Mercoledì, 26 Aprile 2017

CRIMINALI DI GUERRA PAVESI. BRONI E CIGOGNOLA, I “LAGER” DEL TERRORE

L’ex Albergo Savoia, ribattezzato Villa Nuova Italia divenne, con il Castello di Cigognola, il centro del terrore della Sicherheits. Pier Alberto Pastorelli, il vicecomandante della polizia speciale, la “iena infame e cinica”, come lo definisce Luigi Calatroni, un suo milite, era il responsabile degli interrogatori che si svolgevano al Savoia ed era proprio in occasione di essi, come i testimoni al processo confermarono, che avvenivano le torture ai prigionieri. Le vittime, interrogate come testimoni dal giudice della Corte d’Assise, ricordano come Pastorelli e i suoi uomini amassero dotarsi di bastoni “ondulati”, una specie di nerbo di bue con un pallino di piombo posto all’estremità, e con questi picchiare le proprie vittime per estorcere confessioni fino a farle svenire oppure, come ricorda Maria Ercole, prigioniera della polizia speciale, “sparavano sopra la testa”, per puro divertimento. Il ruolo di Pastorelli è confermato anche dalle testimonianze di Franco Galeotti e Benita Carrera, detenuti al Savoia. Galeotti racconta che era sempre Pastorelli a svolgere gli interrogatori: «pistola puntata, lampada accesa sugli occhi e l’atmosfera era quella».

Maria Ercole afferma che «dopo aver fatto gli interrogatori ed averli torturati a sangue aprivano le celle delle donne e facevano vedere loro i prigionieri sanguinanti per intimorirle».

Giovanna Camporotondo, arrestata per aver aiutato alcuni soldati inglesi fuggiti da un campo di concentramento dopo l’armistizio, raccontò il divertimento di Pastorelli nel torturare i soldati britannici, spegnendo mozziconi di sigarette accese sulle loro gambe. Francesco Gola, recluso al Savoia, ricorda: «Pastorelli ha tentato poi, e in diversi casi ci riuscì, di abusare di quasi tutte le detenute che si susseguirono nella Sicherheits. Personalmente posso testimoniare che egli tentò di contrattare la mia libertà con il corpo della mia giovane cognata anche se mancavano pochissimi giorni a diventar madre».

 Al Savoia non vi erano delle vere e proprie camere di tortura e gli interrogatori avvenivano nelle stanze dell’ex albergo. Le celle dove venivano rinchiusi i prigionieri più reticenti o i condannati a morte erano le vecchie e fredde cantine nelle quali vi erano soltanto degli ammassi di paglia sporca usati come giacigli. Nell’ampia soffitta erano rinchiusi i prigionieri appena arrivati oppure quelli che non dovevano essere immediatamente fucilati. Talvolta, tra di loro, v’erano alcuni infiltrati della Sicherheits per estorcere con l’inganno qualche preziosa informazione. Nel prosieguo della sua testimonianza Galeotti racconta che, per coloro che stavano in soffitta, vi era una certa libertà di movimento ovvero c’era la possibilità di aprire la porta della cella e di andare in uno stretto corridoio attiguo dove v’era una piccola finestra che dava sul cortile del Savoia dalla quale, come conferma Maria Ercole, potevano vedere i militi della Sicherheits “vestiti da perfetti garibaldini”, mentre uscivano per effettuare dei rastrellamenti, o gli antifascisti catturati. Tanto era la certezza di avere in pugno i prigionieri che venivano concesse persino queste piccole libertà di movimento.

 La Ercole ricorda, inoltre, come in soffitta non esistesse una distinzione di spazi di reclusione tra uomini e donne e che gli interrogatori avvenissero sempre di notte, quando i militi erano del tutto ubriachi o visibilmente alterati dall’alcool bevuto nelle ricche cene. I carcerieri della Sicherheits, inoltre, non esitavano ad ordinare alle prigioniere il disbrigo delle faccende domestiche e, talvolta, veniva data loro «della lana per fare vestiti o altro, – ricorda Ercole -. Mi sono sempre rifiutata di andare a pulire il sangue dei miei compagni o fare i mestieri alle loro stanze».

 «Nell’interno della prigione medesima – racconta Francesco Gola nella sua testimonianza al processo – avevo organizzato un piccolo comitato segreto allo scopo di istruire i giovani prima degli interrogatori e potersi documentare dopo sull’esito dei medesimi circa le domande e le brutalità subite». Non è possibile dire con certezza quanti prigionieri ci fossero al Savoia perché, come ha scritto Ambrogio Casati, ex prigioniero della Sicherheits, “erano poco meno di un centinaio, ma un vero controllo è sempre stato impossibile almeno di là dentro. Sarebbe occorso un vero impianto statistico che nemmeno il Comando del “Baitaillon Fiorentini” teneva, in tanto poco conto era la vita dei prigionieri”.

