Domenica, 23 Aprile 2017

CROCE ROSSA: DECENNI DI GESTIONE DISSENNATA E CLIENTELARE

 La Corte dei Conti “spara” sulla Croce Rossa (Cri). La (facilissima) battuta nasce spontanea dalla lettura dalla relazione dei giudici sul bilancio dell’associazione per il 2015, chiuso con una perdita di 9.434.566,85 euro. Pur riconoscendo agli attuali manager guidati dal presidente Francesco Rocca uno sforzo per razionalizzare lo scempio dovuto a decenni di gestione dissennata, la Corte ha sottolineato le numerose criticità che ancora dominano l’ex ente pubblico. A frenare la trasformazione della Cri, che in base a un decreto del 2012 dovrà divenire Associazione privata di interesse pubblico entro il 2018, restano:

centinaia di cause di lavoro;

l’impossibilità del Comitato centrale (che è ancora pubblico) di controllare i conti e le attività dei comitati periferici (che invece sono stati privatizzati nel 2014);

crediti inesigibili che gli stessi comitati locali hanno girato al Centrale in cambio di anticipazioni in denaro sonante;

un piano di alienazione del patrimonio immobiliare – varato per pagare  un maxi buco con l’Inps – praticamente fallito.

Insomma, la relazione dipinge un brutto quadro che però è dovuto a un passato orribile, quando cioè l’Ente era terra di conquista di mogli/amanti di onorevoli, amici di onorevoli, amici di amici di potenti e serbatoio inesauribile di voti clientelari. Basti pensare che degli ultimi 37 anni la Cri ne ha passati commissariata ben 25 e che tra il 2005 e il 2009 non è stata in grado di approvare i bilanci.

L’attuale presidente Rocca è stato l’ultimo commissario nominato, prima di essere eletto alla presidenza. E non senza polemiche, viste le sue mai nascoste simpatie di destra e una serie di collaboratori dal passato assai discutibile. Su tutti, l‘ex terrorista nero Paolo Pizzonia, chiamato espressamente da Rocca come suo braccio destro, nonostante i sei anni di prigione per banda armata e altri reati. A ostacolare la transizione verso un nuovo futuro, secondo Rocca (che rivendica le promozioni ottenute dai giudici nei suoi anni al potere), le forti resistenze interne, sia del personale civile che militare.

Oltre 900 stabilizzazioni in due anni

La prima critica dei giudici va al numero spropositato di cause di lavoro che hanno portato  tra il 2015 e il 2016 alla “stabilizzazione” di oltre 900 precari. Per i magistrati si tratta della naturale conseguenza del dissennato comportamento degli amministratori passati: “Negli anni risalenti è stato assunto un gran numero di lavoratori ‘precari’ per le esigenze delle convenzioni”, scrivono, “senza che l’Ente si sia curato né dell’equilibrio finanziario delle convenzioni (talune in manifesta perdita), né dei costi del personale (tanto in termini di trattamento economico che di oneri riflessi), né del possibile contenzioso che sarebbe derivato dalle rivendicazioni di tali dipendenti”. Tradotto: in nome di una politica clientelare, si sono assunti a piene mani precari che poi hanno avuto tutti i titoli per pretendere un contratto a tempo indeterminato.

«La finanziaria del 2007 (governo Prodi, ndr) ha stabilito che tutti i precari con più di tre anni di anzianità, dovessero essere assunti», spiega Rocca, «era prevista una conferenza Stato-Regioni su chi dovesse farsene carico. Ma quella conferenza non è mai stata fatta…», e quindi la Cri se li è ritrovati sul “gobbone”. «Si figuri che nei primi mesi del 2016 a questi dipendenti non sapevamo cosa fargli fare…!», conferma il Presidente, per il quale ora molti di questi sono stati “smistati” nelle varie articolazioni dello stato, grazie alla mobilità.

