Giovedì, 17 Agosto 2017
Articoli filtrati per data: Domenica, 19 Marzo 2017

Ricordate quando il governo Prodi doveva a ogni costo ridurre il debito pubblico perchè così ordinavano FMI e UE, e quindi si è fatto di tutto , svendendo i gioielli di famiglia? Poi è arrivato Berlusconi che toglieva imposte e faceva regali a tutti, ma FMI e UE  non protestavano, e alla fine il debito era più alto di prima. Chi pensa di essere stato preso per il didietro  ha ragione, ma non è politicamente corretto ammetterlo.

 Tra i gioielli da vendere c’era una delle più estese reti autostradali d’Europa, in ottime condizioni ma con basso valore di mercato perchè l’adeguamento delle tariffe all’inflazione richiedeva tempi biblici da parte di una burocrazia avida di mance , e ancora peggio era ottenere il rinnovo delle concessioni alla scadenza: da parte dello stato a aziende statali, quindi mance poco o niente, e i politici non volevano aumentare i canoni. In sostanza, nessuno si sentiva di avanzare delle offerte, perchè la situazione era troppo incerta e arbitraria. Ci provarono i fratelli Benetton, offrendo 500 miliardi di lire dell’epoca, a patto che lo stato ancorasse le tariffe all’inflazione e rinnovasse le concessioni scadute e in scadenza. A queste condizioni anche altri ,italiani e stranieri, avrebbero avanzato delle offerte, ma il governo decise che era troppo urgente dimostrare che si stava vendendo qualcosa, e chiuse l’asta sulla sola offerta dei Benetton. I quali si fecero prestare i 500 miliardi dalle banche, misero il tutto in borsa e nel giro di un anno restituirono i 500 miliardi alle banche vendendo la sola catena degli autogrill, che faceva parte del pacco dono.

Della vicenda si occupò un governo Prodi, persona al di sopra di ogni sospetto, ma con un braccio destro, tale Ponzellini, che invece era al di sotto, come si vide più tardi. La firma però la mise il governo D’Alema.

I Benetton divennero ricchissimi collocando parte del bottino in borsa, si comprarono intere province dell’Argentina, e provarono a ripetere il  colpo in Spagna, anch’essa sotto stress da riduzione del debito. Lì però i governi governavano e i fratelli furono informati che se mettevano il naso in Spagna, si sarebbe occupato di loro il giudice Garzon, uno al cui confronto Di Pietro era un ragazzo dell’oratorio. La nostra libera stampa di tutti i colori ignorò la vicenda.

Ma non basta: come sanno anche gli studenti di ragioneria, le tariffe di una pubblica concessione sono costituite da due parti, una per coprire le spese di esercizio e manutenzione, un’altra più importante per consentire al concessionario, nell’arco della durata della concessione, di ammortizzare con generosi interessi l’investimento iniziale. Così succede in tutto il mondo che alla fine della concessione le autostrade diventano gratuite o quasi, e vengono gestite direttamente dallo stato. Ma in Italia no: alla fine della concessione , la tariffa viene confermata in toto, perchè ci sono sempre dei lavori da fare, aggiungere una corsia, fare una circonvallazione o una bretella: il tutto, naturalmente a spese del concessionario, che chiede il rinnovo con le stesse tariffe complete, con nessuno che controlla i costi effettivi dei nuovi lavori, perchè il concessionario usa le sue imprese e estrae il materiale dalle sue cave : quando si arriva a questo punto della spiegazione, in tutte le università del mondo esplodono irrefrenabili risate…

Adesso  si scopre  che per guadagnare  di più si ricorre al sistema sperimentato all’Aquila, di mettere la sabbia del mare nel cemento armato, che così assume la consistenza e la durata di una torta alla panna. Ma ovviamente tutta la catena burocratica di controllo non controlla niente, se non i regali di Natale, e il sistema politico è pregato di indicare suoi amici nei ben retribuiti consigli d’amministrazione delle cento autostrade d’Italia, dove ci sono sempre lavori, bretelle ecc. da fare , nastri da tagliare e tariffe da confermare in toto, per cui gli spedizionieri cercano di evitare i porti italiani per via delle autostrade più care del mondo.

 

Lungo la «Via del Sale», dove l’Oltrepò pavese confina con l’Emila, c’è un paese sospeso nel tempo. Nonostante gli anni, l’incuria e diversi saccheggi, case, stalle e recinti sono così come erano quasi 50 anni fa, quando Rovaiolo Vecchio, frazione del Comune di Brallo di Pregola, estremità sud della Provincia di Pavia, venne abbandonato dai suoi abitanti per paura di una frana che minacciava di staccarsi dal monte Lésima. La frana, però, non cadde e quel villaggio contadino, abbandonato in fretta e furia, si è trasformato in un vero e proprio borgo fantasma. Le case sono pressoché intatte.

LA VIA DEL SALE - Rovaiolo non è raggiungibile in auto, ma soltanto a piedi o in bici. Oppure a cavallo. Era una posizione strategica, un tempo, la sua. Crocevia per pellegrini, mercanti e spalloni lungo la «Via del Sale», un intreccio di sentieri che collegavano la pianura Padana al litorale ligure: prima giù verso i porti della costa per vendere lana e armi e poi su, verso casa, con il prezioso carico di «oro bianco», indispensabile per la conservazione degli alimenti. Rovaiolo, per chi arrivava da Pavia o Milano, era un passaggio quasi obbligato. Il sentiero iniziava a Varzi e terminava a Recco, o Genova. Rovaiolo non aveva locande per la notte, ma qui i viaggiatori si fermavano per mangiare e bere prima dello strappo finale. Oggi, l’unica cosa che testimonia questo passato è un pugno di abitazioni contadine, abbandonate per paura e dimenticate in un angolo della valle.

LA FUGA - Nel 1960 la Prefettura, dopo avere registrato alcuni movimenti sospetti della montagna, diede l’ordine di sgombero. I contadini non si fecero pregare e nel giro di poche ore, incentivati anche da sostanziosi aiuti pubblici, si trasferirono a Rovaiolo Nuova, sull’altra sponda del fiume Avegnone, uno degli affluenti del Trebbia. Ironia della sorte, un frana cadde proprio lì. Ma non fece danni, e siccome tutti gli sfollati avevano trovato una sistemazione, nessuno tornò nella parte vecchia.

TUTTO COM’ERA - Oggi Rovaiolo Vecchio conta una mezza dozzina di case in pietra arroccate a 500 metri sul livello del mare. Ci sono anche un vecchio forno, una fontana con abbeveratoio, una recinto per i maiali e le stalle. Peccato però che anno dopo anno il degrado e l’umidità si stiano mangiando quel che resta dei vecchi solai in legno. Al netto di ragnatele, detriti e ruberie, entrando negli alloggi si ha comunque la sensazione che l’inquilino sia ancora lì: su tavoli ci sono posate, pentole e piatti. E poi scarpe, setacci e corde abbandonate per terra.

I PROGETTI - Istantanee di vita contadina. Da qualche anno a questa parte nella valle si discute sempre più di frequente del recupero. Tuttavia, salvo qualche intervento sporadico finanziato da Roma, un progetto completo non è mai stato predisposto. Il problema, a quanto pare, è la frammentazione della proprietà, divisa in una cinquantina di famiglie, eredi dei contadini fuggiti dalla frana. Metterle tutte d’accordo è un’impresa complicata, il  sogno è trasformare un borgo fantasma in un villaggio abitato da artisti e poeti.

source - corriere.it

 

 

 

 

 

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