Lunedì, 21 Agosto 2017

GUERRA NUCLEARE - ATTACCO ALLA COREA DEL NORD: I TRE SCENARI ED I PERICOLI POSSIBILI

La Corea del Nord è entrata recentemente in via ufficiale nel club dei possessori di missili balistici intercontinentali (ICBM) grazie all’ultimo lancio di prova del suo missile KN-20 che, a detta di molti analisti, sarebbe in grado di portare un carico di 600/650 kg e quindi avere capacità nucleare. Basta questo per rappresentare una minaccia? No. Affinché la minaccia nucleare sia credibile, ovvero affinché rappresenti una deterrenza, occorre che i “veicoli di rientro” dei missili (l’ogiva che materialmente conduce la testata sul suolo nemico detta in gergo RV) siano in grado di sopravvivere al rientro in atmosfera e di colpire il bersaglio con la dovuta precisione. Oltre a questo occorre che la tecnologia delle testate sia sufficientemente avanzata da consentire la “miniaturizzazione” delle stesse, ovvero di costruire ordigni abbastanza potenti a parità di capacità di carico del vettore missilistico. A quanto sembra, soprattutto analizzando le reazioni americane, Pyongyang sembra essere riuscita a raggiungere la capacità di portare testate di piccola potenza (si parla di 15 kton) su bersagli d’area (quindi città, porti, o grosse installazioni militari) molto distanti dal suolo nordcoreano.

Tale capacità rappresenta per Washington una minaccia ai propri interessi avendo, per la prima volta, il proprio territorio continentale entro il raggio d’azione dei missili nordcoreani. Il presidente Trump nelle ultime ore si è lanciato in invettive contro Kim Jong-un: “È meglio che la Corea del Nord non minacci ulteriormente gli Stati Uniti sennò faranno i conti con le fiamme ed una furia che il mondo non ha mai visto prima” e, per tutta risposta, Pyongyang ha armato di missili antinave alcune sue corvette.

Ma in cosa consisterebbe l’attacco americano? Consisterebbe davvero in una pioggia di missili nucleari sulla Corea del Nord? In realtà bisogna considerare che esistono diverse “sfumature” prima dell’armageddon atomica. Il punto fermo da considerare è che l’arsenale atomico di Pyongyang rappresenta una minaccia che, in qualche modo, Washington deve eliminare. Si aprono quindi almeno 3 scenari differenti.

Il primo vede un intervento mirato, chirurgico, verso il cuore delle installazioni nucleari della Corea del Nord. Un sommergibile come il “Michigan” recentemente arrivato in acque coreane e la scorta dello Strike Group della portaerei Ronald Reagan che da maggio è in zona di operazioni della VII flotta hanno abbastanza missili Tomahawk da poter infliggere seri danni ai reattori di Yongbyon e Taechon oltre che alle installazioni secondarie che servono a condurre test e ad arricchire l’uranio e a quelle basi di lancio o siti missilistici conosciuti ( Ch’ongjin, Mayang-do e Wonsan per dirne alcuni). Questo scenario sarebbe il più soft perché non coinvolgerebbe il fattore umano nell’attacco, risparmiando cioè i cacciabombardieri della Ronald Reagan o di base a terra in Corea del Sud, compresi i bombardieri strategici B-1B “Lancer” recentemente dispiegati nella Penisola. Ovviamente la risposta coreana ci sarebbe e sarebbe limitata a cercare di colpire gli obiettivi americani: non solo lo Strike Group, ma anche quelle basi americane in Giappone o Corea del Sud, risparmiando probabilmente le installazioni militari e civili degli alleati. Contrattacco che vedrebbe impiegata la vasta gamma di missili a breve e medio raggio probabilmente caricati solo con testate convenzionali, evitando quindi di impiegare il vastissimo arsenale chimico per un possibile attacco di ritorsione sui centri abitati in caso di escalation.

Il secondo scenario di intervento vede un attacco più complesso, volto a danneggiare non solo le installazioni missilistiche e nucleari nordcoreane, ma anche quelle militari propriamente dette: in questo caso si svolgerebbe con l’aiuto non solo dello stormo imbarcato sulla Ronald Reagan e dei caccia e bombardieri basati a terra in Corea, ma richiederebbe l’appoggio delle Forze Armate Sud Coreane e del gruppo navale Giapponese che ha già effettuato crociere di scorta allo Strike Group americano nel recente passato. I bersagli sarebbero quindi, oltre ai reattori e alle basi missilistiche, i concentramenti di forze corazzate e tutti i siti di deposito conosciuti dei missili mobili nordcoreani oltre a siti di stoccaggio delle testate chimiche e biologiche di Pyongyang (Aoji, Ch’ongjin, Wonsan, Sunch’on, Anju, Pyongsong ecc ce ne sono più di 50). Questo scenario porterebbe ad una reazione di Pyongyang che probabilmente impiegherebbe non solo il proprio arsenale missilistico convenzionale, ma anche quello chimico e biologico sulle basi americane, giapponesi e sudcoreane, e quasi sicuramente si avrebbe un attacco di ritorsione, con le artiglierie, lungo il 38esimo parallelo che vedrebbe coinvolta anche Seoul, che, lo ricordiamo, si trova nel raggio di azione dei cannoni a lunga gittata e dei missili d’artiglieria nordcoreani trovandosi a circa 40 km dal confine. Il THAAD, il sistema ABM (antimissili balistici) di nuova concezione americano, è stato schierato anche per ovviare alla minaccia di un possibile attacco di tale tipo, mentre il Giappone dispone attualmente del sistema Patriot governato dal sistema Aegis che è presente sui cacciatorpedinieri (DDG) classe Kongo e classe Atago (Kongo migliorata).

