Sabato, 29 Aprile 2017
Articoli filtrati per data: Domenica, 19 Marzo 2017

 Il Codacons presenterà una denuncia alla Procura della Repubblica di Roma contro il Governo italiano e il sottosegretario all'Economia Pier Paolo Baretta per istigazione al gioco d'azzardo e violenza ad organo collegiale.

Al centro dell'esposto dell'associazione dei consumatori il "gravissimo comportamento" del governo in merito alla piaga del gioco d'azzardo e al potere degli enti locali di tutelare la salute dei giocatori.

"Governo e maggioranza - spiegano dal Codacons - hanno infatti ritirato un emendamento al decreto sicurezza che consentiva ai Comuni di imporre distanze minime alle sale da gioco rispetto a scuole ed edifici frequentati da minori. Così facendo si è voluto legare le mani agli enti locali, riducendo il loro potere di intervenire contro il dilagare incontrollato di sale da gioco e slot machine. E questo perché l'emendamento in questione avrebbe potuto ridurre le enormi entrate garantite allo Stato dal settore dei giochi, pari a 9 miliardi di euro annui".

"Oggi le ordinanze dei sindaci che pongono divieti agli orari delle sale slot e alla loro ubicazione vengono spesso annullate dai Tar, perché contrastano con gli interessi dello Stato e degli operatori del settore - prosegue il Codacons - L'emendamento avrebbe potuto finalmente porre fine al vicolo cieco in cui sono finiti gli enti locali nella lotta alla ludopatia, ma il Governo ha preferito tutelare le casse statali. Per tale motivo domani presenteremo un esposto in Procura contro l'esecutivo e il Sottosegretario con delega ai giochi Pier Paolo Baretta, chiedendo di procedere per le fattispecie di istigazione al gioco d'azzardo e violenza ad organo collegiale nei confronti del Parlamento".

 

Ricordate quando il governo Prodi doveva a ogni costo ridurre il debito pubblico perchè così ordinavano FMI e UE, e quindi si è fatto di tutto , svendendo i gioielli di famiglia? Poi è arrivato Berlusconi che toglieva imposte e faceva regali a tutti, ma FMI e UE  non protestavano, e alla fine il debito era più alto di prima. Chi pensa di essere stato preso per il didietro  ha ragione, ma non è politicamente corretto ammetterlo.

 Tra i gioielli da vendere c’era una delle più estese reti autostradali d’Europa, in ottime condizioni ma con basso valore di mercato perchè l’adeguamento delle tariffe all’inflazione richiedeva tempi biblici da parte di una burocrazia avida di mance , e ancora peggio era ottenere il rinnovo delle concessioni alla scadenza: da parte dello stato a aziende statali, quindi mance poco o niente, e i politici non volevano aumentare i canoni. In sostanza, nessuno si sentiva di avanzare delle offerte, perchè la situazione era troppo incerta e arbitraria. Ci provarono i fratelli Benetton, offrendo 500 miliardi di lire dell’epoca, a patto che lo stato ancorasse le tariffe all’inflazione e rinnovasse le concessioni scadute e in scadenza. A queste condizioni anche altri ,italiani e stranieri, avrebbero avanzato delle offerte, ma il governo decise che era troppo urgente dimostrare che si stava vendendo qualcosa, e chiuse l’asta sulla sola offerta dei Benetton. I quali si fecero prestare i 500 miliardi dalle banche, misero il tutto in borsa e nel giro di un anno restituirono i 500 miliardi alle banche vendendo la sola catena degli autogrill, che faceva parte del pacco dono.

Della vicenda si occupò un governo Prodi, persona al di sopra di ogni sospetto, ma con un braccio destro, tale Ponzellini, che invece era al di sotto, come si vide più tardi. La firma però la mise il governo D’Alema.

I Benetton divennero ricchissimi collocando parte del bottino in borsa, si comprarono intere province dell’Argentina, e provarono a ripetere il  colpo in Spagna, anch’essa sotto stress da riduzione del debito. Lì però i governi governavano e i fratelli furono informati che se mettevano il naso in Spagna, si sarebbe occupato di loro il giudice Garzon, uno al cui confronto Di Pietro era un ragazzo dell’oratorio. La nostra libera stampa di tutti i colori ignorò la vicenda.

Ma non basta: come sanno anche gli studenti di ragioneria, le tariffe di una pubblica concessione sono costituite da due parti, una per coprire le spese di esercizio e manutenzione, un’altra più importante per consentire al concessionario, nell’arco della durata della concessione, di ammortizzare con generosi interessi l’investimento iniziale. Così succede in tutto il mondo che alla fine della concessione le autostrade diventano gratuite o quasi, e vengono gestite direttamente dallo stato. Ma in Italia no: alla fine della concessione , la tariffa viene confermata in toto, perchè ci sono sempre dei lavori da fare, aggiungere una corsia, fare una circonvallazione o una bretella: il tutto, naturalmente a spese del concessionario, che chiede il rinnovo con le stesse tariffe complete, con nessuno che controlla i costi effettivi dei nuovi lavori, perchè il concessionario usa le sue imprese e estrae il materiale dalle sue cave : quando si arriva a questo punto della spiegazione, in tutte le università del mondo esplodono irrefrenabili risate…

