Giovedì, 27 Aprile 2017
Articoli filtrati per data: Domenica, 02 Aprile 2017

L’ex Albergo Savoia, ribattezzato Villa Nuova Italia divenne, con il Castello di Cigognola, il centro del terrore della Sicherheits. Pier Alberto Pastorelli, il vicecomandante della polizia speciale, la “iena infame e cinica”, come lo definisce Luigi Calatroni, un suo milite, era il responsabile degli interrogatori che si svolgevano al Savoia ed era proprio in occasione di essi, come i testimoni al processo confermarono, che avvenivano le torture ai prigionieri. Le vittime, interrogate come testimoni dal giudice della Corte d’Assise, ricordano come Pastorelli e i suoi uomini amassero dotarsi di bastoni “ondulati”, una specie di nerbo di bue con un pallino di piombo posto all’estremità, e con questi picchiare le proprie vittime per estorcere confessioni fino a farle svenire oppure, come ricorda Maria Ercole, prigioniera della polizia speciale, “sparavano sopra la testa”, per puro divertimento. Il ruolo di Pastorelli è confermato anche dalle testimonianze di Franco Galeotti e Benita Carrera, detenuti al Savoia. Galeotti racconta che era sempre Pastorelli a svolgere gli interrogatori: «pistola puntata, lampada accesa sugli occhi e l’atmosfera era quella».

Maria Ercole afferma che «dopo aver fatto gli interrogatori ed averli torturati a sangue aprivano le celle delle donne e facevano vedere loro i prigionieri sanguinanti per intimorirle».

Giovanna Camporotondo, arrestata per aver aiutato alcuni soldati inglesi fuggiti da un campo di concentramento dopo l’armistizio, raccontò il divertimento di Pastorelli nel torturare i soldati britannici, spegnendo mozziconi di sigarette accese sulle loro gambe. Francesco Gola, recluso al Savoia, ricorda: «Pastorelli ha tentato poi, e in diversi casi ci riuscì, di abusare di quasi tutte le detenute che si susseguirono nella Sicherheits. Personalmente posso testimoniare che egli tentò di contrattare la mia libertà con il corpo della mia giovane cognata anche se mancavano pochissimi giorni a diventar madre».

 Al Savoia non vi erano delle vere e proprie camere di tortura e gli interrogatori avvenivano nelle stanze dell’ex albergo. Le celle dove venivano rinchiusi i prigionieri più reticenti o i condannati a morte erano le vecchie e fredde cantine nelle quali vi erano soltanto degli ammassi di paglia sporca usati come giacigli. Nell’ampia soffitta erano rinchiusi i prigionieri appena arrivati oppure quelli che non dovevano essere immediatamente fucilati. Talvolta, tra di loro, v’erano alcuni infiltrati della Sicherheits per estorcere con l’inganno qualche preziosa informazione. Nel prosieguo della sua testimonianza Galeotti racconta che, per coloro che stavano in soffitta, vi era una certa libertà di movimento ovvero c’era la possibilità di aprire la porta della cella e di andare in uno stretto corridoio attiguo dove v’era una piccola finestra che dava sul cortile del Savoia dalla quale, come conferma Maria Ercole, potevano vedere i militi della Sicherheits “vestiti da perfetti garibaldini”, mentre uscivano per effettuare dei rastrellamenti, o gli antifascisti catturati. Tanto era la certezza di avere in pugno i prigionieri che venivano concesse persino queste piccole libertà di movimento.

 La Ercole ricorda, inoltre, come in soffitta non esistesse una distinzione di spazi di reclusione tra uomini e donne e che gli interrogatori avvenissero sempre di notte, quando i militi erano del tutto ubriachi o visibilmente alterati dall’alcool bevuto nelle ricche cene. I carcerieri della Sicherheits, inoltre, non esitavano ad ordinare alle prigioniere il disbrigo delle faccende domestiche e, talvolta, veniva data loro «della lana per fare vestiti o altro, – ricorda Ercole -. Mi sono sempre rifiutata di andare a pulire il sangue dei miei compagni o fare i mestieri alle loro stanze».

