Sabato, 29 Aprile 2017
Articoli filtrati per data: Domenica, 05 Marzo 2017

 Ossigeno puro. Sei punti in due partite l'OltrepoVoghera non li aveva mai ottenuti in stagione. Il 2-1 con il Bra e l'1-0 in casa della Pro Settimo, rischiano di diventare le svolte di una stagione tribolata, soprattutto nel girone di andata. Ritorno diverso. Inveruno a parte, l'OltrepoVoghera è cresciuto, prestazione dopo prestazione, nel gioco, fisicamente e nello stare in campo. E' cambiato l'atteggiamento, è stato raggiunto un certo equilibrio. Ora la squadra rischia molto meno e quando segna (o va in vantaggio o ha la forza di recuperare) riesce a fare risultato e a fare punti preziosi. Ora la zona calda dei playout, distanza ben tre lunghezze. La corsa salvezza (quella diretta) è finalmente partita. Ora la sosta per il Viareggio. Poi il Pinerolo a Voghera, quindi il Legnano in trasferta. Altri scontri diretti che diranno ancora molto e se capitalizzati a dovere, proietteranno la squadra rossonera ancora più fuori dalle sabbie mobili. A Settimo Torinese, su un campo di dimensioni ridotte, spelacchiato e gradatamente a tratti pesante per la pioggia dei giorni precedenti, ha deciso il primo gol in campionato del giovane Fabio Zemide, arrivato l'estate scorsa dalle giovanili dell'Alessandria, che ha conquistato con il tempo, un posto da titolare nel centrocampo a tre disegnato da un po' di gara, da mister Fasce. Una rete che premia il lavoro di questo ragazzo, cresciuto esponenzialmente molto, naturalmente giocando e trovando spazio. Ancora un assist decisivo di Coccu, dopo quello della settimana prima a Lazzaro, per la rete del pareggio con il Bra. L'OltrepoVoghera avrebbe già potuto sbloccare il match nel primo tempo, dove aveva creato più di un'occasione sotto porta con El Khayari, tra l'altro autore nella ripresa, del dribbling che ha innescato la rete di Zemide e il primo passaggio a Coccu dentro l'area di rigore. Dopo il gol, la Pro settimo ha cercato il tutto per tutto. L'OltrepoVoghera si è abbassato un po', ma si è difeso con ordine, cercando di ripartire in contropiede. Alla fine i tre punti sono meritati, senza nulla togliere alla Pro settimo, in chiare difficoltà dinnanzi a un avversario che a tratti gli è stato però superiore. Ora la sosta, anche per poter recuperare al meglio gli infortunati e far crescere chi ancora non ha trovato la condizione, causa appunto i recenti guai muscolari.

 PRO SETTIMO&EUREKA - OLTREPOVOGHERA / 0-1 (primo tempo, 0-0)

 RETI: 19’ st Zemide (OV).

 PRO SETTIMO&EUREKA (4-4-2): Zamariola; Costa, Romano, Rubin, Casula (27' st Nacci); Sillano, Comentale, Chiazzolino (44' st Sabbioni), Taraschi; Procaccio, Fumana.  A disp.: Merlano, Alasia, Sorano, Menon, Mosca, Nosenzo. All.: Tosoni.

 OLTREPOVOGHERA (3-5-2): Cizza; Colombo, Di Placido, Bettoni; Tambussi, Zemide (33' st Battagliarin), Buglio, Coccu (40' st D'Aniello), Margaglio; El Khayari (24' st Lazzaro), Romano. A disp.: Bianucci, Pacenza, Grani, Rizzo, Hajriullai, Battistotti. All.: Guaraldo (Fasce squalificato).

 ARBITRO: Maranesi di Ciampino (assistenti Baldissin di Novi Ligure e Gavazza di Chiavari).

 RECUPERI: 1' pt; 4' st.

 

Acqua potabile, parte un interessante e innovativo progetto pilota nel milanese. L'obiettivo è verificare la qualità dell'acqua del rubinetto e convincere quindi i cittadini a berne di più. Ci sono zone in Italia in cui molti consumatori preferiscono acquistare acqua in bottiglia nonostante la qualità di quella potabile sia eccellente.