Adesso  si scopre  che per guadagnare  di più si ricorre al sistema sperimentato all’Aquila, di mettere la sabbia del mare nel cemento armato, che così assume la consistenza e la durata di una torta alla panna. Ma ovviamente tutta la catena burocratica di controllo non controlla niente, se non i regali di Natale, e il sistema politico è pregato di indicare suoi amici nei ben retribuiti consigli d’amministrazione delle cento autostrade d’Italia, dove ci sono sempre lavori, bretelle ecc. da fare , nastri da tagliare e tariffe da confermare in toto, per cui gli spedizionieri cercano di evitare i porti italiani per via delle autostrade più care del mondo.

 

 La recente scissione che si è consumata nel Partito democratico, conferma la storica vocazione all’autolesionismo dei partiti della sinistra. Per poter comprendere le devastanti conseguenze delle divisioni nel campo della sinistra  europea, occorre ricordare l’ascesa del nazismo, resa possibile dal fatto che comunisti e socialisti si presentarono alle elezioni tedesche separatamente, favorendo la vittoria di Adolf Hitler nel 1933. In Italia, la scissione di Livorno del 1921 segnò una divisione storica, dalla quale nacquero due partiti che si fecero la guerra per decenni. Dopo il ventennio fascista, lasciarono per 45 anni il potere al partito cattolico, la storica Democrazia cristiana. Nel nostro Paese il Partito socialista  strinse l’alleanza con la Dc, mentre il Pci rimase per decenni confinato all’opposizione. In epoca più recente ci sono state altre scissioni, dalle quali sono nati dei partiti minori; Rifondazione comunista  e numerose altre sigle… In questi giorni un gruppo di esponenti del Pd è uscito dal partito, dando vita ad un soggetto che dovrebbe contenere nel suo simbolo, la parola Progressista.

Si è fatto un gran parlare di sistema elettorale maggioritario, bipolare, bipartitico. Ma il risultato pratico è quello di cui abbiamo parlato. Questa ennesima scissione indebolisce  il Pd, che sembrava essere la componente più affidabile per la guida del Paese. C’è un panorama politico inquietante che vede le componenti di una destra estremamente divisa (cinque partiti che non mettono insieme neppure il 30% dei voti), E poi ci sono i grillini, che hanno ottime intenzioni, ma difettano nella conduzione del Movimento che non si è dato ancora delle regole democratiche, al di là della pleonastica consultazione di qualche migliaio di seguaci attraverso Internet. A capo dei 5 Stelle c’è Grillo e Casaleggio; mentre il primo può trarre qualche legittimazione dal fatto che è il fondatore del partito (ma non è stato mai eletto da nessun congresso), il secondo è il frutto di una monarchia ereditaria, essendo succeduto al padre. Premessa questa carrellata sui concorrenti, si pensava che il Pd e Renzi potessero determinare una svolta in senso positivo dell’Italia. Ma la stella dell’ex presidente del Consiglio sembra essere al tramonto, dopo la sconfitta sul referendum, la preoccupazione per le vicende giudiziarie del padre e le divisioni interne al Pd, che hanno portato alla fuoriuscita di esponenti storici come l’ex ministro e segretario Bersani e numerose altre personalità. Quella della sinistra, destinata a dividersi, è una sorta di maledizione centenaria, che impedisce al più grande movimento dei lavoratori, di finalizzare un’azione politica   duratura di governo, capace di dare i frutti sperati. È capitato a Romano Prodi e Massimo D’Alema, entrambi presidenti del consiglio, di dover interrompere la propria azione di governo, per problemi provenienti dalla propria coalizione. Adesso, con la trovata della scissione, il Pd rischia di perdere le elezioni e decretare come vincitori i 5 Stelle.

 

Carne dura, carne tenera. Capire il perché diventa sempre più complicato. Carne cruda che sembra tenera come burro ma una volta cotta diventa impossibile da masticare. Bistecche in padella che sudano manco fossero in un bagno turco e inondano le piastre di liquidi.

La differenza tra carne dura o tenera dipende dalla quantità di collagene.

Chiediamoci di cosa è “fatta” la carne. Il tessuto muscolare è composto fondamentalmente da 3 elementi: 75% acqua, 20% proteine di varia natura, 5% grassi e altre diavolerie. Le proteine sono miofibrille, sarcomeri e tessuto connettivo. A loro volta, le miofibrille sono agglomerati costituiti da due filamenti, uno spesso (miosina) e uno sottile (actina).

Difficile?

Mettiamola così, immaginate un fascio di spaghettini e bucatini arrotolati e sistemati all’interno di un cannellone. Ogni filamento intrecciato di spaghettini e bucatini si chiama sarcomero, tutto l’insieme prende il nome di miofibrille, mentre il cannellone stesso è il tessuto connettivo, quello che tiene insieme tutto.

