Giovedì, 20 Giugno 2019

OLTREPÒ PAVESE - VOGHERA - LELE BAIARDI : «LA GLOBALIZZAZIONE TEMO ABBIA PORTATO AD UNA MASSIFICAZIONE DELIRANTE»

Quando penso alla parola eclettico, riferita all’Oltrepò, mi salta subito alla mente un nome: Gabriele “Lele” Baiardi. Pochi personaggi oltrepadani riescono a trasmettermi la stessa infaticabile energia creativa e quasi demiurgica, di Lele. Eclettismo non significa tuttologia, ma versatilità. “Lele” Baiardi non sa fare tutto e non riuscirà a fare tutto  in modo sempre e comunque eccellente, ma possiede una mente eclettica, curiosa e sempre assetata di nuovi stimoli. “Lele” possiede doti umane e professionali, ha la capacità di individuare i problemi, ha la capacità di analizzare la vita politica, economica e sociale dell’Oltrepò senza indulgenze... per nessuno.

Lei ha vissuto la vita notturna dell’Oltrepò pavese degli ultimi 35 anni. La vita notturna è un po’ lo specchio dei tempi: com’è cambiata la gente? Qual è stato l’escursus?

«Ho conosciuto la cosiddetta vita notturna intorno ai 15 anni, agli inizi degli anni 80, frequentando di pari passo quella oltrepadana, dove vivevo, e quella milanese, dove studiavo, iniziando a lavorarci poco dopo. Tra le due realtà vi era un’enorme differenza, non a livello numerico, ma diciamo... a livello estetico. C’erano però in entrambe le situazioni molti locali, ed erano sempre pieni, perché avevamo la cultura della “grande compagnia”. Noi ragazzi, a differenza di oggi, appartenevamo a gruppi folti e ci producevamo in infiniti dialoghi ed in frequentazioni quotidiane di ore! Non avevamo internet, il web, ma, forse proprio per questo, avevamo maggior curiosità! Ed una solidarietà sociale che a metà degli anni 90 ho notato è incominciata a sparire, lasciando il posto ad edonismo ed individualità. Senza volerlo, noi eravamo davvero social! La spesa pro-capite per divertirsi era identica ad oggi, a Milano un poco superiore in alcuni locali a-la-page. Però era proprio diversa l’atmosfera... Gli anni ‘80 infatti sono stati una fucina di innovazioni ed entusiasmi oserei dire quotidiani». 

Ha detto che Milano allora era superiore a livello estetico, ci spieghi meglio...

«C’era una “società nella società”, che oggi non esiste più, formata dai grandi stilisti della moda nascenti e le loro feste, da quelli che si sarebbero poi confermati come grandi gestori di attività d’intrattenimento e le loro feste: dai capitani d’industria e le loro feste, dai politici e le loro feste, dai nobili e le loro feste... che riuscivano ad attrarre una popolazione europea straordinaria! L’Appeal delle notti milanesi, fino al 1996-97, è stata assolutamente mondiale! Ricordo, ad esempio, una sera al Plastic la presenza di Boy George, voce dei Culture Club, in quegli anni tra le band pop più acclamate del globo, che dichiarò di frequentare Milano almeno una volta al mese perché riteneva che fosse la più bella città del mondo, addirittura ancor più viva artisticamente di N.Y. ! L’Oltrepò non poteva ovviamente competere con queste realtà per una ragione geografica e di nomea internazionale...».

Ritornando all’Oltrepò, qual’è secondo lei l’aspetto principale della clientela della vita notturna che è cambiato dagli anni 80 ad oggi?

«Gli anni ‘80 hanno lasciato una lunga coda: in Oltrepò ci si divertiva moltissimo ed in tantissimi, come numeri, ancor fino direi a 15 anni fa. Poi c’è stato, temo, l’avvento della generale e nazionale “paura del domani” negli imprenditori del settore, e molti hanno un po’ “tirato i remi in barca”, e la contemporanea “chiusura” su pc e smartphones dei clienti, non più così desiderosi di socializzazione fisica, almeno non più di 1 o 2 volte a settimana, ma molto social on-line su internet. Ed un cambio radicale di mentalità, dove tutto è diventato già visto, già scoperto, nulla di nuovo. Vede, solo tramite il telefonino il mondo, talvolta, si pensa di “viverlo a distanza”: è una cosa che noto nei giovani, ed un po’ mi spaventa».

A proposito: qual è la differenza tra il ventenne di vent’anni fa ed il ventenne attuale?

