Giovedì, 19 Luglio 2018

40 ANNI SENZA MANICOMI, COSA RESTA DELLA RIVOLUZIONE

"La cosa importante è che abbiamo dimostrato che l'impossibile diventa possibile". Sta, forse, tutto in questa frase il senso della legge rivoluzionaria che 40 anni fa segnò la fine dell'era degli ospedali psichiatrici in Italia, ovvero la chiusura dei manicomi. A pronunciarla il 'padre' di quella legge - la 180 del 13 maggio 1978 - lo psichiatra Franco Basaglia, che diede vita al Movimento per il superamento degli istituti psichiatrici. Da allora è cambiato il volto della malattia psichiatrica nel nostro Paese, ma restano tuttavia molte le criticità da affrontare, a partire da un sistema di assistenza per il quale i finanziamenti sono ancora insufficienti.

La 180, sottolinea lo psichiatra Massimo Cozza, coordinatore del Dipartimento salute mentale (Dsm) ASL Roma 2 (il più grande d'Italia con circa 1,3 mln di abitanti), "ha restituito dignità ai malati e ha indicato nei servizi territoriali i luoghi di cura. La legge demanda infatti alle Regioni l'organizzazione dei Dsm. Il ricovero da obbligatorio è diventato volontario, lasciando comunque la possibilità del trattamento sanitario obbligatorio negli ospedali generali".

Prima della 180 era vigente la legge 36 del 1904, per la quale venivano internate nei manicomi le persone "affette per qualunque causa da alienazione mentale". Dopo un periodo di osservazione, i pazienti potevano essere ricoverati definitivamente, perdevano i diritti civili ed erano iscritti nel casellario penale. Nei fatti, afferma Cozza, "i manicomi svolgevano un ruolo di controllo sociale dei supposti 'devianti', dove si ritrovava chi era ai margini della società, dai malati di mente ai piccoli delinquenti alle prostitute, e dove si praticavano elettroshock e contenzioni. Tra i ricoverati vi erano anche gli omosessuali.

Nel periodo fascista, poi, i ricoverati aumentarono, con un'utilizzazione di tali istituti anche per i dissidenti, e dal 1926 al 1941 passarono da 60 mila a 96 mila". Gli ultimi dati disponibili in Italia prima del 1978 risalgono al 1954, e vedono 95 manicomi con 120mila posti letto.

Poi la svolta, ed a completamento del percorso anche le leggi 9 del 2012 e 81 del 2014 che hanno decretato il superamento pure degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), dopo la denuncia delle loro drammatiche condizioni. Nel 2017 si è completata la chiusura di tutti e 6 gli Opg italiani. In alternativa agli Opg sono ora attive le Rems (Residenze per le Misure di Sicurezza), strutture sanitarie residenziali con non più di 20 posti letto.

Il panorama dell'assistenza si è dunque completamente trasformato, ma anche oggi non mancano le criticità. La situazione attuale è infatti, denuncia Cozza, "a macchia di leopardo con grandi differenze regionali. Uno dei problemi resta la carenza di personale: quello dei Dsm è di 29.260 unità, sotto lo standard di 1/1500 abitanti indicato dal Progetto obiettivo salute mentale 1998-2000, secondo il quale gli operatori dipendenti dovrebbero essere circa 40mila. Inoltre i fondi sono insufficienti".

Un dato allarmante riguarda anche l'assistenza ai più giovani: "In Italia ci sono solo 325 posti letto di neuropsichiatria infantile", afferma Antonella Costantino, presidente della Società italiana di neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza (Sinpia). Risultato: "Solo un terzo dei ragazzini che hanno bisogno di un ricovero in neuropsichiatria infantile per un disturbo psichiatrico acuto - rileva - riescono ad essere ricoverati effettivamente in questo reparto".

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