Una definizione di bistecca è anche questa: una serie affiancata di miofibrille legate tra loro da “fasci crociati” di collagene. Certo, non suona molto romantica.

A incidere sul grado di tenerezza della carne è prima di tutto il tessuto connettivo. Non la sua quantità tout court, ma il numero di fasci crociati maturi che contiene.

Siccome negli animali molto giovani il collagene è riducibile e relativamente solubile in acqua, la carne è molto tenera. Con l’avanzare dell’età, questi fasci crociati maturano diventando più tenaci e perdendo in parte la capacità di dissolversi.

Il calore, poi, gioca un ruolo fondamentale, si ottengono risultati diversi a seconda delle temperature di cottura. Più saranno alte, più la contrazione delle fibre di collagene sarà rapida. In questo modo, le masse si comprimono strizzando l’acqua fuori dai tessuti. Il risultato è una carne molto compatta, asciutta e dura.

Esempio lampante della bestialità di una bistecca ben cotta che sarebbe più appropriato definire “mal cotta”. Per avere carne tenera bisogna partire come abbiamo visto in precedenza, da una carne ben frollata.

Ma anche dopo possiamo intervenire sulla tenerezza, attraverso delle tecniche che consentono di sciogliere il connettivo in gelatina, per esempio.

CONDIZIONAMENTO SOTTOVUOTO

Il sottovuoto si è diffuso per effetto del valore che aggiunge alla cottura. Sappiamo dai bolliti e dai brasati che una cottura prolungata rende la carne tenera al punto da sfibrarsi senza sforzo. Questo avviene perché il collagene si scioglie per effetto o degli enzimi, o, a temperature comprese tra i 50°C e i 55°C, del calore.

In aggiunta, i collagenasi, cioè, gli enzimi che passano la vita ammassando il collagene per renderlo docile, restano attivi se mantenuti sotto i 60°C per almeno 6 ore.

E’ dimostrato che dopo 24h di cottura sottovuoto a bassa temperatura, un pezzo di carne risulta più tenero del 72% rispetto allo stesso pezzo cotto nell’acqua che bolle per 1 ora. La chiave è personalizzare il tempo di cottura tenendo conto della quantità di collagene e del risultato che si vuole ottenere.

Per una perfetta cottura della carne non possiamo prendere alla leggera la temperatura. Per esempio, inserire un circolatore a immersione nel sacchetto è un metodo preferibile alla cottura nel forno a vapore.

Così otteniamo una pastorizzazione della carne che consente di conservarla in frigo per 4 settimane e oltre. Ricordiamoci di non superare i 60°C in modo da non disperdere l’umidità intrinseca.

Vediamo adesso la cottura sul fuoco, visto che quanto descritto finora è una specie di pre-condizionamento.

LA COTTURA SUL FUOCO

La cottura violenta su fiamma agevola la “reazione di Maillard”, cioè la cauterizzazione (brunitura) della superficie, ma provoca un accorciamento delle fibre che si traduce nella perdita di liquidi preziosi.

Prima di andare sulla griglia, la carne deve essere rigenerata, sempre sottovuoto, e riportata alla temperatura di cottura perché il tempo che passerà sulla griglia non basterà a scaldarla fino al cuore.

REAZIONE DI MAILLARD

 E’ un cambiamento dei tessuti che crea nuove molecole, tremendamente gustose e non esistenti in natura. A questa reazione di natura chimico-fisica dobbiamo il classico sapore di arrostito. In pratica, il sapore aumenta con la degradazione termica del tessuto adiposo. Prendete l’odore delle salsicce grigliate: irresistibile.

La reazione di Maillard avviene solo se la temperatura e l’umidità hanno raggiungono certi valori, e può essere favorita dalla quantità di zuccheri presenti o dal PH della carne. Una cauterizzazione perfetta si ottiene rispettando questi parametri:

La Reazione di Maillard inizia alla temperatura di 130°C. Come abbiamo detto, coagula in fretta le proteine ma non è sufficiente a brunire la carne, cosa che avviene tra i 140°C e i 150°C.

Di fatto, è un’interazione tra aminoacidi della carne e un tipo di zuccheri detti “riducenti”. Per riducente intendiamo uno zucchero dalla particolare struttura molecolare che favorisce questo processo.

Lo zucchero da cucina non è uno zucchero riducente ma può diventarlo interagendo con un acido, per esempio il succo di limone. In questo modo si scinde in glucosio e fruttosio che sono entrambi zuccheri riducenti.

A patto di asciugare la carne prima di cuocerla, una marinatura con succo di limone leggermente dolcificato aiuta la reazione di Maillard, favorendo in modo esponenziale il processo di cauterizzazione superficiale. Un buon accorgimento consiste nell’aggiungere piccole cosi di glucosio alla carne.

 Dolcifica meno e aiuta soprattutto a ridurre la formazione di agenti mutageni. Il calore elevato, specie nella cottura alla griglia, può generare la formazione di sostanze cancerogene tipo le amine eterocicliche. Più lungo è il tempo di cottura, maggiore è la produzione di queste sostanze soprattutto in presenza di composti carbonizzati.

