Sabato, 23 Settembre 2017

BRONI : "IO HO DATO LA VITA ALL'OLTREPO, PERÒ È SEMPRE STATO AMMINISTRATO MALE ED IL VINO LO FA LA TERRA NON LA CARTA"

Broni, via Mazzini 50, il portone è spalancato, appena varcata la soglia, intravedo, al centro del cortile, il signor Lino Maga, ci stava aspettando. Ci stringiamo la mano e ci invita a entrare nella storica enoteca di sua proprietà. Ci invita a sederci e sparisce per pochi secondi nel "retro bottega". Torna con due bicchieri e una bottiglia di Barbacarlo, possiamo iniziare. Esordisce:

"Io ho dato la vita all’Oltrepo, però è sempre stato amministrato male. L’Oltrepò non è solo cooperative e associazioni, ha tante aziende agricole che portano avanti le produzioni locali. Aziende agricole sempre tenute in disparte. Non è colpa dell’Oltrepò se è stato amministrato male".

Ci sono tanti piccoli produttori in Oltrepo. Perché non riescono a imporsi sul mercato?

"Perché si adeguano al sistema. Il sistema va rispettato, ma bisogna tenersi da parte. L’unica cosa da evitare  per dare la possibilità ai giovani è fare in modo di eliminare parametri e imposizioni. La crisi che c’è è solo una crisi di competenza. Non si può abbandonare la tradizione per portare avanti solo l’innovazione. Più le colline sono difficili più c’è qualità, i piccoli numeri danno la qualità. È  inutile andare avanti con i grossi numeri. Una volta il coltivatore diretto poteva vendersi i suoi prodotti e diventare imprenditore ora le cose sono diverse: Oggi il contadino deve essere industriale. Come fa un contadino ad adeguarsi a tutte quelle normative? Sarebbero due cose da differenziare se si vuole dare spazio ai giovani". 

In Oltrepo da parte di qualche piccolo produttore, secondo lei, ci sono segnali di speranza?

 

"Sì, sono tanti che hanno coraggio. Dal canto mio avevo fatto una associazione i vignaioli dell’Oltrepo nel ’79. Avevo curato lo statuto e il regolamento, un regolamento ritenuto troppo rigido e l’hanno fatta decadere. Quando adesso mi parlano di associazioni capisce che non posso fare squadra? Se faccio 35 quintali d’uva ad ettaro su colline a 65% di pendenza senza l’utilizzo di macchinari, non posso fare squadra con chi ne produce molti di più ad ettaro?".

Il problema dell’Oltrepo, per cui, è che molti stanno cercando delle scorciatoie per vendere di più?

"Ognuno faccia quel che vuole. Io penso ci voglia il 'credo'. Perché se tanti singoli avessero il 'credo' si potrebbe fare una associazione, ma manca questo spirito".

Ci sono due associazioni in Oltrepo: il distretto e il consorzio.

"Il Consorzio adesso si sta un po' modificando. Il punto base è: differenziare le categorie, dare spazio all’industria, dare spazio al commercio e rispettare i valori dell’agricoltura".

In Oltrepo c’era un marchio: Lo Spumante La Versa.

"Vede, la faccenda spumanti in Oltrepo e insistere nel voler far concorrenza al Prosecco è uno sbaglio. La storia dell’Oltrepo è fatta di vitigni rossi e bacche rosse, bisogna quindi tenere in considerazione il prodotto. Quando ero giovane gli unici vitigni bianchi erano un po’ di moscato e malvasia. Nel 1948 il Conte Vistarino a Rocca de Giorgi ha importato i vitigni Pinot, Riesling e successivamente Chardonay. Si è scoperto che nelle alture dell’Oltrepo questi vitigni rendono bene. Ma che adesso l’Oltrepo faccia solo spumante non è giusto. L’Oltrepo è terra di grandi vini impari in Italia, vini profumati che gli altri non hanno. Però se si continua a buttare roba nel mucchio, raccogliere l’uva con le macchine e poi pretendere che siano i certificati a fare la qualità. Non è la carta che fa la qualità, ma il vino, la terra e il sudore dell’uomo in vigna. Se non slegano le mani ai contadini, dalla burocrazia, non si va più avanti".

