Martedì, 25 Settembre 2018

CONSORZIO TUTELA VINI OLTREPÒ PAVESE - «QUEL “VOLEMOSE BENE” A PAROLE, UN’IPOCRISIA CHE POI NON SI TRADUCE MAI IN FATTI CONCRETI»

Il Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese si trova a vivere una nuova diaspora, seguita all’assemblea per il rinnovo del consiglio di amministrazione svoltasi l’8 maggio all’Enoteca Regionale di Cassino Po. Una situazione che induce a porsi degli interrogativi rispetto all’eterna litigiosità del mondo del vino locale, incapace di fare sistema e massa critica. Ne parliamo con il direttore del Consorzio, Emanuele Bottiroli.

Direttore, nuovo scisma all’interno del Consorzio, cosa succede?

«La notizia di un nuovo scisma è un duro colpo, specie in una fase in cui sembrava ripristinato uno spirito di unità d’intenti per il bene comune. Viviamo certo il momento più doloroso nella storia del Consorzio e del territorio vitivinicolo, dopo i fatti del novembre 2014. Si è comunque votato nell’unico modo in cui si poteva. Le regole che fissano il funzionamento di un consorzio di tutela erga omnes non sono scritte a livello locale. Quanto accaduto in Oltrepò interroga i piani alti del Ministero. Società di persone sono state progressivamente trasformate in società per azioni. Tanto produci, tanto corrispondi per vigilanza e valorizzazione, tanto voti. è un modello imposto che crea una divaricazione profonda laddove siano presenti tipologie di aziende eterogenee o una moltitudine di piccole imprese familiari accanto a grandi realtà produttive».

Di chi è la responsabilità di quanto accaduto?

«La responsabilità che deve starci più a cuore è dare al territorio e ai suoi sforzi, verso qualità e reputazione, un’adeguata visibilità e una rappresentanza che sia un fiume e non mille rivoli. Forse da un problema può nascere l’opportunità di ripartire, nel rispetto delle identità dei vari modelli aziendali in campo. La coabitazione nello stesso condominio, in Oltrepò, si è rivelata impossibile per motivi di litigiosità, di scelte e talvolta di stili diversi. Ci sono percorsi che, evidentemente, procedono su binari paralleli o addirittura in rotta di collisione, diciamocelo, lasciando perdere quel “volemose bene” a parole, un’ipocrisia che poi non si traduce mai in fatti concreti o in mosse condivise. Bisogna indagare tutto questo e mettere in campo soluzioni che possano riportare all’unità».

L’Oltrepò del vino è sempre in guerra, perché?

«L’Oltrepò del vino sta vivendo una metamorfosi che deve compiersi su tre basi: distintività, specializzazione e impresa. Ci sono una generazione che a valore ha perso e un’altra che a valore può vincere. Lo studio Demoskopea di Fondazione Bussolera Branca l’ha sancito senza “se” e senza “ma”: divisi non si fa strategia, si fa solo tattica. Troppo poco per un mercato globale, che schiaccia chi sta nel mezzo divenendo autoreferenziale. A Vinitaly l’indagine sulle imprese del vino locali a cura dell’Osservatorio di Wine Marketing del Consorzio, nato dalla sinergia con l’Università degli Studi di Pavia, così come gli esperti di neuromarketing dell’Università IULM che da 3 anni il Consorzio ha applicato al problema, hanno ribadito che il valore aggiunto in Oltrepò si può fare a partire dal tesoretto rappresentato da 3.000 ettari di Pinot nero, che possono rendere questa terra un punto di riferimento mondiale se si sarà capaci di passare a un’unicità fatta di numeri e di scelte».

Qual è la strategia che vedrebbe bene per arrivare alla svolta?

«In Oltrepò, che vanta 13.500 ettari di vigna, bisogna avere prodotti di punta, collocarli nel segmento premium e dare loro un’adeguata capillarità di mercato che oggi manca. Chi non può ingaggiare una guerra a volumi ed essere competitivo con vini da prezzo in grande distribuzione, deve guardare altrove e rivedere la sua piramide aziendale: più è larga la base e stretta la punta, più si produce “valore medio” non potendo chiedere il giusto per il top di gamma che si porta sul mercato con il proprio marchio.

Per remunerare la nostra vitivinicoltura di collina, una qualità che costa sacrificio e investimenti, bisogna partire dal valorizzare ciò che ci rende unici e credere nella denominazione, a partire dall’Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG Pinot nero e dal Pinot nero dell’Oltrepò Pavese DOC, come ambasciatori di un’identità territoriale cui agganciare il resto, compresi i prodotti peculiari di ciascuna area produttiva: i rossi a base Croatina a Rovescala, il Buttafuoco e il Sangue di Giuda nel comprensorio di Canneto Pavese, il Riesling nell’area di Montalto e Oliva Gessi, il Moscato in zona Volpara. Allargando il campo, vi è poi un grande spazio per ragionare sull’innalzare ancora la quota dei vigneti, sulla base degli studi dell’Università di Milano, per arrivare al top e fronteggiare i cambiamenti climatici».

