Con grande passione e meno conoscenza  del vino… ha creato un’azienda che ha la volontà  di essere tra le prime 10 aziende vitivinicole dell’Oltrepò e che potrebbe fare da traino al territorio, nel momento in cui…  speriamo questo territorio partirà».

L’accusa che molti fanno al mondo del vino oltrepadano è che produce di tutto e in quantità enormi, qualcuno dice troppe quantità e troppi vitigni diversi. Quali sono i vitigni sui quali, secondo lei come manager vitivinicolo, l’Oltrepò dovrebbe puntare?

«Pinot nero certamente perché oggi i consumatori mondiali vanno sempre di più su prodotti monovarietali e legati al territorio,  pinot nero sia per la spumantizzazione sia per la vinificazione in nero di cui  l’Oltrepò è ben specializzato. La specializzazione, la specificità è l’arma vincente ed il traino per tutta l’altra produzione. Ne sono esempi eccellenti Chianti, Franciacorta, Prosecco che producono magari altre 100 etichette ma possono farlo perché si sono imposti e identificati sul mercato con un prodotto. Il pinot nero potrebbe essere il brand che rende riconoscibile l’Oltrepò, Pinot Nero per la sua vocazione e la Bonarda per la sua tradizione».

La Bonarda potrebbe essere un competitor del Lambrusco?

«Difficile scalzare il Lambrusco, all’estero il nome Lambrusco ha più appeal, più fama, inoltre nella maggior parte dei casi si trova in maggior quantità e a prezzi più competitivi. Va detto inoltre che la Croatina da cui si produce la bonarda non è un’uva facile, a questo va aggiunta la confusione generata dal fatto che una grossa parte di produzione della Bonarda viene fatta da imbottigliatori che sono fuori dall’Oltrepò e che riescono a portare il prodotto sugli scaffali a prezzi molto bassi. Il consumatore finale pertanto e qui mi riferisco alla confusione di cui parlavo prima, non riesce a capire come mai si trova  sugli scaffali  una bottiglia di Bonarda dell’Oltrepò Pavese a 7 euro e un’altra a due euro».

Imbottigliatori, vendita di vino sfuso, la colpa è sempre degli altri… ma a questi imbottigliatori qualcuno il vino glielo venderà, tutte le damigiane di vino sfuso che escono dall’Oltrepò a prezzi bassi qualcuno le venderà… Poi però nelle dichiarazioni pubbliche sembra che nessuno venda vino sfuso. Per uno che non fa il vignaiolo risulta difficile capire questo “miracolo” oltrepadano. Qual è la situazione per invertire questo stato di fatto  che volente o nolente c’è?

«Domanda difficile. è innegabile che in Oltrepò esiste un grosso mercato di prodotto sfuso sia in entrata che in uscita. Da una parte questo commercio è positivo, perché vuol dire che il prodotto oltrepadano è apprezzato quindi significa che c’è qualità, il problema rimane il prezzo troppo basso. Inoltre altro problema è che l’Oltrepò ha sempre fatto da serbatoio ad altri grandi territori di produzione vinicola italiani, in passato ci siamo adagiati sul fatto che vendendo il prodotto in cisterna ci si guadagnava comunque. Anche noi come Marchese Adorno avendo 60 ettari vitati produciamo più di quello che ci richiede il mercato e credendo nell’importanza del territorio conferiamo il prodotto solamente ad una realtà dell’Oltrepò, alla Società Cooperativa Torrevilla. Noi vogliamo che il nostro prodotto venga lavorato ed imbottigliato in Oltrepò e vogliamo compartecipare al mercato oltrepadano da dentro e non da fuori. Ritengo che autorizzare l’imbottigliamento con marchio Doc o Igt, così com’è possibile oggi,  per aziende che non abbiano in Oltrepò sede produttiva e imbottigliamento, sia sbagliato. Questo dovrebbe essere vietato in futuro per  difendere con i denti la nostra denominazione».

La vostra azienda è associata al Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese e al Distretto del Vino di Qualità dell’Oltrepò Pavese. Due realtà associative qualcuno dice “una di troppo” altri dicono che possono coesistere. Qual è la sua posizione?

«Il Consorzio deve tutelare il marchio d’origine e fare promozione del marchio per cui associarsi è  una scelta obbligata, il Distretto invece si occupa solo di promozione. La cooperazione fa la forza quindi sulla carta potrebbero unire e sinergizzare gli sforzi per incrementare la promozione territoriale, in realtà non è così facile farle coesistere perché le teste sono tante, ci sono tante prime donne per cui la sinergia auspicabile sulla carta non è ad oggi perfettamente riuscita».

Molte aziende 4 anni fa sono uscite dal Consorzio e nelle ultime settimane c’è stato un ulteriore “fuggi fuggi”. Onestamente da uomo della strada che beve vino e preferibilmente dell’Oltrepò non ho compreso i motivi esatti di questa diaspora che non stati detti chiaramente. Sono un segreto? Lei conosce queste motivazioni?