«Domanda socio-filosofica! Difficile rispondere in poche parole. Sicuramente il ventenne degli anni ‘80, ed ancor fino alla fine dei ‘90, vedeva la vita in una prospettiva di realizzazione di sogni, nel vero senso! “L’immagina, puoi!” della pubblicità di George Clouney è assolutamente antitetico al momento odierno, ma sarebbe stato lo slogan perfetto di allora! Oggi credo si possano immaginare solo cose di “piccolo respiro”. Io all’epoca immaginavo esattamente l’opposto di ciò che ahimè sarebbe poi avvenuto: pensavo ad un sistema che ci avrebbe fatto “stare tutti bene”. Oggi è il contrario: pochi sogni, ma l’immaginifico diventa gigantesco quando si parla di schermi di pc, perché lì sì, i ragazzi si scatenano, ma vis-a-vis fuori dalle mura della stanzetta l’affrontano da singole realtà...».

I giovani di ieri sono la forza lavoro e i dirigente di oggi. I sogni di questi ragazzi sono stati realizzati?

«I sogni si sono infranti contro la sensazione d’insicurezza e la cura del proprio orticello! “L’orto personale” negli anni ‘80 non esisteva: esistevano praterie immense dove tutti correvamo... Poi è intervenuta la paura del futuro: le cose hanno iniziato a cambiare, spesso in male. Ad esempio, noi 30enni o giù di lì nel 1992, l’anno dell’enorme scandalo di Tangentopoli, quando tutto sembrava dovesse “esser ripulito”, in realtà molto presto ci accorgemmo che questa “ripulitura” sociale, economica, concettuale, politica e filologica del mondo non avveniva, ma bensì stavamo vivendo un generale abbassamento di livello, e ciò non poteva certo portare ad un futuro di grandi risultati...».

I ragazzi erano quindi molto diversi da quelli di oggi: quest’ultimi che figli avranno?

«I ragazzi di oggi avranno, temo, figli “legati” ai vari redditi (di dignità, di cittadinanza, energetici, di ammodernamento tecnologico hardware e software, etc.) regalati dai futuri governi europei, all’assenza culturale, all’assenza di memoria storica ed al loro narcisismo ed individualismo. Che altro non è che l’opposto degli anni ‘80! La globalizzazione temo abbia portato ad una massificazione delirante...».

Nella sua famiglia, fin da bambino, ha respirato politica. Suo padre è stato un politico di lungo corso della vita oltrepadana. L’Oltrepò in questo momento, si dice, non abbia politici di riferimento e di spessore: colpa anche dei politici di allora che non hanno saputo tramandare?

«Non credo. Politici in Oltrepò oggi ce ne sono. Mi vengono al volo in mente due nomi su tutti: Giovanni Alpeggiani e Paolo Affronti. Due Signori, ancora all’opera, che della politica conoscono tutto, ma ritengo che anche loro, negli ultimi 20 anni, si siano scontrati ed abbiano dovuto adattarsi al grande cambiamento sociale ed umano avvenuto, anche in politica! Dal citato 1992 per 15 anni ad esempio, per farsi eleggere, bastava dire “Io non ho mai fatto politica!”. Meno male che questa cosa non è successa negli ospedali! Se per fare il Primario fosse bastato dire “Io non ho mai fatto il medico!”. Io ho molta passione, da sempre, per la storia: e quando ho sentito Mario Monti nel 2011 riprender il concetto di “eccesso di democrazia” contenuto nei documenti della Trilaterale degli anni ‘70, ho capito che forse ormai siamo ridotti a “carne da macello”, e poco possono anche i nostri politici... Mio padre, ed ancor più i politici rappresentanti l’Oltrepò in Provincia, Regione e Parlamento, sono state persone che tanto hanno fatto per il territorio certamente! Arrivati al disfacimento della prima repubblica, e la seconda non si è mai capito come fosse stata costruita e la prossima sarà forse la sesta ... La situazione contingente ha credo obbligato anche i politici successivi ad adattarsi. Nel caso di mio padre quasi a ricredersi: ricordo che, tanti anni fa, una sera a cena mi disse “Oggi non saprei veramente chi votare...”».

L’Oltrepò negli anni 80 esprimeva a livello politico Azzaretti, Campagnoli, Panigazzi, Abelli, Affronti, Alpeggiani. Sarà pur vero che la politica è cambiata e i politici si sono dovuti adattare, ma non è possibile che siano stati i politici ad aver “innaffiato poco”, o è tutta colpa di chi c’è oggi?

«Le ripeto: temo che se gli stessi da lei citati fossero nati con un ventennio di ritardo non sarebbero riusciti a realizzare le loro carriere così come son state. Ritengo ci sia stato una radicale frattura a livello nazionale ed internazionale, un cambio di direttive globali. Forse anche d’ingerenze provenienti da altre parti, senza voler fare l’illuminista o il complottista, ma certamente la linea politica scelta è stata allargata al di là dei confini, e chi ha voluto reggere il potere ha dovuto rispettare direttive imposte da un disegno politico pre-ordinato e diverso, sconosciuto, mai citato ed illustrato. E sto parlando di tutti, indifferentemente».