 Il servizio segreto partigiano segnala 115 prigionieri, più della metà donne, mentre lo stesso Casati, ritornando dieci anni dopo la fine del conflitto sui suoi ricordi, stima che tra il novembre ’44 e il marzo ’45 fossero reclusi al Savoia 82 uomini e 40 donne, con oscillazioni quotidiane dettate dai trasferimenti, dalle fucilazioni, dalle liberazioni e dai nuovi arrivi.

 Egli ricorda che gli uomini della Sicherheits continuavano a fare entrare i prigionieri “fino alla saturazione delle camere-celle; vecchi e giovani costretti a darsi il turno per dormire nello spazio rimasto, le camere cominciavano a brulicare di pidocchi, di tanto in tanto veniva immerso (sic!) un nuovo compagno eppoi dopo interrogatori pazzi ed illogici conditi da raccapriccianti brutalizzazioni (c’era un boxeur specializzato) venivano smistati nelle varie camere-celle, avviati ai campo di lavoro in Germania o a San Vittore o smistati nell’al di là durante il tragitto. Ma la densità era sempre molto alta fino a ventotto compagni per vano […] membri della stessa famiglia erano spesso in celle separate”.

 Gli interrogatori, raccontano i testimoni, erano sempre condotti da Pastorelli e talvolta da Michelini (un altro importante esponente della polizia speciale) e da Fiorentini. Il comandante della Sicherheits aveva il suo personale ufficio proprio al Savoia e nella sua stanza v’erano numerose bandiere fasciste. I prigionieri provavano paura ogni qual volta si trovavano al suo cospetto e ai loro silenzi durante gli interrogatori rispondeva: “se non parla le faccio fare kaputt”.

 Tra il marzo e l’aprile del 1945 la Sicherheits abbandonò Broni e si trasferì con tutto il suo apparato militare a Stradella. Anche i prigionieri furono costretti a lasciare il Savoia e Casati, che data il trasferimento dei prigionieri a Stradella agli ultimi giorni di marzo, racconta: “Ci misero in fila, ci legarono le mani con una lunga corda e ci incolonnarono affiancati dagli scherani della Sicherheitz (sic!) […]; a chiudere le teste della colonna Pastorelli e Dolcini […]. Giunti alle carceri di Stradella fummo riuniti in cortile dove Michelini […] ci tenne una dura ed enfatica concione”. Maria Ercole ricorda che i militi, anche a Stradella, erano perennemente ubriachi, soprattutto i più giovani, e cantavano canzoni inneggianti alla propria morte in battaglia o a quella del nemico.

 Cigognola, un piccolo comune dell’Oltrepò Pavese in prossimità della valle Scuropasso, venne definito, nel corso del dibattimento, la “malebolge della Sicherheits”.

 La “banda di Cigognola”, dopo aver scoperto che nel castello vi era una radiotrasmittente per inviare messaggi agli angloamericani, installò il presidio locale all’interno della fortezza il 22 novembre ’44. Essa fu comandata, inizialmente, dal tenente Livio Campagnolo, un istriano domiciliato a Pavia e professore di ginnastica al liceo classico “Ugo Foscolo” di Pavia.

 Mino Milani che fu suo alunno fino a quando non abbandonò l’insegnamento per militare nella Sicherheits, lo ricorda come un «giovanotto dalle spalle larghe e dall’aria dura […], simpatico, faceva gli stessi esercizi che ci ordinava di fare». Alla sua morte, avvenuta il 14 febbraio ’45 nella cosiddetta “battaglia delle ceneri” contro le formazioni partigiane, gli successe il sergente Luciano Serra, «un giovane bruno, dai modi calmi e quasi distinti», originario di Torino, laureando in legge. Il gruppo era composto fra gli altri da Ottavio Cavallacci, Roberto Di Napoli, Gildo Mori, un veneto chiamato “Dinamite”, e dal toscano sedicenne Luigi Alessandrini, passato alle cronache come il più spietato della compagnia. Alessandrini, Cavallacci, Mori e Dell’Acqua sono la degna rappresentazione di quei giovanissimi della Sicherheits, “inconscienti che godevano nel vedere il sangue” e che, sempre ubriachi, parevano persino dediti all’assunzione di droghe.

