Sabato, 27 Maggio 2017

"COSÌ IL GHANESE CI TORTURAVA"

 Era stato sottratto, nei giorni scorsi, a un tentativo di linciaggio da parte di alcuni migranti che lo avevano riconosciuto come uno dei responsabili di torture, sevizie e stupri avvenuti in Libia in una safe house dove i migranti venivano privati della libertà personale prima di intraprendere la traversata in mare per le coste italiane. Il 20enne ghanese, sbarcato a Lampedusa il 5 marzo scorso, è stato arrestato dalla polizia di Agrigento.

Il giovane è accusato di associazione a delinquere finalizzata alla tratta, di sequestro di persona, violenza sessuale, omicidio aggravato e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, oltre che per i singoli reati, realizzati in concorso con altri trafficanti. I migranti, ascoltati dai poliziotti della squadra mobile agrigentina, hanno riferito di essere stati torturati anche in diretta telefonica con i propri parenti, ai quali veniva richiesto il pagamento di un riscatto per mettere fine alle sofferenze dei loro cari.

I pubblici ministeri Calogero Ferrara e Giorgia Spiri della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, guidata da Francesco Lo Voi, hanno emesso, lo scorso 14 marzo, un provvedimento di fermo, che è stato eseguito dai poliziotti agrigentini e convalidato dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Agrigento, Francesco Provenzano.

L'AGGHIACCIANTE RACCONTO DELLE VITTIME - "Ricordo con veemenza le torture subite da tutti i miei carcerieri e, in maniera particolare, quelle che mi furono inflitte dal ghanese 'Fanti' che era quello che, in maniera spregiudicata e imperterrita, picchiava più degli altri carcerieri". Inizia così il racconto di Vadro, nigeriano di 21 anni, una delle vittime del ghanese arrestato.

 "Ogni volta che dovevo telefonare a casa - racconta la vittima - Fanti mi legava e mi faceva sdraiare per terra con i piedi in sospensione e, così immobilizzato, mi colpiva ripetutamente e violentemente con un tubo di gomma in tutte le parti del corpo e in special modo nelle piante dei piedi, tanto da rendermi quasi impossibile la deambulazione".

"Ho anche assistito ad analoghe torture poste da Fanti ad altri migranti - racconta ancora l'uomo - Ho, inoltre, visto trattamenti anche peggiori, come le torture esplicitate mediante utilizzo di cavi alimentati con la corrente elettrica. Tale trattamento, però, veniva riservato ai migranti ritenuti ribelli".

Ma non solo torture. La vittima-testimone racconta agli inquirenti della Questura di Agrigento, guidata da Mario Finocchiaro, che ci sono stati anche degli omicidi nel 'ghetto di Ali', come veniva chiamato il luogo in cui erano rinchiusi. Per uscire dovevano pagare una cifra chiesta dai torturatori. "Durante la mia permanenza - spiega il testimone - ho sentito che l'uomo che si faceva chiamare 'Rambo' ha ucciso un migrante. So che mio cugino e altri hanno provato a scappare e che sono stati ripresi e ridotti in fin di vita, a causa delle sevizie cui sono stati sottoposti. Temo che anche lui sia stato ucciso". Alcune volte, per intimorire i migranti, i loro torturatori usavano anche le armi. "Sparavano in aria per farci intimorire", raccontano.

Un altro migrante, Victory, giovane nigeriano, anche lui vittima di 'Fanti', sentito dai pm Gery Ferrara e Giorgia Spiri, racconta della casa-ghetto: "Eravamo in mezzo al deserto, era una grande struttura, recintata con dei grossi e alti muri in pietra, che era costantemente vigilata da diverse persone, di varie etnie, armate di fucili e pistole". E parlando di Fanti, l'arrestato, racconta: "Era uno che spesso, in modo sistematico, picchiava e torturava noi migranti. Fanti era membro di questa organizzazione di trafficanti al cui vertice c'era Ali, il libico".

Anche Victory ha dovuto pagare dei soldi per essere rilasciato e proseguire la sua rotta verso l'Italia. "Ogni giorno telefonavano alla mia famiglia - racconta tra le lacrime - e mentre avanzavano a mio fratello le loro richieste estorsive, consistenti nella richiesta di denaro, mi torturavano e mi seviziavano, in maniera tale da fargli sentire le mie urla strazianti. Dopo cinque mesi di lunga prigionia e sistematiche violenze subite, mio fratello gli fece pervenire 200mila cfa a fronte delle 300mila richieste".

L'ODISSEA PRIMA DI PARTIRE PER L'ITALIA - La traversata dalla Libia alle coste siciliane, che spesso si trasforma in tragedia, è soltanto l'ultima tappa di un viaggio lungo, lunghissimo per i migranti che vogliono approdare in Europa. La conferma arriva dai racconti dei testimoni ascoltati dai pm. Viaggi che possono durare anche anni. Come racconta Mohamed, un ragazzo della Costa d'avorio, tra le vittime di 'Fanti'. "Sono partito dalla Costa d'Avorio nel giugno 2015 - dice agli investigatori - Con l'intento di raggiungere l'Europa ho intrapreso il viaggio che mi ha portato ad attraversare il Mali e il Burkina Faso, sino alla città di Agades in Niger. Ad Agades ho contattato un membro dell'organizzazione di trafficanti, i quali dietro il corrispettivo di 150 mila Fefa mi promettevano di trasportarmi fino alla città libica di Sabah".

 E qui inizia l'odissea di Mohamed: "Giunti a Sabah io e altri migranti fummo sequestrati da un libico di nome Ali che ci rinchiuse in un grande casolare, recintato da alti muri in pietra, vigilato dai suoi associati armati. Alì ci costrinse a contattare i nostri familiari, al fine di costringerli a versare un riscatto in cambio della liberazione". Mohamed rimase sequestrato per circa due mesi. "In quel periodo fui più volte torturato - racconta ancora sotto choc - al fine di convincere i miei familiari a versare il riscatto preteso. Porto ancora addosso i segni delle violenze subite, in particolare delle ustioni dovute all'acqua bollente che mi veniva versata addosso".

 

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