Lunedì, 24 Luglio 2017

LA SCIOCCA PROPOSTA SUI “CONGEDI MESTRUALI”. UN DANNO PER TUTTE

E ci risiamo: dopo aver fatto tanto e sacrificato tanto in nome della parità dei sessi, ci ritroviamo a discutere sull’opportunità o meno di un disegno di legge che ammetta e inserisca nel calendario lavorativo anche la possibilità di ben tre giorni di congedo mestruale. Un’iniziative che ha raccolto più dissensi che applausi: e infatti, sembra che siano più i detrattori che i sostenitori della proposta avanzata da 4 parlamentari Pd che punta a riconoscere alle donne i congedi mestruali: rischia di danneggiare ulteriormente le lavoratrici, è il coro unanime…

Proprio così: tre giorni di permesso straordinario concessi sulla base di un certificato medico di uno specialista che attesti l’incompatibilità del lavoro con quelle giornate in cui – per dirla alla Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany – abbiamo le paturnie. Eppure, a dispetto di stoicismi e dolori pelvici, il congedo mestruale potrebbe diventare una realtà in Italia, non proprio un lusinghiero segno distintivo ma di sicuro un’ennesima dimostrazione di assistenzialismo controproducente. Ma tant’è: il disegno di legge è stato presentato alla Camera il 27 aprile del 2016 da quattro deputate del Pd (Romina Mura, Daniela Sbrollini, Maria Iacono e Simonetta Rubinato) ed è attualmente al vaglio della Commissione Lavoro. La bozza del provvedimento prevede la possibilità per le donne che soffrono di dismenorrea, cioè di ciclo doloroso, di assentarsi tre giorni dal lavoro senza dover usufruire dell’assenza per malattia o senza dover ricorrere ad intaccare il monte ferie. Per potersene avvalere, allora, dovrebbe bastare presentare il certificato di un medico specialista, da rinnovare di anno in anno, che attesti la patologia “invalidante”.

L’iniziativa, che in base a quanto rilevato da uno studio proposto da Wired interesserebbe tra il 60 e il 90 per cento delle donne afflitte da ciclici disturbi mestruali (con mal di testa, mal di schiena, dolori addominali, forti sbalzi ormonali), in realtà, però, danneggerebbe il 100% della credibilità professionale delle lavoratrici. E infatti, sostengono molte donne, l’istituzionalizzazione di una difficoltà invalidante riconosciuta da un congedo mestruale potrebbe avere conseguenze negative per le professioniste, e non solo quelle in carriera, che potrebbero essere ulteriormente penalizzate nel mondo del lavoro – a gestione spesso unilateralmente maschile – e al cui interno fanno ancora tanta fatica ad affermarsi e ad emergere. Riconoscere loro indennità fisiche e patologie fisiologiche non può far altro che scoraggiare ulteriormente – sostengono  i più critici dell’iniziativa parlamentare –  l’assunzione, la valutazione o l’avanzamento di carriera. Come ha sottolineato al quotidiano britannico l’Independent Daniela Piazzalunga, economista all’Istituto per la ricerca valutativa sulle politiche pubbliche, “non escluderei che il riconoscimento di un congedo mestruale potrebbe portare a ripercussioni negative: la richiesta di dipendenti donne nelle aziende potrebbe diminuire, o le donne potrebbero essere ulteriormente penalizzate sia in termini di salario che di carriera”. Non solo: come ricordava recentemente – tra gli altri – il Washington Post, “l’Italia ha il tasso femminile di partecipazione alla forza lavoro tra i più bassi, con solo il 61% delle donne impiegate, contro la media europea del 72%. Per non parlare del fatto che, accreditare la necessità di un congedo straordinario per dolori mestruali potrebbe anche rafforzare lo stereotipo falso ma purtroppo condiviso da molti datori di lavoro, che le donne sono emotive e fragili, e dunque in quanto tali incompatibili in molti casi con ruoli e incarichi.

 

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