 Un comportamento confermato anche da Dario Manstretta che nel suo memoriale rammenta come “durante tutta la loro permanenza in Cigognola, quelli della Sicherheits non facevano che bere e distruggere tutto quello che era nel castello ed alla notte sparare anche dentro le camere”.

 Alla banda di Cigognola, composta da una quindicina di unità, spesso si aggregavano per far baldoria altre persone, tra le quali il fratello di Campagnolo, Luciano, la moglie e le figlie di Fiorentini, oltre alla madre di Alessandrini «che girava armata e incitava gli agenti ad uccidere senza riguardo». Essi venivano chiamati orgogliosamente da Fiorentini: “i miei di Cigognola”. Lascia sgomenti, a tratti, la ricostruzione dell’omicidio di Battista Longhi e Giuseppe Barbieri, catturati a Castelletto di Branduzzo, grazie ai ricordi di Pietro Marchese, un prigioniero di Cigognola: 

 «Dopo essere stati torturati con punte di ferro arroventate al volto, alle mani e in altre parti del corpo, furono legati con forti cordicelle ai polsi e al torace per impedire a loro la circolazione del sangue. Un cerchio di ferro fu messo intorno alla testa e il cerchio veniva stretto gradualmente con una vite dagli scherani. Un legaccio fu messo loro ai piedi e questo fu assicurato alla schiena e alla testa che fu rovesciata all’indietro in modo che il corpo dei giovani formasse un semicerchio. Così furono abbandonati sul pavimento e lasciati morire. Durante la notte gli scherani di tanto in tanto entravano a controllare che l’agonia dei giovani continuasse e evolvesse verso la morte e, come se non bastasse, li colpivano a turno con una spada che poi deponevano in un angolo. Il sangue sgorgava dai loro corpi e scorreva sul pavimento. Al mattino gli scherani li gettarono nel pozzo antistante, così legati». 

 Nel memoriale redatto da Dario Manstretta si legge un’altra agghiacciante testimonianza sulla morte del prigioniero Luigi Scarani: 

 «L’interrogatorio – racconta Manstretta, per cento giorni cuoco al castello – venne iniziato verso la mezzanotte del 18 dicembre e lo torturano perché io sentivo le urla di dolore. Verso le quattro vidi lo Scarani appeso ad una trave tutto sanguinante dai buchi fattigli con ferri roventi alla pelle. Campagnolo diede l’ordine di accendere bene la stufa per fare di nuovo arroventare i ferri. Sentivo pure i colpi di piattonata col quale veniva colpito. Gli chiedevano quanto tempo un partigiano si era fermato in casa sua, ma nonostante le angherie rispondeva sempre tre minuti. Gli interroganti dicevano invece quattro ore. Verso le sei di mattina, forse stanchi e annoiati, posero fine al supplizio. Dinamite con un colpo di sciabola lo finiva spaccandogli la testa. Non morì subito perché al mattino verso le otto respirava ancora. Le pareti erano chiazzate di sangue e sotto il corpo vi era una pozza rossiccia che si ingrandiva sempre di più. Quella mattina facendo pulizia nell’ufficio, ove ebbe principio la tortura, trovai i ferri della stessa e cioè rinvenni chiodi e spilli insanguinati, nonché ferri con carne bruciata sulla cima. Rinvenni pure bottigliette di acidi a me sconosciuti. Altri prigionieri venivano tenuti legati per tutto il periodo che rimanevano in carcere». 

 Amedeo Vedaschi, prigioniero a Cigognola, ricorda: “Portato al Castello mi sottoposero a torture inaudite affinché rivelassi il nascondiglio di mio fratello. Mi furono stretti entrambi i polsi in una morsa, fino a quando dai pori schizzò sangue. Venivo buttato a terra; sollevato e picchiato di nuovo. Tra i miei torturatori c’era Alessandrini”. Del castello le vittime ricordano, tristemente, il pozzo, inserito all’interno della fortezza, nel quale furono gettati i cadaveri dei prigionieri fucilati o morti per le torture. Capitò persino che qualche antifascista ancora vivo, probabilmente svenuto, venisse creduto morto e buttato all’interno di esso.

 Soltanto il 26 aprile terminò il regno del terrore della Sicherheits a Cigognola quando le formazioni partigiane costrinsero i militi fascisti guidati da Serra alla resa incondizionata.

 Criminali di guerra pavesi. Broni e Cigognola, i “lager” del terrore - By Marco Bonacossa - SOURCE : https://sconfinamento.wordpress.com/2015/04/22/criminali-di-guerra-pavesi-broni-e-cigognola-i-lager-del-terrore/

 

 

 

 

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