 Altro capitolo interessante sono i militari che si trasformeranno in dipendenti civili: la maggior parte di questi, spiega Rocca, sono entrati in Cri senza concorso, cooptati grazie al potere dei presidenti di “assunzione sotto spada”. «Funzionava così», spiega il presidente, «tu ti iscrivevi e diventavi volontario militare di Cri; poi l’ente dichiarava di aver bisogno di te e quindi ti precettava e iniziavi a lavorare; infine si faceva un bel concorso in sanatoria e diventavi dipendente a tutti gli effetti. Io non ho mai usato tale potere, ma quando sono arrivato in Cri ho trovato 1200 casi del genere». Altrettanto interessante che su oltre 1.000 militari in forza alla Cri, solo 300 fossero destinati a reali attività di supporto delle forze armate. Ora, quei militari diventeranno impiegati civili e il loro livello contrattuale sarà determinato dal grado militare ricoperto e non dal titolo di studio o alle mansioni effettuate.

 

Discorso a parte sono poi quei dirigenti che Cri aveva assunto negli anni senza tenere conto “della necessità che i soggetti chiamati dimostrino una specifica e attestata competenza (comprovata da titoli accademici di laurea e post-laurea) inerenti ai settori di assegnazione”. Quelli, per Rocca «non fanno più parte di Cri».

 

I conti sconosciuti

 

Con la riforma i comitati locali, oltre 600, sono divenuti enti di diritto privato. Cioè autonomi rispetto al comitato centrale. Ma non ne sono scollegati, soprattutto perché rimangono in sospeso parecchie partite finanziarie, prima fra tutte la compensazione debiti/crediti. E qui la situazione è preoccupante: “Dal 1° gennaio 2014 il sistema delle convenzioni stipulate dalle A.P.S. (gli enti locali, ndr) e il relativo andamento delle stesse, non consente possibilità di un controllo, di una vigilanza o di un monitoraggio da parte della Sede centrale o regionale”, scrive la Corte dei Conti. Ossia: il Comitato centrale ignora il contenuto dei contratti stipulati localmente e il loro valore. In più, i giudici sottolineano come sia impossibile stabilire se i comitati locali abbiano versato i contributi previdenziali dei lavoratori all’Inps. Inoltre, la Corte esprime “perplessità” – un eufemismo per dire che non ci crede neanche un po’ – sul fatto che oggi “nessuna convenzione sarebbe in disavanzo”.

 

Ma come, si dice, per decine di anni le convenzioni hanno aggravato i bilanci della Cri (e quindi dello Stato che ha sempre ripianato i debiti), e ora, magicamente, sono tutte regolari…? Ma Rocca su questo è netto: «È così». Altro allarme dei giudici riguarda le compensazioni dei debiti tra centro e periferia: appare infatti che alcuni comitati locali abbiano fatto i furbetti, girando a quello centrale “crediti in tutto o in parte inesigibili a fronte di rilevanti anticipazioni monetarie”. Milano, Latina e Bolzano i principali colpevoli.

 

Le case non si vendono

 

Ultimo punto dolente è il piano di alienazione dei beni immobiliari. Un piano resosi necessario per tappare un credito da 90 milioni che l’Inps vanta nei confronti di Cri per il TFR dei dipendenti. Dalle diverse aste tenutesi nel 2015, sono arrivati solo 529.364,92 euro, molti meno dei 29,5 milioni previsti. Non solo, nel biennio 2014/2015, “le procedure di alienazione del patrimonio immobiliare hanno garantito un’entrata complessiva di 3.056.304,92 euro, a fronte di un’entrata prevista di 54.030.526,17” e il trend è in diminuzione. Interrogato sul perché le case non si vendano, Rocca spiega: «Non è vero che non si vendono, nel 2016 a Milano abbiamo appena ceduto un immobile a Cassa depositi e Prestiti (cioè allo Stato, ndr) per 9 milioni. Il risultato negativo dipende soprattutto dalla scelta di utilizzare sempre le aste, sebbene la legge ci permetta di ricorrere anche alla trattativa privata. Ma non vogliamo svendere». E sui debiti accumulati con l’Inps che prima o poi dovranno essere pagati, si dice tranquillo: «Con l’Inps sono sempre possibili compensazione. Diciamo che ci sono contrattazioni in corso».

 

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