Martedì, 23 Maggio 2017

VOGHERA : IL GIORNALISTA VOGHERESE LEO SISTI VINCE IL PULITZER, IL NOBEL DEL GIORNALISMO

Leo Sisti , giornalista e scrittore vogherese, laureato in legge, per più di 30 anni all’Espresso, si è occupato di economia, finanza, corruzione politica, terrorismo italiano e di matrice islamica, mafia e criminalità organizzata. Nel 1996 ha vinto il premio giornalistico “Premiolino”, per aver rivelato che la società “All Iberian” era nell’orbita della Fininvest di Silvio Berlusconi, che ne aveva negato il controllo. Sisti fa parte del network giornalistico di Washington International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ). Con ICIJ ha vinto due premi giornalistici negli Usa ( 2008 e 2009), assegnati da “Investigative Reporters and Editors” (IRE). Ha scritto otto libri, tra cui Il caso Marcinkus (con Leonardo Coen),  Les nouveaux reseaux de la corruption (con Fabrizio Calvi), L’intoccabile (con Peter Gomez), Caccia a Bin Laden, L’isola del tesoro.

Investigative Reporting Project Italy (IRPI) così commenta la notizia :  

"Qual è il giornalista che non aspira a vincere il Pulitzer, il più importante Premio americano, una specie di Nobel del giornalismo? La domanda è retorica e la risposta è: nessuno.

Lunedì 10 aprile  2017 rimarrà una data storica per IRPI. Sì, perché tre giornalisti della nostra associazione possono dire: “Ci siamo dentro anche noi”. Quel giorno, alla Columbia University di New York l’International Consortium of Investigative Journalists di Washington (ICIJ) si è visto assegnare il Pulitzer per l’inchiesta Panama Papers. E’ l’inchiesta che a partire dall’aprile 2016 ha messo a nudo nomi eccellenti della politica, uomini d’affari, banchieri,  personaggi dello star system, protagonisti di scandali legati alla corruzione, narcotrafficanti: tutti legati dal possesso di offshore in 21 paradisi fiscali. Dietro la regia dello studio legale di Panama Mossack Fonseca, autentica “fabbrica” di questo tipo di società, costituite per nascondere patrimoni, grazie al “paperwork” di 50 uffici periferici distribuiti in tutti i continenti.

È stata una denuncia corale, planetaria che, tra l’altro, ha coinvolto il primo ministro islandese, amici del presidente  russo Vladimir Putin, l’ex Primo ministro inglese David Cameron, il presidente dittatore siriano Bashar Assad,  il presidente argentino Mauricio Macri, con contorno di reali del Nordafrica  e del Medioriente. In tutto si conteranno 140 capi politici di 50 paesi, inclusi 14 leader mondiali, attuali o del passato. Anche IRPI condivide in qualche modo il Pulitzer perché tre suoi giornalisti hanno lavorato, insieme ad altri 373 colleghi appartenenti a più di 100 media di 80 paesi, al caso Panama Papers. Con questi nostri ruoli: Leo Sisti, membro di ICIJ dal 2000, cofondatore e direttore esecutivo di IRPI, reporter dell’Espresso, unica testata italiana del network americano; Alessia Cerantola, cofondatrice e membro del board di IRPI, e Scilla Alecci, socia di IRPI, entrambe collaboratrici del team giapponese e aggregate a giornali giapponesi (Japan Times) e dell’area asiatica (The Diplomat).

Il Pulitzer attribuito ad ICIJ, insieme al gruppo di giornali americani McClatchy e al Miami Herald, rientra nella categoria Explanatory Reporting, dove il board del premio ha spostato Panama Papers, inizialmente finalista nella categoria International Reporting. La giuria del premio spiega poi con queste parole il senso di Explanatory Reporting, cioè giornalismo divulgativo:

Per un significativo esempio di giornalismo che spiega e illustra un argomento delicato e complesso, dimostrando padronanza, scrittura pulita e presentazione chiara, facendo ricorso a ogni strumento giornalistico disponibile, 15 mila dollari.

La motivazione del premio è invece la seguente:

Per i Panama Papers, una serie di articoli con la collaborazione di più di 300 reporter di sei continenti, per denunciare  la struttura nascosta e la dimensione globale delle offshore  registrate nei paradisi fiscali (spostato dal board dalla categoria International Reporting).

