Lunedì, 29 Maggio 2017
Articoli filtrati per data: Lunedì, 10 Aprile 2017

Il vino nel 2016 ha offerto opportunità di lavoro a 1,3 milioni di persone, tra quanti sono impegnati direttamente in vigne, cantine e nella distribuzione commerciale, ma anche in attività connesse, di servizio e nell’indotto. Lo stima la Coldiretti in occasione del Vinitaly."Con un totale di 19,4 milioni di ore impiegate all’anno in provincia di Chieti è il Montepulciano d’Abruzzo Doc il vino italiano che dà più lavoro a livello locale, davanti al Puglia Igt con 16,5 milioni nella provincia di Foggia e alla Doc Sicilia con 16 milioni di giornate in quella di Trapani. E’ quanto emerge dalla prima analisi sui vini Doc e impatto occupazionale a livello provinciale diffusa dalla Coldiretti, in occasione del Vinitaly. "Dallo studio traspare dunque in tutta la sua evidenza - sottolinea la Coldiretti - il ruolo del settore vitivinicolo per l’economia e il lavoro nel Mezzogiorno, ma l’impatto occupazionale è rilevante anche al nord. Al quarto posto si piazza il lombardo Oltrepò Pavese Doc, con 14,2 milioni di ore di lavoro, davanti a un 'collega' del Piemonte l’Asti Docg per produrre il quale ne servono solo 13,4 milioni insieme al Barbera d’Asti".

"Al sesto posto – continua l'associazione - il pregiato Amarone della Valpolicella Docg con 13,1 milioni di ore a Verona dove pesa anche il Soave Docg seguiti da un altro gioiello della regione che ospita il Vinitaly, il Prosecco Docg con 12,9 milioni di ore a Treviso. Ci sono poi i piemontesi Barolo Docg, Barbaresco Docg, Langhe Doc e Roero Docg a Cuneo (12,4 milioni di ore), il Gavi Docg ad Alessandria (10,9 milioni di ore), mentre a chiudere è il Castel Del Monte Doc pugliese, con 9,4 milioni di ore lavorate nella provincia di Bari dove di rilievo c’è anche il Puglia Igt".

"Il settore del vino dimostra più di altri che l’agricoltura è in grado di offrire opportunità di lavoro sia a chi vuole investire con progetti innovativi sia a chi vuole fare una esperienza in campagna a contatto con la natura anche solo per integrare il proprio reddito", ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo, nel denunciare che "la prima vendemmia senza voucher rischia di far perdere 25mila posti di lavoro tra le vigne per giovani e pensionati e occorre trovare pertanto presto una valida soluzione alternativa nell’interesse delle imprese e dei cittadini".

 

Il livello delle risorse idriche in Lombardia è il più basso degli ultimi dieci anni. Secondo il bollettino pubblicato da Arpa Lombardia, gli invasi idroelettrici del segmento alpino centrale sono quasi a secco, mentre il livello dei laghi prealpini è mantenuto solo dal disgelo fortemente anticipato. Complessivamente la riserva idrica disponibile è ai minimi degli ultimi 10 anni, al di sotto anche del livello registrato nell'annata peggiore del decennio, il 2007.

"La carenza di risorse idriche, in particolare per gli usi irrigui, si fa sempre più pressante, con il rischio di un ulteriore aumento dei periodi siccitosi nei prossimi decenni", sottolinea Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia. Preoccupante la situazione dei bacini di Adda e Oglio, dove il totale della riserva idrica, che comprende laghi, innevamento e bacini idroelettrici, è meno di metà di quella disponibile in media in questo periodo dell'anno.

"È sempre più chiaro che occorre una accelerazione nelle strategie di adattamento al cambiamento climatico -continua Meggetto- che richiede prima di tutto una modifica nel modello agricolo, che oggi punta su colture molto esigenti di risorse idriche e mirando all’impiego di tecniche irrigue molto più efficienti. È quanto mai urgente un nuovo patto tra agricoltura e ambiente, per evitare che il soddisfacimento dei fabbisogni irrigui pesi sullo stato di salute dei corsi d'acqua e delle falde".

 

 Otto condanne a morte fissate in 11 giorni nello stesso Stato perché il farmaco utilizzato per uccidere i condannati sta per scadere. E' questa la discussa decisione che arriva dall'Arkansas, dove il Governatore Asa Hutchinson ha calendarizzato le prossime esecuzioni in base alla data di scadenza del 'sedativo della morte', il midazolam. A riportare la notizia è l'Independent.