In definitiva, usare uno zucchero “riducente” aiuta a sviluppare la crosticina aumentando il sapore e diminuendo il rischio, vero o presunto, delle sostanze nocive. Una bella conquista credo, non è così?

LA GRIGLIA

Nella cottura definitiva, la griglia ha un ruolo fondamentale a cominciare dal materiale. Avete presente le righe di cauterizzazione che si ottengono cuocendo alla griglia? Sembra scontato ottenerle ma non è così. Una griglia di acciaio, per dire, non consente la formazione delle cosiddette grill marks che si ottengono invece con la ghisa.

Immagino che qualcuno mi stia dando del cialtrone pensando alle righe nette ottenute con una semplice piastra di alluminio/teflon. Un momento, per prima cosa una piastra non è una griglia, secondo, parliamo di dispositivi di cottura outdoor e possibilmente a carbone. Provate a mettere una piastra in alluminio/teflon sotto a un braciere scaldato a 500°C!

I produttori affidabili costruiscono le griglie solo in ghisa e acciaio. Ovviamente la tecnologia è arrivata anche qui, esistono griglie smaltate, porcellanate, vetrificate, nichelate… bla bla bla.

Dopo averne provate a decine, sono arrivato alla conclusione che si ottengono scultoree righe di cauterizzazione solo con le griglie in ghisa pura. Al massimo, si possono utilizzare griglie dai rivestimenti particolari, ma dobbiamo premere forte la bistecca e comunque il risultato non è dei migliori: le righe sono sbavate, come si vede dalla comparazione delle foto.

Può sembrare un dettaglio ma non è così. Come detto, la reazione di Maillard migliora l’aroma, se non riusciamo a ottenerla in tutta la superficie della carne perché la nostra piastra non è perfettamente liscia, dobbiamo accertarci che avvenga almeno nei punti di contatto tra griglia e carne.

A questo punto, uno potrebbe pensare che sia meglio usare la piastra invece della griglia, ma dobbiamo ricordare che per l’aroma sono importanti anche i fumi provocati dai liquidi in caduta sulle braci, che risalendo, investono la carne dandole il tipico profumo. Cosa che una piastra non permette.

Anzi, trattenendo i grassi e superando il punto di fumo, la piastra provocherebbe la degenerazione dei lipidi e una specie di frittura della carne nei suoi grassi. Magari anche buona ma di certo non salutare.

AFFUMICATURA

Last but not least, l’affumicatura breve incide sull’aroma della carne in maniera determinante. Dimenticate erbette, bacche, paglie e prendete per buono che l’affumicatura va fatta, tranne rarissimi casi, con legni aromatici non trattati che devono bruciare in combustione incompleta.

Se vogliamo ottenere una combustione senza fiamma, detta smoldering, in un grill ad elevata ventilazione, dobbiamo bagnare con acqua o altri liquidi aromatizzanti i trucioli per l’affumicatura.

 Quando i trucioli sono impregnati, lasciamo gocciolare l’eccesso di liquido e li gettiamo direttamente sulle braci, possibilmente non sotto la carne per consentire al fumo di ossigenarsi prima di investirla. Quando il fumo aromatico compare è il momento della griglia.

 GRADO DI COTTURA

 C’è poco da dire, la cottura ideale si ottiene con una superficie croccante e ben cauterizzata e l’interno semi-crudo e succoso. L’ideale temperatura interna è di 57°C, e può essere controllata attraverso un termometro a sonda.

 RIPOSO POST COTTURA

 Dopo la cottura la carne DEVE riposare. Anche qui, i falsi miti si sprecano. Parli con gli chef blasonati e ti dicono che il riposo della carne serve a ridistribuire i succhi.

 Non è così, il riposo è importante per la viscosità dei succhi. I liquidi interni sono una combinazione di grassi, acqua e collagene solubilizzato. Il riposo permette alla temperatura di abbassarsi quel tanto che basta e ai succhi di iniziare a solidificarsi.

 Un grasso o il collagene semiliquido sono più viscosi pertanto l’attrito con le fibre è maggiore. In questo modo, anche se non impedita, la fuoriuscita di liquidi dovuta al taglio della carne è limitata.

 SERVIZIO

 Sarebbe dispersivo descrivere il tipo di servizio corretto in base alla bistecca che abbiamo preparato. Se la carne è tenace (una flank steak per esempio) è consigliabile ricavare delle strisce tagliate in modo perpendicolare alle fibre. Le fibre di una carne cotta “poco” rimangono coese.

 Più accorciamo il filamento, cioè, più pratichiamo un taglio sottile, minore sarà lo sforzo che faremo per separare gli elementi dal tessuto connettivo al momento di mordere la carne (carpaccio?). Più è lungo il filamento maggiore sarà la resistenza. Rompere una fune tirandola è un’impresa titanica ma tagliarla a piccoli pezzi trasversali riduce lo sforzo.

 Va bene servire la bistecca intera, se è tenera, ma nel caso di dimensioni importanti dobbiamo usare un piatto di servizio che la mantenga tiepida. Una pietra ollare preriscaldata a 65 gradi è la soluzione ideale.