Esistono ancora i contadini di una volta?

"Ce ne sono ancora pochi e li stanno distruggendo. C’è bisogno però di manodopera competente, scuole professionali, insegnare a potare… non ci si improvvisa vignaioli. Picchioni è un ragazzo che promette bene, così come Agnes di Rovescala. Il Bonarda è di Rovescala che adesso sia un vitigno estinto e che si usa la Croatina insomma è già un parametro sbagliato. Come fanno i sindaci a dimenticarsi di queste cose?".

A questo punto i bicchieri sul tavolo diventano tre. Si siede con noi Hisato, importatore giapponese dei vini Maga, in Oltrepo alla ricerca di prodotti di qualità, di vino di qualità da proporre ai propri connazionali. Aggiunge Lino Maga: "Là fanno anche i fumetti per insegnare ai giovani a bere il vino!".

Hisato, lei cerca i piccoli produttori, perché non le grandi cantine?

"Perché un grande vino si fa in vigna. Su un’etichetta troviamo quattro informazioni principali: il terroir, l’uva o le uve, l’annata e il nome del produttore. Ad esempio, se non c’è nessuna differenza tra un’annata e l’altra, che senso ha riportarla? Secondo me questi quattro elementi devono essere ben personalizzati".

Il Barbacarlo in Giappone come si pone sul mercato?

"È una domanda difficile. Io lo sto presentando come uno dei testimoni della grande cultura del vino Italiano".

Lino Maga abbandona per un momento la veste di intervistato: "I produttori come fanno ad accedere alla Fiera di Verona? Devono pagare per partecipare somme ingenti, si ha bisogno di grossi numeri e avere i certificati: chimica, biologia, qualità certificata: doc, igt, docg, dop e chi ne ha più ne metta. Signori miei il vino lo fa la terra non la carta. Uno che deve adeguarsi a tutti questi parametri si trova costretto a non fare qualità". Rivolgendosi all’amico Hisato "Tu vai alla fiera?" e Hisato conferma quanto detto prima "Sono anni che non vado, la fiera non è il mio posto". (ride)

Hisato perché non ha più visitato Vinitaly?

"Ci sono talmente tanti produttori contemporaneamente che non posso dividermi. Per assaggiare il vino è meglio venire qua, per fare anche due chiacchiere, per imparare, per vedere".

Signor Maga, in merito a quanto detto a proposito della Fiera di Verona, qual è stata la sua strategia per far conoscere il suo prodotto?

"Sturare bottiglie, poi il consumatore decide. Qualche tempo fa io e mio figlio Giuseppe abbiamo fatto una degustazione con i clochard è stata una cosa interessantissima, non è una forma pubblicitaria è una forma umana. Loro di vino se ne intendono, sono abituati a riempire il bicchiere per le loro vicissitudini. I sommeliers hanno servito il Barbacarlo ai clochard. Hanno potuto bere un vino che il più delle volte non possono permettersi. Una volta sono tornato a casa a pigiare l’uva e c’era un clochard fuori dalla porta che ha detto che mi aveva aspettato a lungo e che voleva una delle bottiglie più vecchie che avevo. Gli ho risposto di non farmi perdere tempo perchè dovevo lavorare. Mi ha risposto che mi avrebbe dato quello che volevo. Allora sono andato in cantina ho preso dallo scaffale una bottiglia del '61 e gliel’ho data. Quando ha tirato fuori il borsellino, aveva 50 centesimi, gli ho detto non preoccuparti te la offro io". (ride)

Restando in tema di degustazioni. Tanta gente beve ed apprezza il vino ma non hanno , bevendo il vino, le stesse sensazioni che enunciano molti sommelliers. Secondo lei tutto questo prodigarsi per descrivere il vino in 1000 modi  ha un'utilità per elevare l’immagine del vino oltrepadano o è deleteria?