 A partire dalla prossima settimana, e fino al 27 aprile - se i rispettivi legali non dovessero vincere i ricorsi presentati davanti al giudice federale dell'Arkansas nella giornata di lunedì -, i condannati saranno quindi giustiziati in massa tramite iniezione letale in una circostanza che finora sembra non avere eguali nella storia americana recente.

 I condannati sui quali pende la decisione del Governatore Hutchinson - 8 su 35 fra chi nello Stato dell'Arkansas è in attesa di esecuzione capitale - hanno commesso i reati per i quali sono stati giudicati tra il 1989 e il 1999.

 

 Settimana di Pasqua caratterizzata ancora in buona parte dalla prevalenza dell’alta pressione, ma non più così forte. Fino a mercoledì, moderate infiltrazioni di aria più fresca da Nord si insinueranno nel campo anticiclonico, portando una maggiore instabilità pomeridiana, dapprima sui rilievi centro-orientali del Nord, poi soprattutto anche in Oltrepo Pavese. Tempo più soleggiato in via generale tra giovedì e venerdì, ma attenzione perché un cambiamento più significativo è atteso proprio per le festività pasquali.

 Già entro la sera di sabato prossimo, l’Oltrepò Pavese vedrà un aumento di nubi e un'intensificazione delle piogge. Temperature stazionarie e sopra la media di 3/4° ovunque. Previste in calo e più fresche dalla domenica di Pasqua.

 

Per la prima volta negli ultimi decenni si assiste alla diminuzione degli abitanti del nostro Paese. La popolazione italiana diventa sempre più vecchia: oltre 1 italiano su 5 ha più di 65 anni. Ma nel contempo si riduce il numero dei centenari. Al 1 gennaio 2016 più di 3 residenti su 100 mila avevano 100 anni ed oltre. E’ quanto emerge dal Rapporto Osservasalute 2016, pubblicato dall'Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane dell'Università Cattolica di Roma, presentato oggi al Policlinico universitario Agostino Gemelli.

La diminuzione degli italiani residenti - si legge nel Rapporto - è dovuta in gran parte al saldo negativo della dinamica naturale (i decessi superano le nascite). Il numero medio di figli per donna per il complesso delle residenti è pari a 1,37 (1,29 per le italiane e 1,97 per le straniere) nel 2014. Si conferma la tendenza alla posticipazione delle nascite: l’età media al parto è di 31,6 anni (per le italiane 32,1 anni, per le straniere 28,6 anni). Poco meno di un nato ogni cinque ha la madre con cittadinanza straniera, con un picco di quasi un nato su tre in Emilia-Romagna.

Sempre in aumento i 'giovani anziani' (ossia i 65-74enni): sono oltre 6,5 milioni, pari al 10,8% della popolazione residente. In altri termini, oltre 1 residente su 10 ha tra i 65-74 anni. I valori regionali variano da un minimo del 9,4% della Campania a un massimo del 12,8% della Liguria. I 65-74enni rappresentano l’11,5% della popolazione residente con cittadinanza italiana contro il 2,4% registrato per gli stranieri.

Continua anche l’avanzata degli 'anziani' (75-84 anni) purtroppo non sempre in buona salute: sono oltre 4,8 milioni e rappresentano ben l’8% del totale della popolazione. In Liguria tale contingente rappresenta ben il 10,6% del totale, mentre in Campania è 'solo' il 6,1%.

Aumentano pure i 'grandi vecchi' (85 anni ed oltre): la popolazione dei 'grandi vecchi' è pari a quasi 2 milioni che corrisponde al 3,3% del totale della popolazione residente. I valori maggiori si registrano in Liguria (4,8%) e i valori minori in Campania (2,3%). Le donne restano la maggioranza, con una proporzione del 52,9% tra i giovani anziani, che sale al 57,5% tra gli anziani e al 68,5% tra i grandi vecchi. Gli over 65 rappresentano, invece, il 22,1% della popolazione residente, ossia più di 1 persona su 5 è ultra 65enne. La Liguria è la regione più vecchia del Paese (28,2% di over 65 anni) e al suo opposto troviamo la Campania (17,8%). Il processo di invecchiamento ha coinvolto maggiormente, finora, le regioni del Centro-Nord.

Si riducono, invece, gli ultracentenari, probabilmente a causa dell’eccesso di mortalità che ha caratterizzato il 2015. Al 1 gennaio 2016, più di tre residenti su 10 mila avevano 100 anni ed oltre. In particolare, questo segmento di popolazione è cresciuto in modo consistente dal 1 gennaio 2002 al 1 gennaio 2016: a tale data, gli individui che avevano 105 anni ed oltre erano quasi 950 (di questi oltre 800 donne), mentre i super-centenari (110 anni ed oltre) erano 22, di cui 2 uomini e 20 donne.