 «Nell’interno della prigione medesima – racconta Francesco Gola nella sua testimonianza al processo – avevo organizzato un piccolo comitato segreto allo scopo di istruire i giovani prima degli interrogatori e potersi documentare dopo sull’esito dei medesimi circa le domande e le brutalità subite». Non è possibile dire con certezza quanti prigionieri ci fossero al Savoia perché, come ha scritto Ambrogio Casati, ex prigioniero della Sicherheits, “erano poco meno di un centinaio, ma un vero controllo è sempre stato impossibile almeno di là dentro. Sarebbe occorso un vero impianto statistico che nemmeno il Comando del “Baitaillon Fiorentini” teneva, in tanto poco conto era la vita dei prigionieri”.

 Il servizio segreto partigiano segnala 115 prigionieri, più della metà donne, mentre lo stesso Casati, ritornando dieci anni dopo la fine del conflitto sui suoi ricordi, stima che tra il novembre ’44 e il marzo ’45 fossero reclusi al Savoia 82 uomini e 40 donne, con oscillazioni quotidiane dettate dai trasferimenti, dalle fucilazioni, dalle liberazioni e dai nuovi arrivi.

 Egli ricorda che gli uomini della Sicherheits continuavano a fare entrare i prigionieri “fino alla saturazione delle camere-celle; vecchi e giovani costretti a darsi il turno per dormire nello spazio rimasto, le camere cominciavano a brulicare di pidocchi, di tanto in tanto veniva immerso (sic!) un nuovo compagno eppoi dopo interrogatori pazzi ed illogici conditi da raccapriccianti brutalizzazioni (c’era un boxeur specializzato) venivano smistati nelle varie camere-celle, avviati ai campo di lavoro in Germania o a San Vittore o smistati nell’al di là durante il tragitto. Ma la densità era sempre molto alta fino a ventotto compagni per vano […] membri della stessa famiglia erano spesso in celle separate”.

 Gli interrogatori, raccontano i testimoni, erano sempre condotti da Pastorelli e talvolta da Michelini (un altro importante esponente della polizia speciale) e da Fiorentini. Il comandante della Sicherheits aveva il suo personale ufficio proprio al Savoia e nella sua stanza v’erano numerose bandiere fasciste. I prigionieri provavano paura ogni qual volta si trovavano al suo cospetto e ai loro silenzi durante gli interrogatori rispondeva: “se non parla le faccio fare kaputt”.

 Tra il marzo e l’aprile del 1945 la Sicherheits abbandonò Broni e si trasferì con tutto il suo apparato militare a Stradella. Anche i prigionieri furono costretti a lasciare il Savoia e Casati, che data il trasferimento dei prigionieri a Stradella agli ultimi giorni di marzo, racconta: “Ci misero in fila, ci legarono le mani con una lunga corda e ci incolonnarono affiancati dagli scherani della Sicherheitz (sic!) […]; a chiudere le teste della colonna Pastorelli e Dolcini […]. Giunti alle carceri di Stradella fummo riuniti in cortile dove Michelini […] ci tenne una dura ed enfatica concione”. Maria Ercole ricorda che i militi, anche a Stradella, erano perennemente ubriachi, soprattutto i più giovani, e cantavano canzoni inneggianti alla propria morte in battaglia o a quella del nemico.

 Cigognola, un piccolo comune dell’Oltrepò Pavese in prossimità della valle Scuropasso, venne definito, nel corso del dibattimento, la “malebolge della Sicherheits”.

 La “banda di Cigognola”, dopo aver scoperto che nel castello vi era una radiotrasmittente per inviare messaggi agli angloamericani, installò il presidio locale all’interno della fortezza il 22 novembre ’44. Essa fu comandata, inizialmente, dal tenente Livio Campagnolo, un istriano domiciliato a Pavia e professore di ginnastica al liceo classico “Ugo Foscolo” di Pavia.