"Abbiamo un sogno, quello di non comparire più tra i primi tre posti della classifica dei Paesi che consumano più acqua in bottiglia - ha spiegato Alessandro Russo, presidente del Gruppo Cap che nei giorni scorsi ha ricevuto il premio Top Utility come migliore azienda di servizi pubblici in Italia - Oggi siamo al terzo posto dopo Messico e Thailandia , segno che i cittadini non si fidano ancora abbastanza dell'acqua del rubinetto".

Il piano prevede un incremento dei controlli sulla qualità dell'acqua potabile, anche attraverso nuove tecnologie. Sono stati scelti per lanciare il progetto pilota, che in futuro verrà esteso anche in altre zone d'Italia, 24 punti di erogazione nelle mense scolastiche di Legnano, Cerro Maggiore e San Giorgio su Legnano, dove sono state installate le apparecchiature per il monitoraggio.

Il primo Water Safety Plan italiano è una innovazione che presto si estenderà a tutto il paese e che renderà il liquido che sgorga dagli acquedotti ancora più controllato e sicuro.

“Come Istituto Superiore di Sanità, insieme al Ministero della Salute, crediamo molto in questo strumento che può consentire di prevenire molte emergenze – commenta Luca Lucentini, direttore del Reparto di Igiene delle Acque Interne dell’Istituto Superiore di Sanità -. Quella di Gruppo Cap è una realtà eccellente, che ha lavorato in progressione da anni, e che oggi con il Water Safety Plan garantisce ai cittadini una reale fiducia nella qualità dell’acqua”.

 

 Una fotografa di 42 anni, è stata arrestata per fatto sesso con tre ragazzi minorenni della squadra della scuola a cui aveva fatto le foto di fine anno.

 Le manette, per Mary Fletcher, fotografa americana, sono scattate dopo una lunga inchiesta a suo carico partita nello scorso mese di settembre in seguito alla denuncia della stessa scuola, Mount Shasta High School, a Mt Shasta, in California,  che ne aveva notato gli atteggiamenti ambigui. La donna avrebbe adescato tre ragazzi di 14 anni andando poi a letto con loro.

 La Fletcher, come riportano i media locali, ora dovrà comparire a processo con l’accusa di violenza su minore e tentativo di ostacolare le indagini.

 

 Hanno mangiato, bevuto e persino ballato. Poi, "in un minuto", sono spariti. Senza pagare i duemila euro del conto, ovviamente. Erano in cento e la Guardia civile li sta ancora cercando. L'incredulo proprietario dell'hotel ristorante Carmen a Bembibre, 400 chilometri a Nord-Ovest di Madrid, ha avvertito la polizia.

IL RACCONTO - "Stavano ballando, poi di colpo sono scomparsi. In un minuto, cento persone si sono dileguate", ha raccontato il proprietario del ristorante Antonio Rodriguez a Cadena Ser. "Non sono usciti in piccoli gruppi, ma tutti insieme. Non potevo fare nulla, erano così numerosi".

I CENTO CLIENTI - La stampa locale ha descritto i clienti in fuga come cittadini dell'Est, ma la polizia non ha potuto confermare ufficialmente questa indiscrezione. "Non sono di nazionalità spagnola", ha semplicemente dichiarato il responsabile della gendarmeria.

 

San Cipriano. Frazione di Amatrice. Un tendone blu e un grande container sono il quartier generale delle Brigate della solidarietà attiva. All’ingresso un cartello: spaccio popolare. Note reggae e ska in sottofondo. Nicole, al telefono, prende le richieste per organizzare la staffetta del pomeriggio che porterà beni di prima necessità ai cittadini di tre delle 69 frazioni intorno al luogo simbolo del cratere. Perché qui non è il “terremoto di Amatrice”: è il terremoto di un’intera zona nella provincia di Rieti al confine tra Umbria, Abruzzo e Marche. I cartelli stradali destabilizzano la nostra idea di geografia. Alle nostre spalle si va in direzione di Roma. L’Aquila e Norcia sono a un passo. Ascoli Piceno è dietro le montagne. A meno di trecento metri da noi ciò che resta del campanile di Amatrice svetta tra le macerie. Ma da qui si vedono solo cime innevate e il plesso scolastico fatto di container donato dal Trentino Alto Adige.

