Giovedì, 16 Agosto 2018

LE MORTI ASSURDE NELLE CARCERI ITALIANE : SUICIDI IN CELLA CON DINAMICHE MAI PIENAMENTE CHIARITE, SOSPETTI PESTAGGI E OMISSIONI DI SOCCORSO

Il 17 maggio 2018 Rudra Bianzino, figlio di Aldo Bianzino, morto nel carcere di Perugia nel 2007, ha lanciato una petizione online per chiedere la riapertura delle indagini sulla morte di suo padre, ma anche la creazione di una Commissione d’inchiesta parlamentare sui casi di presunti abusi da parte delle forze dell’ordine.

“Sembra giusto, se non imprescindibile, allargare la mia battaglia a sostegno di tutte quelle persone che stanno lottando per avere verità e giustizia, in particolar modo quando sono le stesse istituzioni ad essere chiamate in causa”, ha scritto Rudra in un post.

“Un primo passo in tal senso era già stato fatto dall’On. Alessandro Bratti nel 2014, depositando un ddl presso la Camera dei Deputati, nel quale era previsto la formazione di una commissione di inchiesta proprio su questi temi. Oggi chiediamo che venga preso seriamente in considerazione dalla classe politica la proposta già presentata all’epoca, per far luce su una moltitudine di casi rimasti irrisolti”.

Ecco le storie di persone morte in carcere in circostanze sospette o mai pienamente chiarite, oltre a quella di Aldo Bianzino.

Aldo Scardella

Il 24enne Aldo Scardella viene arrestato alla fine del 1985 con l’ accusa di omicidio a scopo di rapina. Il suo arresto avviene a seguito della rapina che aveva portato alla morte di Giovanni Battista Pinna, titolare dell’ emporio Bevimarket di Cagliari, sulla quale però il giovane si dichiara ripetutamente innocente. Secondo la ricostruzione di ACAD (Associazione Contro gli Abusi in Divisa), ad Aldo viene impedito di incontrare anche l’avvocato scelto dalla sua famiglia per difenderlo e non viene mai neppure interrogato dal giudice istruttore. Il 2 luglio 1986 Aldo si impicca nel carcere di Buoncammino, dopo sei mesi di isolamento, ribadendo la sua estraneità al delitto. Accanto al suo corpo un biglietto con scritto “Muoio innocente”. Nel 2002 vengono incarcerati i veri responsabili dell’omicidio.

Mario Scrocca

Mario Scrocca è un infermiere di 27 anni, padre di un bambino di tre anni. Viene arrestato il 30 aprile 1987 e accusato di un pluriomicidio avvenuto nel 1978, quando due ragazzi di destra erano stati uccisi a colpi di pistola a via Acca Larenzia, a Roma. Il giovane aveva espressamente richiesto durante l’interrogatorio di essere sottoposto a vigilanza a vista. La sera del primo maggio, approfittando di un momento in cui la guardia carceraria di turno si era allontanata, Mario si toglie la vita impiccandosi nel carcere di Regina Coeli. Secondo ACAD, nel caso di Scrocca ci sono state “irregolarità nella carcerazione, nella morte del giovane e nei referti autoptici”. “Nessuno ha mai dato risposte se il giovane sia “stato suicidato” o se sia stato istigato al suicidio, reato che all’epoca non esisteva”, scrive l’associazione sul suo sito.

Riccardo Boccaletto

Arrestato per reati legati alla droga, Riccardo Boccaletto muore nel carcere di Velletri il 24 luglio 2007. “Dopo il suo ingresso in carcere ha cominciato ad accusare inappetenza, vomito, astenia e progressivo peggioramento anoressico, arrivando a perdere oltre 30 chili di peso in pochi mesi”, denuncia l’associazione ACAD. “Nonostante le sue scadenti e precarie condizioni di salute, nei suoi confronti non sono state approntati tutti quegli interventi specialistici che il grave e disperato quadro clinico avrebbe richiesto”. Le indagini dei familiari hanno fatto emergere che la causa del decesso è “la diretta conseguenza di un’acuta insufficienza cardiocircolatoria da verosimile aritmia cardiaca in un soggetto con sindrome del QT lungo”. Questa sindrome tuttavia non era stata segnalata nel corso della visita cardiologia effettuata in carcere il 18 aprile 2007, quindi Riccardo non aveva ricevuto l’assistenza che occorreva dato il suo stato di salute. 