In questi anni gli ultracentenari sono, quindi, più che triplicati passando da poco più di 6.100 unità nel 2002 a quasi 19.000 nel 2016. Tuttavia, con riferimento a questo ultimo anno, si è registrata per la prima volta una lieve flessione del loro numero pari a 330 residenti. In termini relativi la riduzione del numero di ultracentenari, considerando sia gli uomini che le donne, è stata pari a -1,7%. La componente femminile si conferma essere di gran lunga quella più numerosa: al 1 gennaio 2016, infatti, le donne rappresentano l’83,5% del totale degli ultracentenari.

 

Luigi Bonini, di Moline, e Pierino Comaschi, di Zavattarello, violinisti della Val Tidone, sono stati di fondamentale importanza per ricostruire la tradizione dei gruppi d’archi della collina pavese.
Nell'area compresa fra il Po, la Val di Nizza e la Val Tidone, vi è stata nei primi decenni del 1900 un'intensa fioritura di complessi violinistici, a metà strada fra il popolare e il colto, dediti alla musica da ballo il cui repertorio passò velocemente dal nucleo tradizionale delle vecchie danze di gruppo (Giga, Monferrina, Bisagna etc.) ai balli lisci. Le orchestre migliori erano formate da due o tre violini, due flauti, viola, violoncello e basso; la formazione dell'orchestrina poteva però sintetizzarsi anche in due soli violini, chitarra (spesso coi bassi volanti) e violone (bassetto a tre corde). Talvolta era ridotta al minimo indispensabile e comprendeva solo violino e chitarra, oppure violino e "violun". I gruppi d’archi si esibivano nei balli a palchetto, a carnevale o nel ballo invernale organizzato nelle stalle.
Sulle tracce lasciate da questa tradizione, ha preso le mosse la ricerca di Aurelio Citelli e Giuliano Grasso che negli anni Ottanta hanno esplorato l’Oltrepo collinare raccogliendo repertori, testimonianze di suonatori e appassionati, fotografie. Nel corso della campagna di ricerca venne l’idea di filmare gli ultimi due suonatori viventi, Bonini e Comaschi, al fine di documentare la loro tecnica violinistica.

Oltre-cultura. Per un sistema culturale in Oltrepo Pavese

Maglia nera all’Italia in Europa per la lunghezza dei processi civili. Il nostro Paese resta la lumaca dell’Unione europea, superata solo da Cipro, per la lentezza delle cause civili e commerciali. In media, secondo i dati del quinto Justice Scoreboard, pubblicato dalla Commissione europea, in Italia occorrono ancora oltre 500 giorni, in media, per chiudere una causa in primo grado (dato 2015). Nell’Unione europea solo Cipro riesce a far peggio, con oltre 600 giorni, ma l’ultimo dato disponibile per l’isola risale al 2013.

Giustizia lenta, all’Italia la maglia nera

La situazione in Italia è migliorata rispetto al 2013, annus horribilis, quando occorrevano oltre 600 giorni per arrivare alla conclusione di una causa civile in primo grado, ma gli standard degli altri Paesi dell’Europa occidentale, e non solo, sono ancora lontani anni luce dai tempi italiani: in Lussemburgo, Belgio e anche in Lituania per chiudere una causa civile in primo grado bastano meno di 100 giorni, circa tre mesi. In altri 10 Paesi (Olanda, Austria, Estonia, Svezia, Romania, Repubblica Ceca, Ungheria, Danimarca, Germania, Polonia) servono dai 100 ai 200 giorni. In Lettonia e Slovenia occorrono dai 200 ai 300 giorni, mentre in Portogallo, Spagna, Finlandia, Francia, Grecia, Croazia e Slovacchia ne servono dai 300 ai 400. Segue Malta, dove la situazione è molto migliorata (nel 2010 servivano oltre 800 giorni per concludere in primo grado), ma servono ancora circa 440 giorni per arrivare in giudizio. Seguono, in cima alla classifica, l’Italia e Cipro.