«I motivi principali sono tre: il primo è che questa scelta di uscire dal Consorzio vuole essere un segnale di rottura per cercare di cambiare a livello nazionale il sistema di votazione, ed io personalmente sono favorevole al sistema “una testa un voto”. Il secondo motivo è consequenziale vale a dire che un territorio che vuole fare della qualità la propria bandiera non può non avere, all’interno del proprio consiglio, una rappresentanza di un produttore di qualità. Chi ci guarda da fuori, vede l’Oltrepò come terra di imbottigliatori. Terzo motivo è che con queste nuove elezioni  si ha avuto la percezione di voler tornare ai vecchi disciplinari che vorrebbe dire tornare al medioevo dell’Oltrepò, con produzioni alte e magari anche via alle fascette».

Aziende che perseguono la qualità e che hanno saputo valorizzare il loro brand e di conseguenza l’Oltrepò vinicolo, ce ne sono e il Marchese Adorno è certamente una di queste. Come mai l’azienda per la quale lavora non è stata molto attiva in questa tornata di votazioni nel proporsi come attore principale? Perché questa scelta di tenere un basso profilo da parte di Marchese Adorno?

«Effettivamente devo riconoscere che parzialmente siamo stati a guardare dalla finestra, questo è dovuto al fatto che il nostro titolare non è fisicamente sul territorio e che la Marchese Adorno non ha forse ancora oggi la forza e la percezione di poter essere un’azienda trainante anche se nei fatti e nella qualità del vino potrebbe esserlo. Noi siamo un’azienda giovane e credo che nel territorio esistano aziende storiche che più di noi avrebbero la titolarità per farlo».

Perdere il Consorzio sarebbe una figuraccia senza entrare nel merito delle motivazioni, giuste o sbagliate che siano. Lei di professione non fa il veggente e quindi  non può prevedere il futuro ma secondo lei come andrà a finire?

«Io sono un ottimista di natura, penso che,  anche se non immediatamente, andrà a finire bene. Penso che tutti i produttori, e quindi anche i più piccoli avranno più voce in capitolo nel Consorzio. Questo non vuol dire che non ci debbano essere gli  imbottigliatori o grandi produttori,  loro fanno il loro lavoro, l’importante è che si abbiano tutte le stesse possibilità e si parta dagli stessi blocchi di partenza per una gara alla pari, cosa che oggi non è».

La strada è un passo indietro da parte di Terre d’Oltrepò?

«Non solo di Terre d’Oltrepò che è comunque una grande ed importante realtà vinicola dell’Oltrepò, devono fare un passo indietro un po’ tutti, ad iniziare dai grandi gruppi di imbottigliatori, soprattutto quelli con sedi produttive ubicate fuori dall’Oltrepò, penso che sia anche nell’interesse stesso degli imbottigliatori che ciò accada. Se creiamo un territorio forte, riconosciuto come eccellenza e qualità e con prezzi più alti è anche nel loro interesse».

Ci sembra di capire che Lei è favorevole al fatto che gli imbottigliatori con sedi produttive fuori dall’Oltrepò non facciano parte del Consorzio ?

«Da un lato mi fa piacere che i produttori di fuori zona chiedano di comperare il vino dell’Oltrepò perché vuol dire che ne riconoscono la validità, dall’altro mi infastidisce che questi vini non imbottigliati in Oltrepò possano avere le stesse denominazioni dei nostri».

Il prosecco anche in Oltrepò è stravenduto. Molti produttori oltrepadani che fanno ottimi spumanti dicono “maledetto prosecco”,  “ma come si fa a chiedere e bere un prosecco in Oltrepò”. La colpa è di chi lo chiede o di chi invece è stato meno bravo a imporre sul mercato il nome Oltrepò?

«La colpa è certamente dei produttori oltrepadani che non sono stati incisivi. Abbiamo in mano una Ferrari ma è come se avessimo una 500 e proviamo vergogna nel guidarla».

Della vostra produzione totale quanto vendete in bottiglia?

«Il 60 % viene venduto  in bottiglia con trend in crescita,  il 40% viene invece venduto sfuso a Torrevilla».

Quanto vendete all’estero in percentuale?

«Abbiamo alcuni clienti da una decina d’anni tra Stati Uniti, Giappone, Austria, Inghilterra e Cina. Alcuni sono storici,  altri occasionali, diciamo che in percentuale è circa il 10% della nostra  produzione ed è in crescita anche se il mercato estero non è facile, e il fatto di essere un territorio slegato non aiuta a “sfondare”. Se io come Marchese Adorno vado negli Stati Uniti a febbraio, un’altra cantina ci va a marzo e un’altra ancora a maggio, ecco abbiamo buttato via in tre migliaia di euro per nulla. Avrebbe senso unirsi e andarci tutti insieme».

Nelle vostre vendite di bottiglie quale percentuale vendete in Oltrepò?

«Il 25% quindi un dato molto alto, il negozio aziendale è certamente una vetrina molto importante. C’è sempre più gente che vuole visitare le cantine e comperare  il vino in cantina, magari dopo una degustazione, è un trend in crescita e a mio giudizio potrebbe fare da traino anche al turismo in Oltrepò. Un grosso potenziale a cui mancano però servizi e infrastrutture adeguate».

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