Giuseppe Uva

L’artigiano 43enne Giuseppe Uva non muore in carcere, ma all’ospedale di Circolo di Varese, dopo essere stato fermato dai militari Stefano Dal Bosco e Paolo Righetto mentre cercava di spostare delle transenne dal centro della città insieme a un amico. È il giugno 2008. Uva viene portato in caserma e infine trasportato all’ospedale, dove muore la mattina successiva. La corte d’assise di Varese, il 15 aprile 2016, ha assolto i 6 poliziotti e 2 carabinieri accusati di averlo picchiato. Lo scorso 16 maggio il sostituto pg di Milano Massimo Gaballo ha chiesto di condannare a 13 anni i due carabinieri e a 10 anni e 6 mesi i sei agenti imputati nel processo di appello. Secondo l’accusa, la morte di Uva è stata causata dalle “modalità particolarmente violente” dei carabinieri e poliziotti che lo avevano in custodia e che, sia in caserma che in ospedale, lo avrebbero colpito ripetutamente con “percosse e calci”. Al punto da suscitare in lui quella “situazione di stress” indicata dai periti come “fattore scatenante” della “fibrillazione ventricolare” che ha portato alla sua morte.

Niki Aprile Gatti

Il 24 giugno 2008 Niki Aprile Gatti, 26 anni, muore nel carcere di Sollicciano, a Firenze, apparentemente suicida. Niki lavora per la Oscorp, un’azienda informatica di San Marino coinvolta, insieme ad altre società, nell’inchiesta Premium. La mattina del 19 giugno Niki ha un colloquio con l’avvocato della Oscorp, Marcolini, e successivamente viene arrestato con l’accusa di frode informatica e portato nel carcere di Firenze. La madre di Niki, Ornella Gemini, apprende fortuitamente dell’arresto del figlio, e prova a contattarlo ma viene a sapere che è in isolamento. La signora Gemini inizia a questo punto a ricevere una serie di telefonate e pressioni, da parte di amici e colleghi del figlio, affinché si affidi a un altro avvocato, e non all’avvocato Marcolini. Nel frattempo, nonostante Niki sia in isolamento, gli viene recapitato un telegramma, spedito dalla sua abitazione, in cui gli viene indicato un altro legale da nominare. Lui, che non sa della determinazione della madre, accetta il consiglio. All’indomani dell’udienza di convalida dell’arresto, il 24 giugno, Niki Aprile Gatti muore. La ricostruzione ufficiale è che quella mattina, dopo l’ora d’aria, Niki tornato in cella avrebbe preso un paio di jeans, il laccio di una scarpa e si sarebbe impiccato. Tuttavia emergono numerose contraddizioni sulla dinamica e sull’orario della presunta morte, con testimonianze discordanti (qui i dettagli nella ricostruzione dell’associazione A Buon Diritto). Ornella Gemini chiede la riapertura del caso insieme al Comitato Verità e Giustizia per Niki Aprile Gatti.

Stefano Brunetti

Arrestato dopo un tentativo di furto in un garage di Anzio l’8 settembre del 2008, Stefano Brunetti, 43enne, muore il giorno dopo all’ospedale di Velletri. Ai medici racconta di essere stato picchiato dagli agenti. Brunetti aveva prima aggredito il proprietario del garage che lo aveva sorpreso e poi gli agenti accorsi sul posto. Dopo essere stato portato in commissariato, avrebbe commesso atti di autolesionismo e sarebbe stato necessario l’intervento della guardia medica per sedarlo. Brunetti viene poi condotto in carcere. Nel processo sulla sua morte, i poliziotti che lo ebbero in custodia sono stati assolti. Nel 2015 il procuratore generale ha chiesto alla Corte d’Assise d’appello la condanna a 10 anni di carcere per i due agenti.

Carmelo Castro

Carmelo Castro muore nel carcere di Piazza Lanza, a Catania, il 28 marzo del 2009. Ha appena 19 anni. Era stato arrestato alcuni giorni prima per aver fatto il palo in una rapina. Secondo la ricostruzione ufficiale si è suicidato legando un lenzuolo allo spigolo della sua branda, ma la madre Grazia La Venia è convinta che non sia andata così. La sorella di Carmelo e alcune zie, infatti, recatesi alla caserma di Paternò, dove il ragazzo era stato condotto prima di essere portato in carcere, hanno detto di aver sentito “le urla e il pianto di Carmelo provenire dal piano di sopra” e di aver visto poi il ragazzo passare all’esterno con “diversi lividi e segni in faccia”. La madre di Carmelo ha coinvolto l’associazione Antigone per chiedere che fosse fatta chiarezza. Il caso, però, è stato archiviato. 