È una motivazione per noi lusinghiera per una categoria, tra le 14 che il Pulitzer  ha istituito per il giornalismo,  introdotta da pochi anni, esattamente nel 1998.  Coglie nel segno, indicando quali sforzi collettivi sono stati compiuti per svelare al pubblico quali sistemi intricati sono stati escogitati dallo studio legale di Panama Mossack Fonseca, per mettere i patrimoni dei propri clienti al riparo dagli occhi del fisco.

Per quasi un anno, dalla primavera del 2015, tutti i giornalisti impegnati nei Panama Papers  si sono cimentati in un’impresa monstre: come interpretare più di 11 milioni di documenti, racchiusi in 2,6 terabytes, in pratica 3.500 CD-Rom. Documenti riguardanti 214 mila offshore in quarant’anni di attività, fino al 2015 e 14 mila banche e importanti studi legali internazionali, che, oltre alle offshore, hanno anche creato fondazioni e trust. Una montagna di dati. Uno sforzo da stendere chiunque. Come fare? Procedendo per gradi.

Abbiamo così chiesto aiuto a Marina Walker Guevara, vice direttrice di ICIJ, e ai suoi esperti informatici: dateci delle linee guida per entrare nei dati e individuare i nomi di chi amministra o possiede delle offshore. La prima lezione avviene via Skype: una per i giornalisti di Nord e Sud America, una per quelli asiatici e una per gli europei. Tante domande, quesiti strizzacervelli per arrivare al nucleo centrale delle rivelazioni: dove troviamo i fatidici nomi? Eppure non basta. Per capire come districarsi in quella massa di informazioni ci vorranno due incontri.  Uno di poche ore, a Washington, nella stanza dello storico press club nazionale, da cui si intravede,imponente, la Casa Bianca.

E, successivamente, un secondo incontro, una “due giorni” di “brainstorming”, ai primi di settembre, al ventiseiesimo piano della Suddeutsche Zeitung, a Monaco di Baviera, con vista sulle Alpi. Là dove è cominciato tutto, perché sono stati due giornalisti di questo quotidiano a vedersi offrire da una fonte anonima un grazioso “regalo”. Bastian Obermayer e Frederik Obermaier si sono poi rivolti al direttore di ICIJ, Gerard Ryle, e a Marina per condividere con il consorzio un materiale immenso, perché venisse dissezionato ed ordinato da alcuni maghi del software. A Monaco siamo più di 100. Il clima è da spy story. Parola d’ordine: silenzio totale sull’inchiesta, vietato parlarne all’esterno. Anche con i propri familiari. Così sarà. Non si saprà mai che cosa sono i Panama Papers prima dell’aprile 2016.

Bene. Finalmente apprendiamo come muoverci nei meandri di file complicatissimi. E siamo quindi in grado di controllare chi sono i detentori di offshore cliccando i loro nomi su un motore di ricerca dedicato, simile a Google, e ideato dal team ICIJ.  Per accedervi, occorrono password e codice generato dall’app “Google authenticator”. Si darà inoltre vita a un forum, vera piazza virtuale, dove centinaia di giornalisti si scambiano notizie, informazioni, proposte. Nascono i gruppi che si specializzano su certi argomenti: Putin, Medio Oriente, uomini politici, banche, grandi truffatori internazionali, zar della droga. Anche qui, per accedere, ci vogliono password e il codice temporaneo del “Google authenticator”. Ci si affatica così, sottotraccia, su “files” chilometrici per tanti mesi, fino al D-Day.

Ovvero fino alla sera del 3 aprile 2016. L’embargo è ora finito. Giornali e televisioni di tutto il globo, all’ora X, scatenano il finimondo in contemporanea.

Per la cronaca il Pulitzer è un premio americano, per singoli giornalisti o per testate. A nostra conoscenza, è la prima volta che questo prestigioso riconoscimento è destinato anche a giornalisti italiani: tutti e tre di IRPI, oltre ai quattro de l’Espresso che hanno cofirmato l’inchiesta insieme a Sisti."

 

 

 

 

 

Untitled-1

  1. Primo piano
  2. Popolari