Sabato, 15 Dicembre 2018

STRADELLA - «I RAGAZZI DI OGGI FATICANO A RISPETTARE LE REGOLE»

Anna Bobba è dal 2015 la dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo Depretis di Stradella. I plessi dell’Istituto interessano non solo il comune di Stradella, ma anche quelli di Arena Po e Portalbera, dalla scuola dell’infanzia fino alle classi della secondaria di primo grado: 45 classi tra primaria e secondaria, 10 sezioni scuola infanzia per un totale di 1297 alunni. Anna Bobba è al suo primo incarico come dirigente, anche se può vantare una lunga esperienza pregressa come insegnate di Lingue, anche per i detenuti in carcere. Ci confessa la sua grande passione per la musica che cerca di trasmettere ai suoi ragazzi attraverso progetti didattici, supportata da docenti che hanno voglia di fare e di innovare.

Riveste un ruolo importante e per certi aspetti delicato. Perché questa scelta?

«È un compito impegnativo. È stata per me non solo una scelta lavorativa, ma anche di vita che tuttora mi appassiona. Mi piacerebbe potermi dedicare di più ad alcuni aspetti della mia professione, ad esempio all’aspetto educativo e in parte ci sto riuscendo, ormai siamo diventati sulla carta dei grandi burocrati. Sicuramente non mi do per vinta, forse anche per la lunga esperienza che ho alle spalle».

Come si trova a Stradella, al suo primo incarico?

«Ho la fortuna di lavorare in un ambiente sereno grazie anche ad una segreteria collaborativa e ad un ottimo Direttore dei servizi generali amministrativi. Affronto il mio lavoro con entusiasmo e ho la motivazione necessaria per creare un vero comprensivo che non sia solo sulla carta. Mi piace pensare che il fine del mio lavoro sia creare continuità, un unicum che comprenda tutte le classi dall’infanzia alla secondaria di primo grado».

L’Istituto comprensivo di Stradella comprende anche i plessi di Arena Po’ e di Portalbera, qual è il suo rapporto con le amministrazioni comunali?

«Direi di ottima collaborazione e sicuramente attenzione e ascolto, da non dare per scontato al giorno d’oggi. Il rapporto con questi enti è molto buono, poi naturalmente fanno quello che possono».

Lei ha sempre insegnato, effettivamente gli studenti sono cambiati?

«A differenza di quando ho iniziato a insegnare, purtroppo, ho avuto modo di vedere che gli studenti sono molto meno rispettosi delle regole, che è uno dei fondamenti su cui si basa l’educazione e la base da cui partire per diventare un buon cittadino. Non dovrebbe esserci discontinuità tra dentro e fuori le mura scolastiche. Stiamo lavorando affinchè questo messaggio venga recepito dai ragazzi. È una lotta quotidiana, ma iniziamo a vedere dei risultati. A me non piace tanto usare l’espressione “una volta”, perché il mondo cambia e bisogna sapersi adattare, quarant’anni fa forse era più facile trattare con i ragazzi perché avevano un’educazione che imponeva loro il rispetto per gli adulti in genere. Oggi è più difficile, ma ci stiamo lavorando».

Anche i docenti sono cambiati?

«Per quanto riguarda i docenti giovani, in questi tre anni di collaborazioni, devo dire di aver avuto esperienze positive. Gente preparata, che ha voglia di fare e innovare. Sono molto contenta perché lavorano bene e sono molto motivati».

Al giorno d’oggi molti sono gli studenti stranieri, quanti ne conta il suo istituto in percentuale?

«Se parliamo di stranieri di origine parliamo di una percentuale alta, circa il 28%».

Studenti decisamente più integrati rispetto a qualche anno fa…

«Assolutamente. Anche perché essendoci una percentuale così alta, è inevitabile».

Questo è anche un periodo in cui tante famiglie versano in una condizione di difficoltà, sia economica che sociale. Cosa ci può dire in merito?

«C’è un alto numero di famiglie in difficoltà economica: la situazione sociale è abbastanza critica».

Per lei il superamento delle barriere etniche e sociali è un punto importante per la scuola dell’oggi?

«Direi che è fondamentale. La nostra cultura nasce dalla fusione di molte culture, non ce lo dobbiamo dimenticare. La nostra qualità nasce dalla fusione, non dall’unicità come cultura separata. Facciamo quindi un po’ di attività che vanno al di là della didattica, che rimane comunque importantissima. Cerchiamo di fare attività che permettano di includere tutti, anche coloro che non hanno un buon rendimento: se messi su un palcoscenico e responsabilizzati, abbiamo visto che si sentono valorizzati e questo è importante, anche per recuperarli scolasticamente. Abbiamo tanti esempi di ragazzini che facevano “tribolare” che si sono ripresi anche grazie a queste attività della scuola e alla passione dei docenti».

Lei è un’appassionata di musica, passione che ha saputo trasmettere ai suoi studenti.

«È vero, ho la passione della musica e delle lingue. Cerco di trasmettere queste mie passioni, per esempio da quest’anno a scuola abbiamo anche il coro, un momento associativo: la musica abbatte ogni barriera! Faremo uno spettacolo finale al palazzetto di Stradella: forse non è il luogo ideale, ma iniziamo da qui e speriamo un giorno di poterlo fare in Teatro».

Lei ha insegnato lingue anche in carcere: ci racconti questa sua importante esperienza.

«Un periodo molto positivo. Ho insegnato in varie scuole della Provincia e il fatto di cambiare è stato molto positivo per ampliare i miei orizzonti, per non sedermi su quello che si è soliti dare per scontato. Restare troppo tempo in una scuola secondo me non dovrebbe essere permesso perché ci si abitua troppo. Il lavoro in carcere è stato molto costruttivo e impegnativo, ma mi ha arricchita. Ci sono stata un po’ di tempo circa dieci anni, un periodo corretto considerando la tensione data non dal lavoro in sé, ma dal luogo e dalle situazioni particolari con cui entri in contatto. Devo dire di aver lavorato bene perché ho incontrato grande collaborazione e ho lasciato in tutta serenità».

di Elisa Ajelli

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