I nostri passi, per 48 ore, saranno guidati da chi, ormai, è di ‘casa’ in queste zone: sotto al tendone blu, donato da un’azienda astigiana completamente distrutta dall’alluvione del 1994 e risorta grazie all’aiuto di volontari provenienti da tutta Italia, un’infinità di bottigliette d’acqua, liscia e frizzante, donate dalla Lete. E’ stata sufficiente una mail inviata dai pc installati nello spaccio popolare per far arrivare un camion carico da Caserta. Lo scarico è previsto dopo pranzo. Giacomo sta facendo sobbollire un profumato sugo al prosciutto.

Il container si riempie velocemente: Michelone, 60 anni, da settembre fa avanti e indietro tra la sua Val di Susa e Amatrice. E’ il primo a prendere posto a tavola. Ora sta bene, ma recentemente è stato ricoverato per una polmonite. Colpa delle fitte nevicate delle ultime settimane e del freddo che un semplice sacco a pelo e una stufetta elettrica non possono cacciar via. Mentre mangiamo scatto una foto: il geolocalizzatore di Google Maps mi suggerisce una location. Agriturismo Amatrice. Le foto sullo smartphone mostrano un giardino curato e piatti fumanti di amatriciana: basta uscire sulla strada che collega il centro del paese alla frazione di San Cipriano per capire che di quel posto non è rimasto praticamente nulla. Il clima nel container, però, sembra effettivamente quello di un’osteria, se non fosse per le discussioni durante il pranzo. Non sono quelle classiche di una gita fuori porta: a tener banco sono questioni tecniche in vista delle neve prevista nella notte. Non arriverà, ma il pomeriggio dei volontari, tra decine e decine di casse d’acqua da scaricare, “con una catena umana, dal tir al tendone”, sarà sempre con lo sguardo rivolto in alto. Perché bastano dieci centimetri di neve per far piegare la tensostruttura.

Un problema non da poco perché, tra il freddo e le macerie, la prima regola delle Brigate è quella di “non diventare terremotati tra i terremotati”. Altrimenti si finisce per fare la fine dei vigili del fuoco, stremati dal disinteresse dello Stato: “Non sai – ci racconta Giuseppe – quante volte, nelle prime settimane qui ad Amatrice, sono venuti a mangiare qui da noi perché non avevano nemmeno una mensa a disposizione. Ovviamente, li abbiamo accolti a braccia aperte. Siamo diventati amici”.

Questa è la seconda regola non scritta delle Brigate: chi entra nello spaccio solidale non è accolto con occhi lucidi o voce tremante. Il sorriso e l’allegria che riescono a portare tra queste montagne sono contagiosi: “E’ qui – ci spiegherà Leo, giovane ingegnere amatriciano che vive con la sua famiglia in un container, prima della cena a base di gnocchi ai formaggi e dell’immancabile vino rosso – che ci rifugiamo per riprendere le forze. Quando siamo ‘a casa’, se così si può chiamare, si parla solo di terremoto. Di paura. Delle persone rimaste sotto le macerie. Qui, invece, posso respirare aria fresca. Mi sento di nuovo un ragazzo tra i ragazzi e non terremotato tra altri terremotati”.