Alte le spese per i tribunali

Alla radice della scarsa efficienza della giustizia civile italiana, almeno stando ai dati del Justice Scoreboard, non sembra esserci un problema di risorse economiche: l’Italia spende circa 90 euro per abitante per i tribunali, più o meno quanto il Belgio (dove una causa civile termina in primo grado dopo tre mesi, in media) e la Slovenia, anche se meno della Germania (150 euro per abitante), piazzandosi a metà classifica. Anche in rapporto al pil l’Italia non sfigura: spende per i tribunali poco più dello 0,3% del Pil, più o meno quanto Romania, Spagna, Slovacchia e Repubblica Ceca, e più di Austria e Olanda, dove la giustizia civile tuttavia è decisamente più efficiente.  Dove invece il Paese si piazza agli ultimi posti in Europa è nel numero dei magistrati: sono poco più di 10 ogni 100mila abitanti, all’incirca come in Francia e in Spagna, ma molti meno che in Germania. “Unica” nota positiva l’efficienza dei magistrati: sono pochi ma lavorano tanto, il tasso di risoluzione delle cause civili e commerciali è tra i più alti d’Europa, al 120%. Per contro, l’Italia svetta nell’Ue per numero di avvocati, circa 390 ogni 100mila abitanti. In Francia sono meno di 100, in Germania circa 200, in Spagna circa 310 ogni 100mila abitanti.

 

La salute degli italiani, sebbene ancora resiliente agli effetti di cattivi stili di vita e ritardi in prevenzione, è a rischio. Nel nostro Paese, complice anche l’invecchiamento della popolazione, sono in aumento le malattie croniche, che riguardano quasi 4 italiani su 10, pari a circa 23,6 milioni. Secondo i dati Istat nel 2016 il 39,1% dei residenti in Italia dichiarava di essere affetto da almeno una delle principali patologie croniche contro il 38% del 2013. E’ quanto emerge dal Rapporto Osservasalute 2016 sullo stato di salute della popolazione e sull’assistenza sanitaria nelle regioni italiane, pubblicato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane dell’Università Cattolica di Roma, presentato oggi al Policlinico universitario Agostino Gemelli di Roma. Cresce anche il numero di coloro che hanno contemporaneamente più cronicità.

Analizzando le principali patologie croniche (ipertensione arteriosa, ictus ischemico, malattie ischemiche del cuore, scompenso cardiaco congestizio, diabete mellito tipo 2, Bpco, asma bronchiale, osteoartrosi, disturbi tiroidei con l’eccezione dei tumori tiroidei) emerge che nel 2015 il 23,7% dei pazienti adulti in carico alla medicina generale (249.887 pazienti su un totale di 1.054.376 soggetti) presentava contemporaneamente 2 o più condizioni croniche. Dato che mostra un trend in “preoccupante crescita”, salendo dal 21,9% nel 2011 al 23,7% nel 2015. Tale prevalenza è più elevata nel genere femminile rispetto a quello maschile in tutti gli anni considerati e nel 2015 è pari al 27,1% nelle donne e al 20% negli uomini. La combinazione di patologie croniche più frequenti nel 2015 è stata l’ipertensione e l’osteoartrite (29,2%), seguita da ipertensione e disturbi tiroidei (15,4%) e da diabete tipo 2 e ipertensione (11,7%). Nel gruppo di pazienti con tre patologie concomitanti la combinazione più frequente è stata ipertensione, osteoartrite e disturbi tiroidei (19,8%), cui si aggiunge il diabete tipo 2 (12,2%) nei soggetti con quattro patologie.

Inoltre, nel 2015 il 72,1% delle persone con almeno 2 patologie croniche concomitanti risulta essere in politerapia farmacologica, ossia assume quotidianamente 5 o più farmaci differenti. Una quota più elevata in alcune regioni e, in particolare, in Puglia (79,3%), Umbria (78,5%) ed Emilia-Romagna (75,8%). Infine, i pazienti con multicronicità, nel 2015, hanno generato il 55% dei contatti con i medici di medicina generale a livello nazionale, con stime più elevate nelle regioni del Sud e nelle Isole. In particolare, i valori maggiori si sono registrati in Campania (68,6%), Sicilia (63,0%) e Calabria (61,6%). Le malattie croniche riflettono anche i divari sociali del Paese: la prevalenza di cronicità nella classe di età 25-44 anni ammonta al 4%, ma mentre tra i laureati è del 3,4%, nella popolazione con il livello di istruzione più basso e pari al 5,7%. Dallo scenario delle cronicità – si legge nel Rapporto – dipende molto anche il futuro stesso della sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, messo già a dura prova da forti difficoltà economiche legate ai vincoli di bilancio imposti all’intero settore pubblico per il rispetto delle regole del Trattato di Maastricht e, successivamente, alla crisi economica dell’Unione europea e di gran parte dei Paesi occidentali.