"Molti quando assaggiano o presentano un vino dicono che sa di lampone, di mirtillo, di pepe nero, di frutti di bosco, è speziato, è vanigliato… ma non dicono mai una cosa …. che sa di uva. Giovanni Brera diceva: 'Quando un vino pulisce la lingua al fumatore è un vino centrato' e Veronelli: "Il vino deve essere problematico, bisogna dialogarci se poi ti da pensieri".

Lei si serve dell’enologo?

"Prima di imbottigliare passo dall’enologo, mi fa tutte le analisi affinchè io possa mettere in etichetta tutte le prescrizioni della burocrazia. In realtà, nel mio vino non c’è niente da controllare, la natura ce lo ha dato così e noi lo vendiamo così. Quando l’annata non è favorevole non imbottigliamo. Nel ’92 non abbiamo imbottigliato e Veronelli mi ha chiamato per sapere perché non avevo imbottigliato e allora mi ha portato un enologo. L’enologo mi ha chiesto se non prevedevo di uniformare il Barbacarlo tutti gli anni allo stesso modo e allora gli ho risposto come farebbe ad essere uguale tutti gli anni, mi rispose con il concentrato rettificato, dopo un po’ mi dice se non avevo mai pensato alla barrique.  Allora gli ho raccontato la storia di mio nonno che quando sostituiva una botte vecchia con una nuova diceva ai suoi 8 figli di usarla solo con uva di scarto perché bisognava collaudarla perché altrimenti dava il gusto di legno, allora il vino che sapeva di legno era considerato un difetto… adesso non so! A quel punto Veronelli mi ha appoggiato una mano sulla spalla ridendo e mi ha detto di andare avanti come avevo sempre fatto. Di Veronelli ce n’era uno solo".

Cantine Sociali? Qual è il suo giudizio a riguardo?

"Sono soggetti che dovrebbero tener conto degli interessi dai conferenti, dei contadini, tenere i prezzi adeguati ai costi di produzione e tenere più in considerazione i produttori. Difendere veramente la dignità dei contadini insomma".

Perché in Oltrepo si vende tanto vino in cisterna?

"C’è il libero mercato e l’omologazione. E poi tutti i certificati danno qualità. I vini di qualità non si fanno attraverso i disciplinari".

Le varie vicissitudini del vino oltrepadano degli ultimi anni senza nominarle non hanno fatto del bene all’immagine dell’Oltrepo.

"Io non do torto a nessuno, se il sistema gli permette questo. Sbagliano quando tante volte omologando troppo a discapito di chi produce vino. È da cinquant’anni che portano avanti la commercializzazione, non si è mai pensato di portare avanti più seriamente la produzione ed il risultato è che le terre vengono dimenticate. Non siamo più padroni delle nostre terre, comandano gli altri. Come ti muovi devi far domanda e avere le autorizzazioni dettate da un sistema commerciale".

Il marchio D.o.c. a suo giudizio dà un valore aggiunto al vino, oppure no?

"Il marchio D.o.c io l’avevo richiesto nel '68, allora aveva un significato. Io ho preteso ed ottenuto che come sottozona dell’Oltrepo pavese si potessero sfruttare i nomi referenti le località, le fattorie e i comuni, nonché il marchio. Casteggio ha fatto la D.o.c Casteggio, però secondo la legge del '70 era Oltrepo pavese D.o.c Casteggio. Che la legge non la si sia mai recepita perché c’erano degli interessi precostituiti questa è una cosa diversa".

Come vendere meglio il vino dell’Oltrepò?

"Il vino non è una cosa politica, non è marketing. Adesso si sono inventati la faccenda delle Colline eroiche, per le vigne situate in zone ripide o scoscese, con pendenze in cui è difficile persino stare in piedi, ma Broni ha le colline più impervie d’Italia, alla pari della Valtellina e delle Cinque Terre. Non abbiamo nulla da invidiare ad altre zone. La realtà è un’altra. Che incentivi diamo ai giovani? Gli agricoltori sono umili non chiedono incentivi, ma chiederebbero rispetto. Io ho diciotto ettari e lavoro su otto, dieci mi sono diventati bosco e sono ancora intestati a vigneto e per questo devo pagare le tasse".