 Mino Milani che fu suo alunno fino a quando non abbandonò l’insegnamento per militare nella Sicherheits, lo ricorda come un «giovanotto dalle spalle larghe e dall’aria dura […], simpatico, faceva gli stessi esercizi che ci ordinava di fare». Alla sua morte, avvenuta il 14 febbraio ’45 nella cosiddetta “battaglia delle ceneri” contro le formazioni partigiane, gli successe il sergente Luciano Serra, «un giovane bruno, dai modi calmi e quasi distinti», originario di Torino, laureando in legge. Il gruppo era composto fra gli altri da Ottavio Cavallacci, Roberto Di Napoli, Gildo Mori, un veneto chiamato “Dinamite”, e dal toscano sedicenne Luigi Alessandrini, passato alle cronache come il più spietato della compagnia. Alessandrini, Cavallacci, Mori e Dell’Acqua sono la degna rappresentazione di quei giovanissimi della Sicherheits, “inconscienti che godevano nel vedere il sangue” e che, sempre ubriachi, parevano persino dediti all’assunzione di droghe.

 Un comportamento confermato anche da Dario Manstretta che nel suo memoriale rammenta come “durante tutta la loro permanenza in Cigognola, quelli della Sicherheits non facevano che bere e distruggere tutto quello che era nel castello ed alla notte sparare anche dentro le camere”.

 Alla banda di Cigognola, composta da una quindicina di unità, spesso si aggregavano per far baldoria altre persone, tra le quali il fratello di Campagnolo, Luciano, la moglie e le figlie di Fiorentini, oltre alla madre di Alessandrini «che girava armata e incitava gli agenti ad uccidere senza riguardo». Essi venivano chiamati orgogliosamente da Fiorentini: “i miei di Cigognola”. Lascia sgomenti, a tratti, la ricostruzione dell’omicidio di Battista Longhi e Giuseppe Barbieri, catturati a Castelletto di Branduzzo, grazie ai ricordi di Pietro Marchese, un prigioniero di Cigognola: 

 «Dopo essere stati torturati con punte di ferro arroventate al volto, alle mani e in altre parti del corpo, furono legati con forti cordicelle ai polsi e al torace per impedire a loro la circolazione del sangue. Un cerchio di ferro fu messo intorno alla testa e il cerchio veniva stretto gradualmente con una vite dagli scherani. Un legaccio fu messo loro ai piedi e questo fu assicurato alla schiena e alla testa che fu rovesciata all’indietro in modo che il corpo dei giovani formasse un semicerchio. Così furono abbandonati sul pavimento e lasciati morire. Durante la notte gli scherani di tanto in tanto entravano a controllare che l’agonia dei giovani continuasse e evolvesse verso la morte e, come se non bastasse, li colpivano a turno con una spada che poi deponevano in un angolo. Il sangue sgorgava dai loro corpi e scorreva sul pavimento. Al mattino gli scherani li gettarono nel pozzo antistante, così legati». 

 Nel memoriale redatto da Dario Manstretta si legge un’altra agghiacciante testimonianza sulla morte del prigioniero Luigi Scarani: 

 «L’interrogatorio – racconta Manstretta, per cento giorni cuoco al castello – venne iniziato verso la mezzanotte del 18 dicembre e lo torturano perché io sentivo le urla di dolore. Verso le quattro vidi lo Scarani appeso ad una trave tutto sanguinante dai buchi fattigli con ferri roventi alla pelle. Campagnolo diede l’ordine di accendere bene la stufa per fare di nuovo arroventare i ferri. Sentivo pure i colpi di piattonata col quale veniva colpito. Gli chiedevano quanto tempo un partigiano si era fermato in casa sua, ma nonostante le angherie rispondeva sempre tre minuti. Gli interroganti dicevano invece quattro ore. Verso le sei di mattina, forse stanchi e annoiati, posero fine al supplizio. Dinamite con un colpo di sciabola lo finiva spaccandogli la testa. Non morì subito perché al mattino verso le otto respirava ancora. Le pareti erano chiazzate di sangue e sotto il corpo vi era una pozza rossiccia che si ingrandiva sempre di più. Quella mattina facendo pulizia nell’ufficio, ove ebbe principio la tortura, trovai i ferri della stessa e cioè rinvenni chiodi e spilli insanguinati, nonché ferri con carne bruciata sulla cima. Rinvenni pure bottigliette di acidi a me sconosciuti. Altri prigionieri venivano tenuti legati per tutto il periodo che rimanevano in carcere». 