 La salinità (non sapidità) può essere aiutata da granelli di sale grosso o “Maldon”, di quelli che scricchiolando sotto i denti.

 E siamo arrivati alla fine del nostro viaggio alla ricerca della bistecca perfetta. Mancano argomenti importantissimi tipo i condimenti che però, credo, ci avrebbero portato fuori tema. Per rientrarci, e per ringraziarvi dell’interesse che avete mostrato, mi sono concesso una “Ribeye” di Black Angus.

 

Quando un debito cade in prescrizione si considera scaduto, ossia non può essere più esigibile da parte del creditore; bisogna però sempre verificare però che non siano state spedite lettere di diffida.

Quando un debito si prescrive vuol dire che non deve essere più pagato, ossia che il creditore non può più richiedere il denaro dovutogli, neanche tramite il giudice; in altre parole, quando decade un debito non possono più avviarsi cause e pignoramenti.

Il punto è, però, che i tempi della prescrizione non sono uguali per tutti i crediti e variano in base alla natura di essi. Per cui è bene stabilire quali sono questi termini per poter finalmente dirsi liberi di non dover più pagare.

È necessaria, però, una precisazione preliminare: la prescrizione può essere interrotta dal ricevimento di una richiesta di pagamento (una diffida, un sollecito più “soft”, ecc.); in tal caso, il termine inizia a decorrere nuovamente da capo. Facciamo un esempio. Immaginiamo di aver firmato un contratto con una finanziaria e che la scadenza del debito (o meglio, la prescrizione) è nel 2020. Se però, nel 2017, la società ci sollecita il pagamento con una raccomandata a.r., la prescrizione (in questo caso di 10 anni) torna a decorrere da capo e si compirà nel 2017.

Quando scade un debito

I termini di prescrizione principali sono i seguenti:

per i debiti derivanti da contratti o atti leciti (salvo i casi speciali che diremo in seguito), la prescrizione è di 10 anni;

per i debiti derivanti da atti illeciti come, ad esempio, il danneggiamento di un balcone per via dei calcinacci caduti sul piano di sotto o per una ferita arrecata durante una rissa, la prescrizione è di 5 anni.

Questa è la regola generale; ma vi sono poi numerosi casi speciali che stabiliscono prescrizioni più brevi (il termine massimo resta però sempre quello di 10 anni).

In ogni caso, se interviene un atto interruttivo della prescrizione il termine può diventare molto più lungo e, addirittura, il debito potrebbe non prescriversi mai. Si considerano «atti interruttivi della prescrizione»:

atti inviati dal creditore: la diffida, il sollecito di pagamento, la notifica di un atto di citazione o di un precetto. In ogni caso, la richiesta di pagamento deve essere sufficientemente specifica, tale cioè da indicare con esattezza l’entità del credito e la sua causa;

atti provenienti dal debitore: l’ammissione del debito, la richiesta di dilazione del pagamento, la richiesta di saldo e stralcio o di qualsiasi altro sconto o transazione, ecc.

Se muore il debitore prima che scada il debito, a risponderne sono i suoi eredi, a meno che abbiano rifiutato l’eredità.

Ecco quindi uno schema per potersi orientare tra i vari termini di prescrizione.

Quando il debito cade in prescrizione

I debiti con banche e finanziarie: 10 anni ;

rate di mutuo: 10 anni ;

i debiti per bollette del telefono, luce e gas: 5 anni a partire dalla data di scadenza della bolletta. Se però l’utente fa causa e perde, il debito si prescrive in 10 anni;

spese condominiali: 5 anni ;

il diritto al risarcimento in caso di incidenti stradali: 2 anni;

le singole annualità di rendite vitalizie: 5 anni ;

le singole annualità delle pensioni alimentari: 5 anni;

il canone di affitto di un appartamento, sia esso ad uso abitativo che commerciale: 5 anni;

il pagamento, da parte dell’inquilino, degli oneri di condominio in un appartamento preso in affitto: 5 anni ;

i fitti dei beni rustici: 5 anni;

gli interessi dovuti alla banca: 5 anni;

gli interessi dovuti a qualsiasi altro creditore: 5 anni;

tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi: 5 anni;

il diritto al pagamento dello stipendio per il lavoratore dipendente: 5 anni ;

il diritto al pagamento del Tfr e di tutte le altre indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro: 5 anni;

il pagamento degli utili da parte di una società: 5 anni;

la possibilità dei soci di agire contro gli amministratori della società, per responsabilità nella gestione: 5 anni;

il diritto del mediatore a vedersi pagata la propria provvigione: 1 anno;

il diritto dell’agente immobiliare al compenso per una vendita o un affitto: 1 anno;

i diritti derivanti dal contratto di spedizione e dal contratto di trasporto: 1 anno;

il pagamento del premio da pagare all’assicurazione per la polizza (di qualsiasi polizza si tratti): 1 anno dalle singole scadenze, siano esse mensilità, semestralità o annualità (a seconda del contratto);