A questa congiuntura sfavorevole si è aggiunta una forte pressione sul sistema, determinata dall’aumento della domanda di assistenza sanitaria dovuto all’invecchiamento della popolazione, purtroppo non sempre in buona salute, e dai costi di produzione determinati anche dall’innovazione scientifica e tecnologica molto forte nel settore della sanità. “I dati presentati – afferma il direttore scientifico dell’Osservatorio, Alessandro Solipaca – confortano l’ipotesi, ormai più che consolidata, che l’invecchiamento della popolazione aumenterà inevitabilmente la prevalenza delle condizioni morbose di lunga durata e favorirà notevolmente negli anni la complessità dei bisogni di assistenza socio-sanitaria della popolazione. A fronte di questa dinamica – prosegue – si auspica il passaggio da una logica di tipo prestazionale a una di presa in carico globale dell’individuo che non si interrompa alla fine di ogni visita e preveda un raccordo tra i vari specialisti che lo seguono. In questa prospettiva, sarà decisivo il ruolo dell’assistenza territoriale, da attuare attraverso l’implementazione di un efficace sistema di assistenza primaria”.

 

Dati e fonti ufficiali alla mano – la Provincia di Pavia sia non soltanto la 2° in Italia per morti da inquinamento ma, al tempo stesso, Pavia sia la 2° città in Italia per inquinamento da polveri sottili.

Ovviamente, non si tratta di una coincidenza casuale: come sarà sempre più chiaro via via che vi mostreremo il materiale che stiamo raccogliendo ed elaborando in questi mesi, la Provincia di Pavia non è in realtà da meno rispetto alla Terra dei fuochi, se non per la mancanza di radioattività.

Le principali fonti di inquinamento della Provincia di Pavia sono le seguenti, che per comodità abbiamo riassunto. Per quanto riguarda l’inquinamento dell’aria: 1-Inceneritori, 2-Impianti a biogas e biomasse, 3-Raffinerie, Industrie. Per quanto riguarda invece l’inquinamento delle falde, e quindi dell’acqua: 1-Fanghi inquinanti, 2-Pesticidi, 3-Alcune industrie.

Alla maggior parte quest’analisi delle fonti di inquinamento forse non dice molto. Ma per chi conosce la situazione specifica della Provincia di Pavia – dice moltissimo. Eh sì, perché guarda caso quasi tutte queste fonti di inquinamento le troviamo anche nelle altre province della Lombardia, dove però la mortalità è nettamente inferiore.  

Qual è dunque questa fantomatica fonte di inquinamento che rende la Provincia di Pavia un “unicum” assoluto a livello italiano e sta provocando vittime – con patologie che si presentano sotto forma di tumori (spesso prematuri o di tipi assai rari) – fra le persone ignare di quello che le sta accadendo intorno e, sovente, anche sotto i propri piedi? 

La risposta è molto semplice: i fanghi inquinanti. Lasciamo qui perdere, infatti, i nomi inventati ad arte dagli inquinatori per “addolcire la pillola”, tipo “fanghi da depurazione” o altre denominazioni più o meno naive che non cambiano certamente di una virgola la natura cancerogena delle numerosissime sostanze chimiche di cui tali fanghi sono imbottiti, come vedremo in una successiva occasione più in dettaglio. 

Per chi ancora non lo sapesse, infatti, nella Provincia di Pavia viene sparso 1/5 (sì, avete capito bene, un quinto) della produzione nazionale di fanghi, e metà dell’intera produzione della Lombardia. Nel solo 2015, nella Provincia di Pavia sono state sparse ben 400.000 tonnellate di fanghi! Se considerate che ogni tonnellata equivale a 1.000 kg, stiamo parlando di qualcosa come 400.000.000 di kg: 400 milioni di kg di materiale contenente sostanze inquinanti (nei modi e nelle forme che vedremo, per cui non a caso in Paesi più “avanzati” del nostro i contadini stessi si rifiutano di ricevere fanghi nelle proprie aziende agricole). 

Quindi, in nessuna altra Provincia italiana il fenomeno ha simili proporzioni. E proprio la vastità dell’area interessata (oltre alla quantità del materiale) fa sì che la mortalità dell’intera Provincia ne risenta in misura significativa, causando danni alle persone “ignare”, cioè mantenute volutamente non informate. Infatti, nessun inquinamento di tipo localizzato è in grado di avere un impatto altrettanto grande sulla mortalità di un’area così estesa come un’intera Provincia. 

La sola Provincia di Pavia, che rappresenta appena lo 0,01% del territorio italiano, è cosparsa di ben 1/5 di tutti i fanghi prodotti in Italia (e di addirittura la metà di quelli prodotti in tutta la Lombardia).

source : ioamogiussago

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