 Amedeo Vedaschi, prigioniero a Cigognola, ricorda: “Portato al Castello mi sottoposero a torture inaudite affinché rivelassi il nascondiglio di mio fratello. Mi furono stretti entrambi i polsi in una morsa, fino a quando dai pori schizzò sangue. Venivo buttato a terra; sollevato e picchiato di nuovo. Tra i miei torturatori c’era Alessandrini”. Del castello le vittime ricordano, tristemente, il pozzo, inserito all’interno della fortezza, nel quale furono gettati i cadaveri dei prigionieri fucilati o morti per le torture. Capitò persino che qualche antifascista ancora vivo, probabilmente svenuto, venisse creduto morto e buttato all’interno di esso.

 Soltanto il 26 aprile terminò il regno del terrore della Sicherheits a Cigognola quando le formazioni partigiane costrinsero i militi fascisti guidati da Serra alla resa incondizionata.

 Criminali di guerra pavesi. Broni e Cigognola, i “lager” del terrore - By Marco Bonacossa - SOURCE : https://sconfinamento.wordpress.com/2015/04/22/criminali-di-guerra-pavesi-broni-e-cigognola-i-lager-del-terrore/

 

 

 

 

Le indicazioni nei libri di ricette sulla cottura dei cibi sono spesso sbagliate dal punto di vista della sicurezza, e non mettono al sicuro dal rischio di infezioni alimentari. Lo afferma uno studio della North Carolina State University pubblicato dal British Food Journal, secondo cui andrebbero invece inserite informazioni su come uccidere eventuali patogeni.

I ricercatori hanno analizzato circa 1500 ricette da 29 libri fra i più venduti negli Usa, cercando di verificare se indicassero la temperatura interna a cui cuocere gli ingredienti crudi e se questa fosse effettivamente quella più sicura. Solo 123 ricette, l'8%, indicavano a quanti gradi dovessero essere cotti gli alimenti, e non in tutti i casi la temperatura era quella giusta per eliminare eventuali microrganismi. Inoltre il 99,7% delle ricette analizzate dava indicatori 'soggettivi' per stabilire la cottura, non sufficienti a garantire la sicurezza. 

"L'indicatore principale era il tempo di cottura - spiega Katrina Levine, uno degli autori - che è particolarmente inaffidabile, perchè molti fattori influiscono, dalle dimensioni del piatto al tipo di forno. Altri indicatori comuni usati nei ricettari si riferiscono al colore o alla consistenza, ad esempio della carne, o hanno indicazioni vaghe come 'cuocere finchè non è pronto. E' importante invece usare le temperature interne giuste, perchè sono state stabilite con ricerche rigorose con l'obiettivo di abbattere i patogeni più probabili che si possono trovare in ogni alimento".

Dopo le raccolte fondi milionarie per le organizzazioni no-profit, su Facebook arrivano collette di minore entità e respiro, pensate per esigenze individuali. La compagnia ha infatti annunciato le raccolte fondi personali, che servono per racimolare denaro per sé, un amico o un animale domestico chiedendo donazioni ai contatti del social network.
Atteso nelle prossime settimane in Usa, lo strumento potrà essere usato solo in ambiti predefiniti che riguardano salute, istruzione, emergenze personali e perdite di congiunti. Una colletta potrà servire, ad esempio, a comprare materiale scolastico per la classe del figlio, a pagare le cure mediche per sé o per il cane, a far fronte a emergenze personali come un furto o un incidente d'auto. Altre cause potranno collegarsi a disastri naturali, come i danni arrecati a un'abitazione da una tromba d'aria, e a decessi, per sostenere i costi di un funerale.