A questo punto il figlio di Lino, Giovanni Maga, che ci aveva raggiunto un paio di domande fa, torna dalla cantina con del buon salame, immancabile compagno del bicchiere di rosso che ancora campeggia sul tavolo, accompagnato da fette di miccone bronese. Mi rivolgo di nuovo a Hisato.

Hisato come ha scoperto Maga e il suo Barbacarlo?

"Un mio conoscente mi ha fatto assaggiare Barbacalo ’89, mi ricordo benissimo, mi era piaciuto tantissimo. Ho deciso di venire qui a provarlo, era il 2004".

Oltre al vino è stato affascinato anche dal modo di pensare, di produrre e di proporre vino di Lino Maga?

"A volte la gente dice che dal cd, un supporto di plastica, non si capisce la passione di una musicista. Però secondo me la si può ritrovar, se questo musicista è bravo davvero può mettere passione anche nel cd. Allora anche dal vino, da quel liquido si può indovinare la passione, l’entusiasmo, l’emozione di un vignaiolo. Per me la sua presenza è stata una conferma dell’idea che mi ero fatto assaggiando il suo prodotto".

Lino Maga sentendosi parte in causa: "Io non sono nessuno, sono rimasto contadino. Adesso in Italia ne han fatto razza estinta. L’anno scorso ho fatto la mia 79° vendemmia e quest’anno, se Dio vuole, faccio l’80°. Mi stanno dando troppa importanza, mi fa piacere. Il piacere più grande di un uomo è quando i nemici diventano amici".

Lei produce ottimo vino…

"Il mio vino non mi soddisfa mai".

Ha un ottima immagine…

"Se lo dicono gli altri mi fa piacere".

Nessuno tra quelli che si occupano di promuovere il vino oltrepadano è mai venuto da Lei a chiederle consiglio?

"Tutti. Mi dicevano 'hai ragione, ma non posso dartela'. Io politico non sono, sono un uomo di terra. Il singolo oggi non conta più niente. Ci vuole poi il coraggio di essere onesti e non si può a chi vende vino in Oltrepo imporre il prezzo imposto. Se supera i 5€ non ha mercato è un mercato a senso unico".

Una volta c’era la mostra del vino a Casteggio poi diventata Oltrevini. Da due anni non c’è più...

"Ho partecipato per tanti anni, vendevo circa 500 bottiglie in confeziona singola, che andavano in 500 famiglie, che in quel modo conoscevano il mio vino , conoscevano l’Oltrepò. Con l’incasso mi pagavo le spese ed avanzavo anche qualche cosa, poi hanno iniziato a far pagare l’ingresso, a voler selezionare chi poteva entrare e tutto è andato a ramengo".

L’incontro è finito, mangiamo ancora qualche fetta di salame con il miccone e ci concediamo l’ultimo bicchiere di vino. Salgo in macchina con la mia giovane collega, che soddisfatta del buon salame mangiato mi dice: "che buono quel vino sapeva proprio d’uva, mi ha ricordato il vino che mi facevano assaggiare quando ero piccolina". Lasciamo da Broni, la mia collega è in silenzio e tutt’ad un tratto esclama: "Che personaggio Maga". Già un "personaggio", ho diversi anni in più della mia collega, e mi ricordo altri "personaggi" che in contesti e settori diversi ho conosciuto in Oltrepò. Faccio mentalmente un'amara riflessione: mancano questi "personaggi" all'Oltrepo Pavese. Certamente ci fossero più "personaggi" come Lino Maga in Oltrepo la situazione del vino oltrepadano sarebbe diversa. Sarebbe semplicemente migliore.  

 

 

 

  1. Primo piano
  2. Popolari