Il terzo e ultimo scenario è quello di un attacco preventivo a grande scala, per mettere in pratica l’Oplan 5015 ovvero un “decapitation strike” per piegare una volta per tutte la Corea del Nord e procedere all’unificazione della penisola. L’attacco consisterebbe in “a preventive strike on the North’s core military facilities and weapons as well as its top leaders”. Quindi i bersagli di questa azione, che sarebbe condotta probabilmente anche con armamento nucleare tattico, sarebbero i quartier generali nordcoreani delle varie forze armate, i centri di comunicazione, comando e controllo, e le basi di lancio missilistiche note oltre che ovviamente a quelle basi dove sono concentrate la maggior parte delle forze corazzate di Pyongyang ammassate principalmente a ridosso della DMZ del 38esimo parallelo e protette in bunker e tunnel corazzati. Chongju, Kaech’on, Toksan, Kosan sono solo alcuni dei nomi delle località sede di comandi che verrebbero colpite.

A questo tipo di attacco corrisponderebbe una reazione massiccia da parte di Pyongyang, una vera propria guerra combattuta anche con l’utilizzo delle (ipotetiche) 50 testate atomiche che verrebbero indirizzate sulle maggiori città ed installazioni militari della Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti come attacco di ritorsione: la bassa potenza degli ordigni e ancora la scarsa precisione ne fanno uno strumento esclusivamente di tale tipo non essendo adatte a colpire obiettivi induriti e puntiformi come silos di missili balistici o bunker corazzati. Una massiccia reazione che, molto probabilmente, si avrebbe comunque anche in caso di riuscita della “decapitazione” dei quartier generali. Il rischio, infatti, è dato dalla natura stessa delle Forze Armate e della società della Corea del Nord: il Partito ha armato quasi totalmente la popolazione che è stata inquadrata nelle milizie popolari, ma soprattutto l’Esercito, che consta di circa 900mila uomini, è fortemente politicizzato ed i suoi leader, anche locali, sono ben addestrati e perfettamente integrati all’ideologia del governo. Questo permette ad un comandante locale, in assenza di ordini superiori ed in caso di attacco, di poter assumersi maggiori responsabilità nonostante il sistema sia comunque fortemente gerarchizzato: in caso di emergenza, ogni brigata, ogni divisione, è in grado di operare a compartimenti stagni e in modo indipendente. Quindi, forti della dottrina militare che ritiene che gli Stati Uniti ed i loro alleati necessitino di un tempo significativo per dispiegare le proprie forze di invasione, che giungerebbero comunque dopo il primo strike che essenzialmente sarebbe aereo e missilistico, i generali nordcoreani procederebbero, come da programmi, ad un attacco immediato con tutte le forze disponibili. Una vera e propria invasione che arriverebbe immediatamente dopo un primo attacco effettuato con le forze speciali per sconvolgere le retrovie della Corea del Sud, acquisendo così l’iniziativa tattica e costringendo gli Usa a utilizzare le armi nucleari per fermare l’avanzata e per evitare che la penisola coreana cada in mano a Pyongyang. Invasione del sud che si articolerebbe in 3 passaggi chiave tutti da eseguire nell’arco di una settimana: conquistare Seul nelle prime 24 ore del conflitto, Taejon nei primi due giorni e tutta la restante Corea del Sud entro 7 giorni. Nelle prime fasi l’Esercito Nordcoreano, che grazie alla dispersione e ai siti di concentramento corazzati sarebbe in grado di limitare le perdite di un attacco preventivo americano, si riverserebbe nel Sud con 4 copri d’armata con il II Corpo diretto verso la capitale sudcoreana attraverso il corridoio “Kaesong-Munsan-Seul” e prendendola a 24 ore dall’inizio dell’invasione.

Questi gli scenari che si potrebbero dipingere in caso di attacco preventivo americano, ma ci sono almeno due incognite: la prima è quella data dalla Cina, che, come già detto in precedenza, vede la possibilità di una riunificazione della penisola coreana sotto la bandiera a stelle e strisce come fumo negli occhi ed una ulteriore minaccia verso i propri interessi verso il Mar del Giappone ed il Mar Cinese Meridionale, e quindi potrebbe decidere, così come fece in passato, di intervenire militarmente per supportare il proprio scomodo alleato; la seconda è data dalla stessa Corea del Nord che vede nella propria dottrina militare la possibilità di effettuare a sua volta un attacco preventivo di “decapitazione” ed ora che ne ha gli strumenti potrebbe, spinta dalle minacce americane, decidere di attaccare per prima massicciamente invece di aspettare l’attacco di Usa e suoi alleati.

 

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