Lunedì, 24 Giugno 2019

STRADELLA - «L’OLTREPÒ È TERRA DI PASSAGGIO, NON UNA DESTINAZIONE TURISTICA»

Non si fa che parlare della necessità di valorizzare il territorio, di trovare metodi e canali di comunicazione per raggiungere i turisti di tutto il mondo, per trasformare l’Oltrepò in una destinazione di vacanza. Eppure, a ben guardare, ciò che sta a sud della provincia di Pavia non solo riveste un ruolo marginale nell’economia turistica della zona, ma non ha nemmeno più un’Associazione Albergatori Oltrepò, che sebbene continui a esistere nominalmente, da qualche tempo ha smesso di operare, sconfortata dalla poca partecipazione degli stessi albergatori. A dipingerci un quadro più completo della situazione è Simone Scarani, direttore dell’associazione nonché proprietario dell’Hotel Italia di Stradella.

Cominciamo l’intervista fornendo un po’ di dati riguardo al turismo della nostra zona. Come siamo messi?

«I dati che consulto di solito sono dell’Istat, e al momento arrivano fino al 2016 (il 2017 non è ancora disponibile). Ovviamente sono divisi per provincia, dunque non è possibile nel dettaglio riferirsi solo all’Oltrepò, possiamo però analizzare la situazione dell’intera zona di Pavia e provare a tirare qualche somma. Nel 2016 in provincia di Pavia nei circa 100 alberghi presenti si sono registrati circa 250 mila arrivi, che corrispondono a 500 mila presenze dal momento che mediamente chi soggiorna in provincia di Pavia lo fa per due notti. Non è un dato particolarmente brillante, anzi: siamo tra i fanalini di coda della Lombardia, e se ci aggiungiamo che buona parte di queste presenze si concentra su Pavia, ci rendiamo conto che all’Oltrepò rimangono davvero delle briciole».

Che tipo di turista viene in Oltrepò?

«Dal dato relativo alla permanenza riusciamo ad evincere anche questo. Chi sta solo due notti in provincia di Pavia difficilmente è qui per un weekend. Più probabilmente viene per lavoro (e sta un paio di giorni per sbrigare i suoi affari) oppure è qui di passaggio, e si ferma prima di proseguire il suo itinerario».

I numeri sono in crescita o in diminuzione?

«Da questo punto di vista va un po’ meglio: nel 2007 c’è stata una decisa flessione che è proseguita fino al 2015, l’anno di Expo, quando siamo finalmente risaliti fino a tornare alle 260 mila presenze del 2006. Il dato positivo è che nel 2016 la situazione non è precipitata nuovamente ma è riuscita a rimanere stazionaria, dimostrando che l’effetto Expo non era stato così incisivo o che la sua eco non si era ancora conclusa nel 2016. Lo scopriremo con i dati del 2017».

E l’argomento numeri lo abbiamo esaurito. Torniamo invece alla questione dell’associazione degli albergatori che non esiste più. Cosa è successo?

«Ufficialmente esiste ancora, praticamente ha smesso di funzionare. Di fatto l’associazione è nata qualche anno fa per un’esigenza espressa dalla fascia degli operatori oltrepadani, i quali avrebbero voluto ottenere maggiore visibilità raggiungendo un’unione più solida fra loro. Per qualche tempo i suoi membri (circa una ventina) sono rimasti propositivi e attivi, ma a un certo punto la partecipazione è calata drasticamente. Non sto dando la colpa a nessuno, sia chiaro: il mestiere di albergatore si svolge 24 ore su 24, ed è difficile trovare tempo per dedicarsi alle attività associative».

E quindi ora? A chi fate riferimento?

«Ecco, questo è il problema. Non che manchino le associazioni, assolutamente: da un lato c’è la Federalberghi, l’associazione di categoria ufficiale, e dall’altra ci sono tutta una serie di altre realtà più o meno piccole che operano sul territorio e che radunano diversi operatori turistici, non solo gli alberghi. Ne fanno parte agriturismi, cantine, gruppi che organizzano attività in zona e via discorrendo. Il fatto è che si tratta di una realtà molto frammentaria, che fatica ad agire con incisività».

Perché il turismo in questa zona non decolla? In cosa sbagliamo?

«Intanto sbagliamo a pensare che l’Oltrepò sia una destinazione turistica. è inutile che continuiamo a illuderci che il turista straniero venga in Italia per vedere le nostre colline, viene per vedere Venezia, e Roma, Milano e Firenze. Da qui, semmai, ci passa: abbiamo la fortuna di essere collocati in un punto strategico, se riuscissimo a sfruttarlo potremmo incrementare significativamente le presenze. Insomma dovremo pensare nazionale, capendo quali traiettorie potremmo riuscire a intercettare: il chilometro zero, le produzioni locali vanno benissimo, ma sarebbe il caso di guardare anche oltre».

Tante strutture fanno anche molta fatica a rinnovarsi, la sensazione è che siano rimaste uguali a come erano tanti anni fa…

«Questo è vero, ma c’è da considerare il fatto che i costi di una ristrutturazione totale sono elevati, e che non tutti gli alberghi (specialmente quelli già in crisi) possono permettersela. Anche con gli aiuti finanziari, anche con i bandi europei, rimane una spesa molto grande e tante strutture sono troppo in difficoltà per poter pensare di affrontarla. Basta pensare a quanti alberghi hanno accettato di ospitare i rifugiati: sapevano che sarebbe stato un deterrente per la loro clientela, ma hanno scelto comunque questa soluzione per evitare di chiudere»

di Serena Simula

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