Oltrepò a livello socio-economico non è mai stata la punta di diamante del nord, anzi. Negli anni ‘80 c’era effervescenza economica, invece oggi c’è crisi. Colpa dei politici o degli imprenditori?

«Colpa del cambio di mentalità generale e di una sinergia tra politici, imprenditori e territorio che, come il resto, si è ridotta ai minimi termini, cioè “si fa quel che si può”. Certamente come oltrepadani, anche a livello imprenditoriale e politico, tranne rari casi, ritengo che l’atteggiamento non aiuti; intendo il non fare sistema, ma preservare “la cosa mia”. è atteggiamento che non può portare a risultati di crescita e di rinnovamento. E temo che la mia sensazione non sia sbagliata, guardandomi intorno: mi sembra che tutto stia un po’ troppo deperendo nell’abbandono, anche le bellezze naturali...».

Si è continuato e si continua a dire che L’Oltrepò ha tutto in regola per il successo: è facile da raggiungere, ha belle colline, buoni vini, buon salame, ottimi formaggi. Siamo il fuori porta di Milano, molto vicino a Torino, al centro del triangolo stradale… Cosa non funziona e non ha funzionato? Perché non siamo una zona appetibile, come ad esempio il Chianti o la zona di Alba?

«Penso non abbia funzionato la percezione del suddetto cambiamento epocale. Da ragazzi, noi vedevamo il Carrefour, oggi Iper, come una cosa per famiglie e, mi passi il termine, per anziani! Non ci andavamo mai ! In questi anni, in virtù della gelateria, dell’aria condizionata, dei negozi di moda, dei bar, della tecnologia esposta, etc., i ragazzi e le famiglie d’estate non vanno in piscina ma... all’Iper! Qualcosa è sicuramente cambiato nella mentalità! Deve essere successo qualcosa, che non è vero non abbia funzionato: ha funzionato benissimo, ma in una nuova inattesa direzione! E forse anche a noi, adesso, serve un management, tecnico, abile, disilluso, non coinvolto emotivamente! Il mondo è così, ora: ci sono direttori stranieri nei nostri musei che hanno studiato la cultura dell’arte italiana e non hanno solo la capacità gestionale e finanziaria. Serve qualcuno non della zona, che la “testi” e cerchi di “venderla”, perché noi oltrepadani, evidentemente, da soli non ci riusciamo!».

Per dire che si hanno ottimi prodotti bisogna tenere una qualità medio alta: in Oltrepò questa qualità alta c’è o ci sono delle eccezioni, delle locomotive che trainano vagoni che qualità alta non hanno?

«A sensazione dettata dalla memoria, dato che siamo sempre stati citati come terra dalla buona gastronomia e dalla buona ospitalità, le risponderei che abbiamo una media produttiva valida! Questo ricordo sin da quand’ero ragazzo, intendo ricordo di aver sentito questi commenti... Oggi non saprei dirle con causa se la nostra qualità media sia ad un tale target ma, anche non dovesse essere tale, bisogna comunque fare sistema e cominciare a lavorarci! Quella è, a mio parere, la chiave per diventare frequentati come Alba, Barolo, Monferrato. I discorsi che sento sono però, ahimè, sempre futuri e futuribili...».

L’ Italia è in crisi, l’Oltrepò pure. Le colpe vanno condivise: anche gli organi d’informazione hanno le loro colpe. Secondo lei, noi media dove in questi anni abbiamo sbagliato nel fornire informazioni e nel rendere consapevoli?

«La colpa primaria sta nell’asetticità della notizia. I giornalisti che chiamo tali, come Montanelli, Scalfari, Biagi, al di là di quello che veniva detto cercavano una “traduzione”, sempre nel rispetto dell’etica professionale e mai inficiata dal parere personale, che cercasse di dare un più ampio raggio di visuale del fatto, senza appunto rimanere asettici al commento. Il tal personaggio ha rilasciato questa dichiarazione: punto. Questa è segreteria, non informazione...».

Purtroppo oggi viviamo in un momento dove fare il giornalista come lei intende è molto difficile, in Oltrepò al limite dell’impossibile. Come uscirne?

«Se ci sono pubbliche figure che questa asetticità pretendono, uscirne è inventarsi un percorso diverso. Fate come fece in Tv Maurizio Costanzo a metà degli anni ‘90! Fece diventare la televisione iper-generalista, facendo diventare famose persone cosiddette “della strada”! Queste persone sono diventate famose come e talvolta più di altri personaggi all’epoca già noti! Fate un giornalismo quasi di leggera indagine, coinvolgete altre fonti vicine alla questione da rendere pubblica. Non è verità assoluta ciò che dice un personaggio pubblico: sentiamo cosa ne pensano i suoi alleati, i suoi detrattori, il suo panettiere e la sua pettinatrice! E dei suoi alleati e detrattori, ancora i rispettivi benzinai e baristi di fiducia...».

di Nilo Combi

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