Il camion è carico: oggi si farà il “giro blu”. Le Brigate hanno mappato il territorio in tre colori per creare itinerari che, in mezza giornata, tocchino tutte le frazioni di Amatrice. La prima tappa è Santa Giusta: a causa delle strade interrotte e delle deviazioni bisogna fare 35 chilometri per arrivare in questo piccolo agglomerato di macerie. Nicole telefona: “Siamo arrivati”. Esce una signora con un asciugamani in testa: si stava lavando i capelli. Nel pacco olio, latte, yogurt, merendine per i bambini. Due casse d’acqua, una liscia e una frizzante. Si riparte. Le altre due consegne sono previste a Scai, a due vicine ‘di container’: una donna anziana che ringrazia le Brigate come farebbe una nonna – “che dio vi benedica a tutti” – e una giovane mamma. I suoi due bambini ci salutano dalle finestre.

Siamo pronti a tornare al campo base quando è l’ora dell’aperitivo: ci fermiamo a Colle Creta, poche case inagibili circondano un luogo di normalità. Un bar. Dentro si gioca a carte e due birre e due bicchieri di vino costano solo 7 euro e 50. Era il luogo di ritrovo della frazione, ora è l’unico rimasto tra le frazioni di Amatrice non composto da container o case mobili. Qui il tempo sembra essersi fermato: l’unica traccia del terremoto arriva dalle voci delle quattro persone sedute al tavolino a giocare a briscola e dalle altre tre che li osservano. Chi non è scappato vive in roulotte. A tener banco è il freddo: la speranza di tutti è che stasera non nevichi.

Amatrice è il primo comune del cratere in cui le Brigate della solidarietà attiva hanno fermato il loro furgone bianco, pochi giorni dopo il sisma del 24 agosto. Poi è stato il turno di Frattoli, Pieve Torina e, ultimo, Norcia, dove pochi giorni fa è stato inaugurato lo Spazio solidale 24: i container sono un luogo pubblico, organizzato con i “Montanari Testoni”, associazione di caparbie persone che hanno deciso di ricreare un punto di sostegno e aggregazione per i terremotati della zona: “Un luogo per resistere, organizzare la solidarietà di lungo periodo, per ripartire”. 

“Dal popolo per il popolo” è il motto delle Brigate. Il senso è subito chiaro a chi entra nello spaccio di Amatrice: qui le persone sono accolte come tali, non come terremotati, non come pazienti di un ospedale. Quello che di sera sembra quasi un’osteria, di giorno ha le sembianze di un supermercato: e così può capitare che una signora sulla settantina vada verso un ragazzo con i dread e la pettorina gialla per chiedere un pacco di bucatini. “E’ sabato e voglio fare una sorpresa a mio marito, una bella amatriciana come una volta”. La cosa più importante della sua mattinata è trovare una scatola di pomodori a pezzi, “sennò il sugo non viene bene”.

 

Sul palco del Teatro di Rivanazzano Terme, sabato 11 marzo alle 21, si festeggia la donna con ironia e risate. Dottore, c'ho la Vagina Pectoris è un atto unico comico/brillante, portato da Manuela Tadini.

Tre donne, in tre differenti epoche (la prima vive la fine degli anni ‘60, la seconda la metà degli anni ‘70 mentre la terza si muove ai giorni nostri), per tre differenti modi di rivolgersi telefonicamente al proprio ginecologo: questo, in estrema sintesi, lo spettacolo scritto, diretto ed interpretato dalla giovane teatrante milanese che, dopo alcuni spettacoli decisamente “impegnativi” ha deciso che fosse giunta l’ora di ridere… anche di sé e di noi donne.

Elide è la tipica ultratrentenne nata prima della guerra in provincia di Roma: sempliciotta ed ignorantella, vorrebbe elevare il suo status di “zitella a carico”, sforzandosi nel farsi a suo modo una cultura, cercando di tenersi al passo con i tempi anche tramite i controlli sanitari che riguardano le donne.

Milena: 28 anni, milanese, ricca alto-borghese di origine aristocratica. Vetero-hippy colta ed entusiasta del movimento femminista, cui ha aderito, vuole definitivamente liberarsi della spessa coltre di ipocrisia che coinvolge la società, la donna, il sesso e - udite udite - la sua stessa famiglia.