 Aumentano i licenziamenti, diminuiscono le dimissioni. Nel 2016 ci sono stati quasi 900mila licenziamenti (899.053), considerando tutte le fattispecie, in crescita del 5,7% sul 2015 (850.297). Le dimissioni sono state invece oltre 1,2 milioni (1.221.766), in calo del 17,1% sempre rispetto al 2015 (1.474.718). E' quanto si rileva dagli ultimi dati del Sistema delle comunicazioni obbligatorie (per la fine dell'anno ancora suscettibili di qualche revisione) del ministero del Lavoro. Un lavoratore può essere interessato da più di un evento.  Con il Jobs act sono state introdotte le nuove norme sui licenziamenti ma anche di contrasto alle dimissioni in bianco con l'obbligo della comunicazione online, entrato in vigore anch'esso a marzo 2016. Nel solo quarto trimestre del 2016 i licenziamenti sono stati nel complesso 259.968, in aumento di 9.276 unità (+3,7%), mentre le cessazioni per dimissione sono scese a 318.146 in calo di 73.681 unità (-18,8%) rispetto allo stesso trimestre del 2015. "Questo andamento risente ancora degli effetti generati dall'introduzione dello strumento delle dimissioni online (marzo 2016) che ha determinato una ricomposizione delle cause di cessazione", si legge nell'ultima nota trimestrale sulle comunicazioni obbligatorie.

E' al centro di un braccio di ferro tra Lega e Pd la proposta di legge per rafforzare la legittima difesa in discussione in Parlamento da due anni. Il tema è tornato alla ribalta circa un mese fa dopo il caso del ristoratore del lodigiano che ha ucciso un ladro che si era introdotto nel suo locale con alcuni complici e l'annuncio di Matteo Salvini di una manifestazione nazionale della Lega a Verona il 25 aprile. E, tristemente, con la Lega di nuovo in prima fila a chiedere un aggiornamento della legislazione vigente, ancora di più oggi con l'assassinio del barista nel bolognese.

E' dal 2006 che il codice prevede la legittima difesa quando si reagisce a una aggressione e la reazione rappresenta l'unico rimedio possibile nell'immediato per evitare una "offesa ingiusta". Il codice prevede che la difesa debba essere, comunque, "proporzionata all'offesa".

L'11 novembre 2015, la Lega Nord ha presentato a Montecitorio un testo, a prima firma di Nicola Molteni, che prevede la legittima difesa in tutti i casi di violazione dell'abitazione o del luogo in cui si svolge il proprio lavoro. Il testo, riprendendo una previsione del codice penale francese, prevede infatti che corrisponda direttamente a "difesa legittima" quella di chi semplicemente agisce "per respingere l'ingresso, mediante effrazione o contro la volontà del proprietario, con violenza o minaccia di uso di armi da parte di persona travisata o di più persone, in un'abitazione privata, o in ogni altro luogo ove sia esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale".

La proposta di legge è stata però riscritta durante la discussione in commissione Giustizia con l'approvazione di un emendamento del Pd a firma di David Ermini. Il nuovo testo non va a modificare più l'articolo del codice penale relativo alla legittima difesa ma quello sulle attenuanti. E introduce il concetto che non sussista l'eccesso di legittima difesa qualora ci sia una situazione di "grave perturbamento psichico" in chi ha agito in propria difesa. La situazione di "grave perturbamento psichico", già prevista dal codice, viene valutata dal giudice nei casi, ad esempio, in cui una aggressione avvenga di notte, da parte di una persona armata o con il volto coperto in una casa con persone anziane, donne o bambini o ai danni di qualcuno che abbia già subito precedenti aggressioni.

Dopo la modifica del testo, al momento dell'approdo in Aula il 21 aprile 2016, il provvedimento è stato rimandato in commissione su proposta di Ap (sostenuta dal Pd) e il relatore, il leghista Molteni, si è dimesso dall'incarico. A questo punto dovrà ripartire l'esame e si dovrà provvedere a una nuova calendarizzazione in Aula. Ma, al momento, l'iter sembra fermo.

Si parla invece di stretta sui furti in casa nel ddl di riforma del processo penale in discussione al Senato. Nel provvedimento si prevedono pene aumentate per questo tipo di reati, senza alcun riferimento alla legittima difesa di chi subisce il furto. Una volta approvato dovrà comunque tornare a Montecitorio per una nuova lettura.

 

E' accusato di spaccio di droga un 27enne marocchino che è stato arrestato ieri sera, poco prima delle 23, nella campagne di Sant'Alessio con Vialone (Pavia), un comune a pochi chilometri dal capoluogo. L'uomo era alla guida di una Jaguar quando ha incrociato un'auto della polizia.