Stefano Frapporti

Stefano Frapporti muore il 21 luglio 2009 in una cella del carcere di Rovereto. Stava andando in giro in bicicletta quando è stato fermato da due carabinieri in borghese per un’infrazione stradale. Portato in carcere perché sospettato di spaccio, viene trovato impiccato nella sua cella. Familiari, amici, parenti e solidali si riuniscono in un’assemblea permanente e propongono una controinchiesta, ritenendo che non ci fossero gli estremi per un arresto. Il 18 febbraio 2010 il caso è stato archiviato.

Stefano Cucchi

La storia di Stefano Cucchi è probabilmente la più nota tra quelle riguardanti i presunti abusi delle forze dell’ordine in carcere, grazie alla battaglia portata avanti dalla sorella Ilaria. Il geometra romano Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre 2009, sei giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti. La famiglia di Cucchi ha vissuto ben sette anni di processi, che hanno visto oltre 40 udienze, insieme a perizie, maxi perizie, centinaia di testimoni e decine di consulenti tecnici ascoltati. Lo scorso 15 maggio, il maresciallo dei carabinieri Riccardo Casamassima, principale testimone nel processo contro cinque carabinieri, tre dei quali accusati della morte del geometra romano, ha ribadito in aula le sue accuse ai colleghi.

Simone La Penna

Il 26 novembre 2009 Simone La Penna, 32enne di Viterbo,  è morto di anoressia nel carcere Regina Coeli di Roma, dove stava scontando una condanna per droga. Simone è morto dopo aver perso più di quaranta chili. Sono stati condannati in primo grado per omicidio colposo due medici del carcere che lo ebbero in cura.

Carlo Saturno

Carlo Saturno ha 22 anni quando nell’aprile del 2011 viene trovato agonizzante in una cella del carcere di Bari. Muore dopo una settimana di coma, il 7 aprile. Era stato arrestato per furto ed era finito in isolamento dopo uno scontro con gli agenti, degenerato probabilmente in un pestaggio. Saturno si era costitutito parte civile nel processo contro 9 poliziotti del carcere minorile di Lecce, accusati di aver compiuto violenze sui detenuti tra il 2003 e il 2005. La terza richiesta di archiviazione al gip per l’inchiesta sulla sua morte è arrivata a luglio 2016. Per i fratelli di Carlo, Anna e Ottavio Saturno, il ragazzo potrebbe essere stato istigato o, addirittura, potrebbe non essere stato lui a togliersi la vita.

Cristian De Cupis

Cristian de Cupis viene trovato morto in un letto nel reparto protetto dell’ospedale Belcolle di Viterbo il 12 novembre 2011. Aveva 36 anni. Tre giorni prima era stato arrestato dalla Polizia ferroviaria alla stazione Termini di Roma, dopo aver aggredito degli agenti. “Dopo alcune ore in cui viene trattenuto in stato di fermo al posto della Polfer, Cristian viene portato al pronto soccorso dell’ospedale Santo Spirito”, si legge sul sito dell’associazione A Buon Diritto. “In effetti, il giovane presentava sul corpo diverse escoriazioni, a detta degli agenti causate dal tentativo violento di sottrarsi all’arresto. Ai medici del pronto soccorso, però, de Cupis riferisce di essere stato vittima di un pestaggio durante il fermo”. Cristian viene trasferito nel reparto protetto dell’ospedale Belcolle di Viterbo, collegato al carcere Mammagialla, dove viene sottoposto a una serie di esami clinici, tra cui una Tac. Le sue condizioni di salute appaiono discrete. Dopo la convalida del suo arresto e la disposizione del gip, che prevede il trasferimento ai domiciliari, il 12 novembre alle 5 del mattino, Cristian viene trovato morto. 

Francesco Smeragliuolo

Il ventiduenne Francesco Smeragliuolo era stato arrestato il 1° maggio 2013 per una rapina. Dopo aver perso 16 chili, è morto nel carcere di Monza sabato 8 giugno 2013. Nel suo caso è stata esclusa l’ipotesi del suicidio, dal momento che in una lettera alla fidanzata scriveva dei futuri progetti insieme. Dall’autopsia risulta che la sua morte è avvenuta per un arresto cardiocircolatorio, ma la madre del ragazzo, Giovanna D’Aiello, sostiene che suo figlio stava bene e vuole vederci chiaro.

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