Alte(r)a è una 37enne pluri-laureata tutta “ciccì”: carriera e computer. Anche la sua vita è “ciccì”: cinica e controllata. Poi, un giorno, grazie ad un inaspettato problema sanitario, si rende conto di quanto fosse “ciccì”: completamente cerebrolesa.

“L’idea dello spettacolo – racconta, Manuela Tadini – mi è venuta quando, dopo qualche anno di produzioni e interpretazioni drammatiche, tra cui Speranze perdute, che vede una contaminazione tra teatro e cinema, e la pièce dedicata alla scultrice francese Camille Claudel, mi è venuta voglia di ridere un po’. Ne avevo bisogno e così ho cominciato a pensare come farlo in maniera intelligente, ironica, autoironica! Da donna potevo parlare delle donne e l’ho fatto attraversando tre epoche diverse, in un excursus che tocca i momenti più salienti dell’emancipazione femminile”, senza mai cadere nel facile e scontato luogo comune”.

E così, dalla popolana di borgata del dopo-guerra, alla donna radical-chic, anni settanta, fino alla moderna donna in carriera, squalo quanto basta da nuotare bene solo nel lavoro mentre affoga la propria vita privata, ecco tre lucidi ritratti femminili di donne che affronteranno “discorsi da donna” in uno spettacolo “non solo rosa”!

 

 Una bella serata a teatro, per Carnevale, quella vissuta in Auditorium a Lungavilla, grazie alla compagnia "8 x 1000" di Godiasco, che ha portato in scena la commedia brillante "Che quarantotto in casa Mariotto". Una simpatica serie di colpi di scena all'interno di una famiglia che vede prima l'allestimento poi il naufragio di un matrimonio. Il tutto ruota attorno ad un "campanello della verità", che muta i rapporti in famiglia e tra amici. Per Maurizio Fusari, l'autore della commedia, "questa è stata l'occasione per riproporre uno spettacolo messo in scena due anni fa, alla nascita compagnia a Godiasco, in occasione dei 60 anni di ordinazione sacerdotale e dei 35 anni alla guida della parrocchia di Mons. Rino Mariani. Siamo tutti volontari e ci divertiamo a stare insieme per recitare e far sorridere la gente. Ora ci prepariamo a portare in scena il nuovo allestimento teatrale, non ci fermiamo mai".

 

E' Marisa, nelle vesti di Biancaneve, la vincitrice della maschera più bella di Carnevale a Riva del Tempo, la residenza assistenziale di Rivanazzano Terme, diretta da Alessandro Rizzi. La premiazione è avvenuta al termine di un pomeriggio di canti e balli, grazie all'animazione del gruppo "La gioia di un sorriso" con volontari di Croce Rossa Voghera ed animatori-educatori di Associazione Porana Eventi.  "I nostri ospiti si sono divertiti a fare la sfilata in maschera, chi con costume chi con una variopinta parrucca, e poi hanno ballato e trascorso un bel pomeriggio in allegria", spiegano i responsabili della struttura, che ha accolto anche gli ospiti di Villa Eleonora e tanti parenti arrivati anche dal milanese per far festa con i loro cari. Marisa e Gigi, invece, hanno vinto il premio della canzone più bella del Carnevale 2017, esibendosi di "Felicità" nelle vesti di Al Bano e Romina.

 

Heston Blumenthal è un cuoco cui gli inglesi (e non solo loro) lasciano volentieri copiosi biglietti da 50 sterline, per un piatto di patate arrosto. La versione più rivoluzionaria e insieme eccitante, praticamente il verbo delle patate arrosto, giusto un filo macchinosa, appartiene al cuoco che tra The Fat Duck e Dinner assomma un numero imbarazzante di stelle Michelin. Del resto se aveste visto i programmi della BBC tipo In search of Perfection, conoscereste la sua ossessione: rendere perfetti i piatti della tradizione internazionale, dal pollo arrosto al risotto, dall’hamburger alle patate arrosto, appunto.

Ma cos’hanno di così speciale, chiederete? Beh, solo quella impagabile crosta dorata e croccante che racchiude all’interno un cuore morbido e farinoso.