il diritto al pagamento del risarcimento in caso di assicurazione sulla vita: 10 anni;

gli altri diritti derivanti dal contratto di assicurazione e dal contratto di riassicurazione: 2 anni dal giorno in cui si è verificato il fatto su cui il diritto si fonda;

il pagamento per il pernottamento in un hotel, albergo, ostello, affittacamere, bed & breakfast: 6 mesi;

il pagamento delle lezioni private a insegnanti che impartiscono però le lezioni entro i limiti prestabiliti, a giorni o a singole ore, e comunque non oltre un mese: 1 anno;

il pagamento delle retribuzioni per prestazioni di lavoro non superiori a un mese: 1 anno;

il pagamento di convitti: 1 anno;

il pagamento dei commercianti, per il prezzo delle merci vendute a chi non ne fa commercio; 1 anno;

il pagamento dei farmacisti per le medicine acquistate presso la farmacia: 1 anno;

il pagamento dei corsi di lingua inglese o altre lingue ad insegnanti privati: 3 anni;

il pagamento delle lezioni private a insegnanti che impartiscono però le lezioni a termini più lunghi di un mese: 3 anni;

il pagamento dei prestatori di lavoro, per le retribuzioni corrisposte a periodi superiori al mese: 3 anni;

il pagamento dei compensi dei professionisti, per l’opera prestata e per il rimborso delle spese vive sostenute: 3 anni . Se però il professionista ha fatto firmare al cliente un contratto, vale il termine generale di 10 anni;

il pagamento del notaio: 3 anni ;

il risarcimento o la restituzione del prezzo, da parte del negoziante, per aver acquistato un oggetto difettoso: per contestare il difetto ci sono 60 giorni; per agire in causa 26 mesi dalla scoperta del difetto; ciò vale solo se l’acquirente è un consumatore. Se invece si tratta di un soggetto che ha acquistato con partita Iva, la contestazione va fatta entro 8 giorni dalla scoperta del vizio e la prescrizione dell’azione è di 1 anno dall’acquisto;

diritto di recesso in caso di acquisto di un prodotto fuori dal negozio (vendite su internet, su corrispondenza, televendite, telemarketing, ecc.): 14 giorni;

diritto di recesso su pacchetti viaggio acquistati su internet: 14 giorni;

diritto di recesso su contratti bancari o assicurazioni acquistati su internet: 14 giorni;

diritto di recesso su finanziamenti stipulati via internet: 14 giorni;

diritto di recesso da una polizza vita: 30 giorni;

iscrizione a scuole e palestre private: 1 anno;

contestazioni per lavori affidati a ditte di riparazione, manutenzione: la contestazione va inviata entro 8 giorni dalla scoperta del vizio; la causa va avviata entro 1 anno;

contestazioni al costruttore del palazzo per gravi difetti strutturali: la garanzia opera per 10 anni; la contestazione va inviata entro 1 anno dalla scoperta del vizio; la causa va avviata entro l’anno successivo;

vacanza rovinata per pacchetto viaggi non conforme alle promesse: presentazione reclamo: 10 giorni dal rientro; prescrizione in caso di danni alla persona: 3 anni dal rientro; prescrizione in caso di danni alla persona dovuti al trasporto: 1 anno dal rientro (18 mesi se il trasporto parte o arriva fuori Europa); prescrizione in caso di altri danni: 1 anno dal rientro;

contestazione danni e vizi su contratti di appalto: denuncia entro 60 giorni dalla scoperta; la prescrizione della causa è di 2 anni. La prescrizione decorre dalla consegna dell’opera;

contestazione danno da prodotti difettosi: 3 anni dalla scoperta;

assegni: 6 mesi. Dopo tale termine non sono più titoli esecutivi (e quindi non legittimano l’immediato pignoramento) ma comunque restano prove scritte del credito e consentono l’emissione di un decreto ingiuntivo;

cambiali: 3 anni. Dopo tale termine non sono più titoli esecutivi (e quindi non legittimano l’immediato pignoramento) ma comunque restano prove scritte del credito e consentono l’emissione di un decreto ingiuntivo;

riconoscimento della qualifica superiore per il lavoratore dipendente: 10 anni;

il pagamento dei contributi da parte del datore di lavoro: 5 anni;

demansionamento da parte del datore di lavoro: 10 anni;

pagamento della retribuzione (busta paga) del lavoratore dipendente part time o full time, sia nel pubblico che nel privato: 5 anni;

pagamento del prezzo per acquisti in genere: 10 anni;

pagamento di multe stradali: 5 anni;

Irpef: 10 anni;

Iva: 10 anni;

Irap: 10 anni;

Bollo auto: 3 anni a decorrere dall’anno successivo a quello in cui è dovuto il pagamento;

Canone Rai: 10 anni;

Diritti camera di commercio: 10 anni;

Imu: 5 anni;

Tasi: 5 anni;

Tosap: 5 anni;

Tari: 5 anni;

Contributi dovuti all’Inps e Inail: 5 anni;

Sanzioni amministrative: 5 anni.