Alla vista degli agenti, il 27enne nordafricano ha accelerato, gettando anche un involucro dal finestrino in prossimità di un cavo d'acqua. A causa dell'elevata velocità, la vettura su cui viaggiava è uscita di strada, ribaltandosi in un campo. Il marocchino è uscito dall'abitacolo ed ha continuato la fuga a piedi, lanciando di tanto in tanto delle banconote. A quel punto un poliziotto ha esploso due colpi in aria a scopo intimidatorio. Il 27enne si è arreso, consegnandosi agli agenti. I poliziotti hanno sequestrato 2.040 euro in contanti, polvere bianca custodita in un sacchetto (presumibilmente cocaina) e tre telefonini.

 

Italia tra gli ultimi della classe in Europa sui contagi in corsia. Ogni anno si verificano, in media, sei infezioni ogni 100 ricoverati in ospedale, come confermano le stime delle società scientifiche. Una media simile agli altri Paesi del continente ma con una differenza fondamentale: i batteri di casa nostra sono 'più cattivi', ovvero resistenti ai farmaci anche 10 volte di più rispetto ai Paesi più virtuosi. Le differenze regionali (come in molti altri settori della sanità) sono notevoli: difficile avere dati precisi ma le stime variano dal 5% al 10% di ricoverati contagiati, con diverse Regioni che non rilevano nemmeno i dati. Manca, inoltre una strategia nazionale per il controllo delle infezioni ospedaliere e dell'antibioticoresistenza. Un 'buco' quest'ultimo che potrebbe essere colmato a breve, con il Piano ad hoc, a cui sta lavorando una commissione ministeriale, voluto dalla ministra della Salute Beatrice Lorenzin.

Un provvedimento "ad ampio spettro", come lo ha definito la stessa Lorenzin che "affronta - ha anticipato la ministra - innanzitutto il tema della messa in sicurezza degli ospedali, dei meccanismi di igienizzazione anche con ausili innovativi, oltre che il rispetto delle regole base come lavarsi le mani". Nel documento anche "una attenzione maggiore alla diagnostica rapida ", aggiunge Stefania Stefani che ha collaborato in rappresentanza della Società italiana di microbiologia (Sim).

E forse, potrebbe accogliere anche la suggestiva proposta della Società italiana malattie infettive e tropicali (Simit) che pure ha partecipato al lavoro sul Piano, di una 'patente' per la prescrizione degli antibiotici più innovativi e che rappresentano, per alcune infezioni, l'ultima arma a disposizione per vincerle. "Non si tratterebbe di una limitazione alla prescrizione o di qualche forma di divieto - rassicura Marco Tinelli, segretario nazionale Simit - ma di una misura basata sulla formazione periodica, annuale, perché l'epidedomiologia cambia. Insomma una regolamentazione non restrittiva ma intelligente che speriamo sia accolta". Insomma: a prescrivere alcuni farmaci potrebbero essere solo i medici appositamente formati. 

Il Piano sollecitato anche dall'Unione europea dovrà aiutare l'Italia a ridurre il gap con gli altri Paesi e fornire indicazioni uniformi alle Regioni per controllare il fenomeno. "E' un problema che allarma in tutto il mondo - precisa Tinelli - Le infezioni ospedaliere, a causa della resistenza ai farmaci rappresentano un grande rischio. Si calcola che siano 700 mila i decessi ogni anno a livello mondiale. E per i Cdc (Centers for disease control and prevention) americani sono 23 mila i decessi l'anno negli Usa". Purtroppo il trend è in crescita, "secondo alcune stime - continua Tinelli - nei prossimi 25-30 anni si potrebbe arrivare, a livello mondiale, a 9 milioni".

Per quanto riguarda l'Italia "la situazione è a macchia di leopardo. Con ospedali e Regioni virtuose e altre realtà non altrettanto positive. In generale - ammette l'esperto - siamo un fanalino di coda nel vecchio continente per quanto riguarda il contrasto alla resistenza ai farmaci". Tra i batteri più 'cattivi', Klebsiella pneumoniae, multiresistente: dal 2012 al 2015 è passata dal 29% al 35 % per quanto riguarda la resistenza ai carbapenemi (antibiotici di ultima generazione, l''ultima spiaggia' insomma). La media è dell'8,1% in Europa. Tre volte in meno. E si arriva a 10 volte se si considerano i Paesi più virtuosi. Per lo stafilococco aureo, in controtendenza, la resistenza è passata dal 45% al 34%. "Sembra un buon risultato, ma anche in questo caso la media europea è più bassa, arriva al 16%".