FAMILIARIZZARE CON IL METODO BLUMENTHAL

Eliminare l’amido con l’acqua, rendere le patate pronte a recepire l’olio caldo: questo è il segreto per azzerare l’insidia delle patate asciutte e quasi gommose semplicemente passate al forno.

La differenza è davvero abissale: se volete involucri croccanti e saporiti seguite il verbo dello chef:

Lavare le patate a lungo sotto l’acqua corrente, sbianchirle portandole quasi a cottura e poi cuocerle in forno con olio già caldo. Questi sono i tre passaggi fondamentali per ottenere il risultato migliore. Non risparmiate sull’olio. Qui ne serve tanto.

Quali patate? A pasta gialla, ovviamente. Tutte la varietà vanno bene. Blumenthal, c’era da aspettarselo, consiglia il meglio: varietà Maris Piper, patata inglese da noi per niente facile da trovare, se non presso le boutique di qualche ortolano.

Vediamo prima la ricetta tradizionale, rapidamente, poi confrontiamo.

RICETTA TRADIZIONALE

Sbucciare le patate, sciacquarle sotto acqua fredda

Ridurle a dadi non troppo grandi

Trasferirle in teglia (per fare prima foderata con carta forno) con abbondante olio extra vergine e aromi a piacere, vedi pepe, aglio, rosmarino, salvia, alloro, timo.

Cuocere in forno caldo a 180° fino a doratura. Salare alla fine

METODO BLUMENTHAL 

Sbucciare le patate, tagliarle in 4 o 8 spicchi (a seconda della dimensione) sotto l’acqua fredda corrente e lasciarle altri 5 minuti sotto l’acqua per lavare via l’amido

Trasferirle in una pentola di acqua fredda e portare a ebollizione, senza salare.

Cuocerle per 20-25 minuti finchè saranno molto morbide e l’esterno risulterà sfarinato. In questo modo l’olio penetrerà a fondo gli spicchi, rendendoli croccanti.

Scolare e fare raffreddare

Preriscaldare il forno a 180°C.

Scegliere la teglia per la cottura e versarvi circa 5 mm di olio extra vergine, inserire in forno per 15 minuti in modo da scaldare bene l’olio

Aggiungervi quindi le patate e gli spicchi d’aglio schiacciati (8, dice Blumenthal), mescolare bene per fare aderire l’olio.

Infornare di nuovo per almeno un’ora, girando ogni 20 minuti circa.

Aggiungere le erbe aromatiche (rosmarino e salvia tritati, va bene anche il timo) e rimettere in forno finché non avranno assunto un colore dorato (da 20 minuti a 45).

Scolare dall’olio e servire

Nella foto i due risultati a confronto: a destra le patate cotte secondo la ricetta tradizionale e a sinistra con il metodo Blumenthal

 

Il 5 marzo del 1953 moriva a Mosca Iosif Vissarionovič Džugašvili, meglio conosciuto come Iosif Stalin, in italiano Giuseppe Stalin. In realtà Stalin era il suo soprannome, e vuol dire acciaio. La desinenza in -ili del suo cognome ne indica l’origine georgiana, dove Stalin era nato, a Gori, nel 1879. Gori è al centro della Georgia, Paese da sempre nemico dei soviet, e oggi, nèmesi della storia, c’è una grande base militare conforme agli standard della Nato. La Georgia non fa parte della Nato ancora, ma è in regime di partenariato, poiché dopo a guerra con la Russia del 2008, la sua adesione potrebbe minare seriamente la stabilità internazionale. A Gori, che oggi ha 50mila abitanti, c’è un grande museo dedicato a Stalin, in un grande parco, su due piani, dove sono raccolti foto, oggetti, statue, regali dei capi di Stato esteri, articoli di giornale, libri; accanto al museo, che è in stile neoclassico e fu edificato negli anni Cinquanta, c’è la sua casa natale e il famoso vagone ferroviario sul quale si recò alle conferenze di Teheran e di Yalta durante la Seconda Guerra Mondiale. Un servizio di guide consente la visita al museo. Nella piazza principale c’era la statua a lui dedicata, una delle poche rimaste in Unione Sovietica dopo il processo di destalinizzazione intrapreso da Nikita Krusciov, ma il monumento fu rimosso nel 2010 per poi essere rimesso all’interno del museo. Sorprendentemente, la statua non fu abbattuta dopo l’indipendenza georgiana, ma si era pensato di sostituirla con una dedicata alle vittime della guerra con Mosca del 2008, ma nel 2013 si abbandonò l’idea.