 

La speranza è l'ultima a morire e Salice spera che le Terme, da alcuni anni in stato comatoso, possano risorgere se non a nuova gloria almeno ad un livello accettabile per numero di clienti, per l'indotto che questi creano e per i posti di lavoro che le Terme fuori dal "coma" garantirebbero. La nuova proprietà delle Terme era partita, ad onor del vero, in modo abbastanza incerto con la nomina di Antonio Accroglianò, persona citata da diversi giornali locali e nazionali per vicende, non proprio limpide, legate ai suoi familiari di origine calabrese. L'avvocato di Antonio Accroglianò, primo amministratore nominato dalla nuova proprietà termale, ci scriveva che: "Il Sig. Antonio Accroglianò ha tutti i requisiti morali e professionali per ricoprire la carica di manager o amministratore della società che gestisce le Terme di Salice",  tant'è che dopo pochissimo tempo lo stesso decideva di dimettersi. Questo è un peccato perché aveva tutti i requisiti morali e professionali, come ci aveva scritto l'avvocato Tranfo.

Il manager di riferimento da quel momento è stato Davide Dionisi amministratore unico della Dionisi & Partner Broker Srl di Roma, società che gestisce la non facile patata bollente delle Terme di Salice. Da metà Febbraio le Terme hanno riaperto i battenti con alcuni innesti occupazionali e con ritrovata voglia di recuperare clientela, che è passata in soli dodici anni, da circa 24.000 a 8.000 utenti.  Le scarne dichiarazioni di Davide Dionisi sono state, a nostro giudizio, corrette e prudenti e non è stato aggiunto nulla di nuovo a quello che tutti sperano, in buona sostanza Dionisi ha espresso lo stesso concetto del capo della Ferrari F1, Maurizio Arrivabene, che dice da tre anni: "testa bassa e lavorare".

A Dionisi, inoltre, va dato atto e dato il merito di non aver formulato, come molti suoi predecessori, succedutisi in questi ultimi 10 anni,  dichiarazioni mirabolanti a proposito di piani di recupero del Grand Hotel o riaperture del Nuovo Hotel Terme che giace tristemente chiuso all'ingresso del paese, dichiarazioni alle quali i salicesi non credono più, anche se negli ultimi 10 anni, tanti e purtroppo anche tanti politici da paese, hanno creduto a questi fantasmagoriche enunciazioni fatte dai vari "manager" e proprietà  delle Terme.

Dionisi, molto concretamente, ha dichiarato che spera di recuperare un po' di clientela per passare dagli 8.000 clienti dell'anno scorso a circa 20.000, non ha detto in quanti anni spera di recuperare la clientela, speriamo in tre o quattro anni; se si pensasse di fare questi numeri in un solo anno sarebbe un obbiettivo, o meglio, un'illusione "stupefacente".

Le Terme di Salice e i centri termali in generale, sono stati definiti da Dionisi "luoghi pop", tranqui… non c'entra niente la musica… forse intendeva dire che sono luoghi popolari e questo è vero, ma affinché la definizione calzi a pennello devono avere un certo range di numero di persone che le frequentano e di clienti. Negli ultimi anni le Terme di Salice molto "pop" non erano e per rimanere in tema musicale erano piuttosto "punk", movimento giovanile di protesta sorto verso la fine degli anni settanta, un po' come le proteste che per mesi hanno esternato i dipendenti delle Terme di Salice ai quali lo stipendio non risultava pervenuto.

Il compito delle Terme sarà arduo, ma non impossibile e una buona strategia commerciale potrà riportare le Terme a livelli accettabili. La forza delle Terme di Salice è sempre stata l'eccellenza delle sue acque sulfuree e salsobromoiodiche, è dalle virtù terapeutiche di queste acque che bisogna ripartire. Nonostante la mal informazione conclamata, anche da parte di persone, che per motivi professionali o politici sono legati a questo territorio, le Terme di Salice sono, come quasi la totalità delle Terme italiane, ancora convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale, e così come succede da almeno 30 anni, le terapie termali possono essere richieste dietro presentazione della prescrizione medica e chi si sottopone alle terapie termali con la prescrizione medica, se non esente, è tenuto al pagamento del solo ticket. Purtroppo ogni tanto qualcuno si alza e senza sapere di che cosa sta parlando blatera: "la crisi delle Terme di Salice è dovuta al fatto che non c’è più la mutua", questa è una balla colossale! La cosa più triste? Questa balla sulle terapie termali, è stata blaterata anche da qualche politicante salicese o di località attigue che dovrebbe ben conoscere la situazione, invece no. Blaterano delle sciocchezze e come spesso accade molte volte i politicanti dicono "pistolate". Ritornando alle Terme di Salice, siamo convinti che se rimetteranno al centro del loro business le terapie termali i risultati arriveranno, lentamente, ma arriveranno.