Cos’ha fatto il Consorzio in questi anni per arrivare a cambiare il territorio nel percepito?

«Si è partiti dal riscrivere le regole di produzione, i disciplinari, e da un rafforzamento della tracciabilità con il contrassegno di Stato. Senza regole non ci sono i presupposti minimi per creare valore, difendere i produttori da fenomeni di concorrenza sleale e attirare nuova imprenditoria. Per arrivare a questo si è allargato il consiglio alle associazioni di categoria agricole, a Coprovi e Camera di Commercio. Si è lavorato in sinergia con Unione Italiana Vini, Università di Milano, Università di Pavia e Università IULM. Introdotti con i nuovi disciplinari molti concetti tesi alla qualità, cancellate dalla DOC le tipologie meno rappresentative e implementate le regole, ora è il momento della fase due: dare valore al vino, alle uve e ai terreni con progetti di marketing. Per arrivare a tutto questo bisogna smetterla con la personalizzazione dei problemi, la ricerca dei capri espiatori, le teste da tagliare e le operazioni di distrazione di massa».

Si tratta di progetti raggiungibili in Oltrepò o di semplice utopia?

«In tante zone di produzione italiane, cito la Langa perché ritengo somigli al nostro Oltrepò, tanti anni fa si è scelto di andar d’accordo per interessi comuni: valorizzazione del vino, enoturismo, cultura al servizio dell’animazione d’itinerari d’appeal, comunicazione, pubbliche relazioni a sostegno di piani d’impresa a breve, medio e lungo termine. Bisogna lasciarsi ispirare, ben sapendo che l’Oltrepò in termini di qualità assoluta in un decennio ha fatto passi da gigante, come sancito da guide vini, critica e concorsi enologici internazionali».

Da dove si comincia?

«Il gigante Oltrepò ha ancora i piedi d’argilla perché manca una sinergia tra piccole imprese e cooperazione. Una cooperazione che può dare numeri e visibilità a scaffale al nuovo Oltrepò: le novità in casa Terre d’Oltrepò, La Versa, Torrevilla e Canneto fanno ben sperare sul fronte di un dialogo fattivo con i piccoli produttori. Servono un “patto cooperativo” e un “patto di territorio” per sfidare l’Italia e varcare il confine come un’alleanza e non in ordine sparso. Nel passato abbiamo fatto la fortuna di altri che avevano obiettivi e facevano leva sulla nostra poca considerazione di noi stessi, dobbiamo cambiare».

Cos’ha fatto il Consorzio in questi anni per iniziare il percorso?

«Abbiamo messo in campo strumenti scientifici e ricerca per non ragionare solo sull’emotività ma in senso oggettivo, sui numeri e con una radiografia del territorio. Abbiamo accompagnato i produttori su tanti scenari importanti, da ProWein a Vinitaly, da nuove vetrine su Milano e Roma con partner importanti. Da citare il successo dell’Oltrepò a Golosaria, all’evento AIS Lombardia al Westin Palace di Milano dedicato alle colline del Pinot nero, e ad altri eventi che hanno messo in luce il binomio vino-territorio di fronte a una platea nazionale. Fondamentale anche la partnership con la Strada del Vino, per arrivare alla pubblicazione di “Guidando con Gusto” il libro-guida dell’Oltrepò da scoprire, fino alla “WineMi Week”, ciclo di iniziative per riportare i nostri produttori a riavere l’attenzione che meritano nelle enoteche di Milano».

A livello locale cosa si è fatto?

«Moltissimi sono stati gli eventi locali ai quali il Consorzio ha partecipato o con i quali ha collaborato, da OltreFestival all’Autunno Pavese per arrivare ai molti appuntamenti tra cultura, degustazione e abbinamenti all’Enoteca Regionale della Lombardia a Cassino Po di Broni divenuta un palcoscenico di valore. C’è ora grande dinamismo e voglia di fare per quanto concerne la creazione del marchio ombrello “Oltrepò”, proposto dal presidente della Strada del Vino Roberto Lechiancole, un’iniziativa che potrà certamente avere ricadute economiche sulla territorialità nel suo insieme. Il vino, ladddove esistono zone forti nella qualità, può essere un volano strategico per le comunità locali».

Se potesse esprimere e veder realizzato un desiderio, cosa vorrebbe?

«Un Oltrepò Festival sul territorio vitivinicolo, facendo tesoro di OltreGusto. Penso a un long weekend con cantine aperte ai turisti e borghi del vino protagonisti con la loro storia e la loro identità. Una manifestazione ben comunicata a livello nazionale, con testimonial di primo piano, e capace di non disperdere gli sforzi in mille rivoli. Tante manifestazioni sono belle ma una sola, importante, può essere un potente veicolo di marketing territoriale, dal vino ai sapori alla ristorazione».

Ha qualche cruccio?

«Con meno divisioni e più condivisione si sarebbe riusciti ad andare più lontano. Non è mai troppo tardi se c’è la volontà».

di Silvia Colombini

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