In realtà in Italia, ad oggi, non esiste un sistema di sorveglianza nazionale, perché nel nostro Paese non ci sono ancora sistemi di rilevazione attiva dei dati con personale dedicati ma sono stati condotti numerosi studi multicentrici di prevalenza. Ed è sulla base di questi e delle indicazioni della letteratura, che si può stimare - come indica Epicentro curato dal Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità - che nel nostro Paese il 5-8% dei pazienti ricoverati contrae un’infezione ospedaliera. Ogni anno, quindi, si verificano in Italia 450-700 mila infezioni in pazienti ricoverati in ospedale (soprattutto infezioni urinarie, seguite da infezioni della ferita chirurgica, polmoniti e sepsi). Di queste, si stima che circa il 30% siano potenzialmente prevenibili (135-210 mila) e che siano direttamente causa del decesso nell’1% dei casi (1350-2100 decessi prevenibili in un anno).

Proprio per far fronte a questa situazione è stato costituito il gruppo ministeriale che entro la primavera, a quanto si apprende, emanerà il piano di contrasto all'antibiotico resistenza e di cui circola già una bozza. "Fondamentalmente - aggiunge Tinelli - si definiranno misure per la riduzione dell'uso umano e veterinario degli antibiotici, per migliorare l'informazione e per mettere alcuni paletti alla prescrizione", oltre che a favorire, come ribadisce Stefania Stefani, l'uso di test per l'identificazione rapida dei patogeni.

"Finalmente il nostro Paese - ha detto Gaetano Privitera, presidente della Società italiana multidisciplinare per la prevenzione delle infezioni nelle organizzazioni sanitarie (Simpios) - potrà avere quadro normativo nazionale di riferimento su questi temi. Le ultime circolari in materia datavano 1985 e 1997. Alcune indicazioni erano già presenti nel Piano prevenzione. Ma non era abbastanza, considerando che la situazione italiana è la peggiore a livello europeo".

"I professionisti aspettavano da tempo norme di riferimento per riavvicinarci agli standard europei più elevati, in alcune realtà già raggiunti ma serve uniformità e tutela sull'intero territorio". In Italia, continua Privitera, "le percentuali di infezioni ospedaliere sono nella media, intorno al 6%. Ma le infezioni sono più gravi e più a rischio di esiti letali, ci sono più sepsi e infezioni del sangue. C'è un maggior numero di infezioni legate ai cateteri vascolari, non correttamente applicati. Un paziente su due in ospedale riceve almeno un antibiotico, un consumo non giustificato per circa il 50% dei casi" .

 

Una famiglia su tre è single . Le persone che vivono da sole sono il 33% dei 25,8 milioni di nuclei residenti in Italia nel 2016, con una maggioranza di donne rispetto agli uomini: 58,6% contro 41,4%. Sono in totale 8,5 milioni e la metà circa si concentra al Nord (4,3 mln); al mezzogiorno si collocano altri 2,4 milioni di famiglie monocomponente, mentre al centro i restanti 1,8 milioni. I dati sono contenuti nelle tabelle dell'Istat diffusi con il dossier sulle forze lavoro nel 2016.

Negli ultimi anni la quota di single, rispetto al numero totale delle famiglie residenti in Italia, è sostanzialmente rimasta stabile: era il 32,5% nel 2013, è passata al 33% nel 2014 e salita fino al 33,1% nel 2015. In termini assoluti il numero di famiglie monocomponente, dal 2013 al 2016, è aumentato di circa 200.000 unità (+2,5%).

Tornando ai dati dello scorso anno, i nuclei familiari con figli superano di poco i single, arrivando al 35,1% del totale, mentre le coppie senza figli rappresentano un altro 21,3% a cui bisogna aggiungere l'8,4% delle famiglie monogenitore e, infine, un altro 0,3% di 'altre tipologie'.