Stalin perseguitò i “nemici del popolo” esterni e interni

Su Stalin non si può oggi dire o scrivere nulla di nuovo o di inedito: la sua figura è stata studiata in tutti i suoi aspetti, su di lui ci sono innumerevoli biografie, saggi, libri, poche sono le zone d’ombra nel suo operato. Di lui sono passate alla storia alcune espressioni che sono entrate nel lessico comune: “stalinismo”; per definire un sistema dittatoriale e negativo di un governo o di un partito; “purghe”, per indicare la repressione del dissenso e delle minoranze etniche. E in effetti Stalin nel corso del suo decennio di dittatura assoluta, dal 1941 alla sua morte nel 1953 (anche se era segretario del Partito comunista dal 1922), se la prese con tutte le minoranze e le etnìe: ebrei, ucraini, polacchi, uzbeki, armeni, baltici, ungheresi, romeni, mongoli, cinesi, italiani di Crimea, cattolici, persino con i suoi compatrioti georgiani, poiché ben trentamila di loro si erano arruolati volontariamente nelle Waffen SS per combattere contro i soviet. L’elenco delle persone da lui perseguitate è lunghissimo; a lui si devono i gulag, altro nome divenuto noto in Occidente dopo la caduta dell’Urss, e furono milioni i prigionieri morti in questi campi. Come sempre, è impossibile dare delle cifre senza dare l’impressione di sparare numeri al Lotto, perché c’è chi sostiene che furono 60 milioni le vittime causate dal regine staliniano, chi 20, chi 15. Ma la sua figura non suscita lo stesso orrore che suscita da esempio quella di Hitler, benché si sia macchiato degli stessi crimini, perché? La ragione è da ricercare nel fatto che da oltre Cortina per molti anni non è mai trapelato nulla: le persone morivano in silenzio, come accadde ad esempio per l’Holodomor, la “morte per fame” che Stalin comminò a milioni di ucraini, confiscando loro il grano prodotto; anche per il massacro di Katyn, da Mosca sempre negato, dove le guardie rosse assassinarono 22mila persone tra militari e civili, la verità è venuta fuori molti anni dopo la guerra. E così per tutti i crimini del comunismo stalinista, sul quale il velo cominciò a essere lentamente sollevato solo con l’avvento di Boris Eltsin, in tempi dunque relativamente recenti. C’è da aggiungere poi che il regime aveva imposto un diffuso culto della personalità nei suoi confronti, e chi lo trasgrediva o non lo applicava con zelo pagava con la morte. Stalin, infine, aveva vinto la guerra, e questo lo riconciliò in parte coi russi, che soffrirono orribilmente durante l’invasione tedesca. La vittoria lo assolse in qualche modo da tutte le atrocità fatte in precedenza, consentendogli di governare ancora per qualche anno. La tolleranza dell’Occidente, dell’Europa e degli Usa in particolare, per l’antico alleato in una guerra devastante, fecero il resto. Dopo la guerra, Stalin e il suo governo finanziarono tutti i partiti comunisti del mondo, Italia compresa, e armarono tutti i gruppi marxisti operanti nel pianeta,a cominciare da Cuba. I danni fatti da Stalin sono incalcolabili, e gli storici dovranno lavorare ancora molti anni prima di ordinare e di raccontare tutto ciò che successe. Stalin oltre a perseguitare i nemici, veri o presunti, esterni, se la prese anche con quelli interni: a migliaia furono i membri del Pcus fucilati o assassinati dai suoi efficienti servizi segreti.

 

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