Meno della metà dei nuclei con un solo componente appartiene alla forza lavoro (40,5%) mentre il restante 59,5% ne è fuori. Le persone effettivamente occupate sono 3,1 milioni, con una quota predominante di maschi (59,7%) rispetto alle femmine (40,3%). Più della metà dei lavoratori si concentrano al nord, dove si trova il 55,8% del totale, a cui bisogna sommare un 23,9% di residenti al centro e un altro 20,2% che vive al sud.

 

Domenica 9 aprile 2017 alle 16 al TRT di Rivanazzano Terme ultimo appuntamento della stagione TRT PICCOLI con Matteo Piovani del Teatro di Piuma che porta lo spettacolo The foam circus.

Protagonisti del pomeriggio teatrale sono gommosi pupazzi, che hanno deciso che le storie della tradizione non fanno più per loro: basta principesse da salvare o padroni da servire, basta baracca e basta bastonate! E’ ora di fare quello che sentono nel profondo del loro morbido cuore di spugna: gli acrobati del circo! Questi circensi si cimentano con le più svariate discipline: FiloTeso, Roue Cyr, Giocoleria… mostrando al pubblico (e al loro burattinaio) le loro sorprendenti abilità, unendo l’arte del narrare alla spettacolarità delle arti circensi.

Matteo Piovani, attore burattinaio e operatore pedagogico teatrale, teatroterapeuta in formazione. Da 15 anni lavora nel mondo del teatro di strada, prima come giocoliere e ora come pupazzaro.

 

Si è svolta presso la sede della Nuovacondominio in via Verdi a Voghera, la conferenza di presentazione del CAO (Comitato Amministrazione Oltrepò). Il neonato comitato, formato dall’associazione di esponenti di diverse società di amministrazione di appartamenti, ha come finalità quella di fare da filtro tra cittadini e Amministrazione comunale per amplificare le richieste, i dubbi e gli eventuali malumori della cittadinanza. Come sottolineato da tutti i membri del comitato, in particolare dal consigliere Alberto Marini, il CAO è formato da professionisti in regola con tutte le normative vigenti, e si rivolge proprio a tutti coloro che rispettano questi prerequisiti e che abbiano voglia di impegnarsi per far sentire la voce dei cittadini. Attualmente, il CAO è composto da: geometra Marcello Foresta (presidente), ragioniere Barbara Borzini (vice-presidente), geometra Lorenzo Bossi (tesoriere e segretario), ragioniere Alberto Marini e ragioniere Enrico Bianchi (portavoce e consiglieri), avvocato Laura Migliore (legale).

Il problema più urgente che il CAO vuole sottoporre all’attenzione dell’Amministrazione è quello relativo alla gestione della raccolta differenziata. «La questione della raccolta differenziata – ha sottolineato il vice-Presidente Barbara Borzini – è stata organizzata malissimo negli ultimi mesi. Non c’è stato un miglioramento, ma anzi un aumento del degrado urbano e della confusione da parte dei cittadini. Noi vogliamo evidenziare questo malumore per sollecitare un cambiamento di rotta». Questo è il primo progetto del CAO, che intende sollecitare l’opzione delle isole ecologiche, esterne e interrate, come possibile soluzione al problema. A questo proposito, i membri del CAO organizzeranno un incontro pubblico aperto a tutti per sensibilizzare e informare sui corretti procedimenti da effettuare per la raccolta differenziata. Questo incontro sarà d’aiuto a tutti i cittadini per eliminare ogni incomprensione sul tema.

Un altro problema a cuore del CAO è quello della sicurezza. Come evidenziato dal tesoriere Lorenzo Bossi, «il tema della sicurezza ci sembra urgente. In alcune zone in particolare, come la stazione, occorre intervenire subito per bloccare un degrado evidente e garantire sicurezza ai cittadini». Per questo il CAO organizzerà un tavolo d’incontro con il Prefetto e le Amministrazioni locali oltrepadane per cercare un punto d’incontro sulla problematica.

All’incontro era presente anche il Sindaco Barbieri che si è detto disponibile a un confronto per chiarire i problemi e trovare un punto di accordo. Il primo cittadino ha inoltre sottolineato come l’Amministrazione sia in costante contatto con l’Asm per cercare la soluzione più adatta per risolvere la questione della raccolta differenziata.

 

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