Se invece verrà messo al centro del loro business il benessere, parola usata e abusata dai più quando non si sa cosa dire, indirizzato prevalentemente ai trattamenti estetici, penso proprio che il rilancio delle Terme di Salice sarà sempre meno "pop" e sempre più "punk". Spero che il "testa bassa e lavorare", tanto caro al capo della Ferrari F1, concetto, in buona sostanza, espresso anche da Dionisi, non porti agli stessi risultati della Ferrari in questi ultimi anni. Inutile dire che i salicesi sperano tutti che le Terme ottengano risultati migliori, così come i tifosi della Ferrari.

 

Nel nostro percorso alla scoperta delle realtà, presenti o passate, del Mondo della Notte e del Divertimento oltrepadano, abbiamo questo mese incontrato uno tra i massimi rappresentanti di un settore che tanto ha dato, appunto, alla Night-Life del territorio: le pubbliche relazioni. Classe 1969, diploma di qualifica nel settore agricolo, alto ed elegante, oggi con capelli di media lunghezza, negli anni ruggenti con lunghi capelli alle spalle o appena sotto, tanto da guadagnarsi l'appellativo di "Indiano". Signore e Signori, Alex Pavarin!

Innanzitutto vorrei da lei una spiegazione sul nome Alex...

"Il mio nome di battesimo è Guido, in effetti...ma per tutti è sempre stato Alex, lo so. Pensi che ancor oggi incontro persone che non sanno che Alex è un nome di pura fantasia".

C'è un motivo?

"Sì, ed è anche molto adolescenziale. La mia giovinezza è stata contemporanea all'esplosione dei due movimenti contrapposti, Paninari e Dark. Io ero ovviamente Paninaro, ed avvertivo, però, di non avere un nome congruo... Erano tutti Max, Jim, John... Io Guido! No, non ci stava! Ed allora... Alex !!! Ed Alex sono sempre stato per tutti".

Erano gli anni delle prime notti in discoteca?

"Direi già al lavoro in discoteca! No beh, forse esagero, però a 13 anni ho cominciato nelle discoteche come cubista, gli indimenticabili ragazzi-immagine che ballavano sui 'cubi', ed ho continuato fino ai 17 anni. Quante domeniche pomeriggio! Eh si perchè, anche lei ricorderà, negli '80, per i ragazzini, non c'erano le serate o le notti: c'erano le domeniche pomeriggio, dalle 14.00 alle 18.30/19.00. Ed avevamo i Pullman dedicati".

In quali locali si esibiva?

"Ballavo all'Hyppodrome, l'ex-Tucano di Codevilla, al Decò ed al Robespierre, a Piacenza, e prima ancora allo Xenon, ex Harmonia di Tortona".

Quando e come avviene la svolta verso le pubbliche relazioni?

"La discesa dai cubi e la svolta verso le pubbliche relazioni avviene da sé! Iniziando dagli amici e dal pubblico che mi vedeva ballare... comincio a coinvolgerli distribuendo loro i biglietti informativi del programma del locale, poi le prime riduzioni sul biglietto d'ingresso, entro una certa ora e con un certo abbigliamento,  fino ad arrivare a chiedere ad alcuni di loro se interessati ad aiutarmi nella distribuzione, in cambio di un free-drink, una bevuta omaggio".

 Da li? 

"Inizio a formare un gruppo di distribuzione per il Before di Novi Ligure. Era l'inverno 1987. Una sera, ad una festa in casa di amici, conosco Roberto Riveriti, un ragazzo dai biondi capelli e, come me, appassionato di moda e locali notturni. Da quell'incontro nasce il 'Without us Group', il primo vero e proprio gruppo a struttura piramidale che si proponeva ai locali come vera e propria azienda, cioè braccio commerciale di promozione e pubblicità con l'esterno".

 

Ed iniziate a lavorare per altri locali?

 

"Certo. A partire dal 1988, abbiamo concatenato una serie di vincenti collaborazioni: nel 1988 ed 89 eravamo al Fontanile di Redavalle, d'estate, e sempre al Before in inverno. Nel 1990-91-92 al Fellini a Tortona in inverno, ed in estate al Club House di Salice Terme, solo il venerdì sera. E poi ancora, qui le date mi si confondono ahimè, ricordo Le Cave a Stradella in inverno e contemporaneamente l'Immagine di Pozzolo Formigaro e l'estivo al Babaissa di Vignole Borbera e sempre il Club House".

 

Una mole di lavoro davvero enorme...

 

"E poi ancora nel 1996 si aggiunge il Cafè Latino presso l'ex Tucano, invernale, e sempre invernale il Casanova di Acqui Terme,  ed il Velasquez, il nuovo Tucano rifatto completamente nell'estivo. Nel 1997 si aggiunge il King a Castel San Giovanni, d'inverno... e nell'estate un locale di Arenzano, mi perdoni ma non ricordo il nome al momento,  e poi il Segreta a Campo Spinoso, di Serafino Fracchioni, con il quale avevamo collaborato anche allo Shocking di Milano... Ah si, sempre a Milano, con l'amico Anthony, la collaborazione con l'Old Fashion... l'ultimo locale è stato il The Class in Alessandria nel 2010".

 

Mi sto perdendo...

 

"Si, capisco... erano anni davvero straordinari! Senza respiro. Nel 2001, sulle ceneri del Cristallo in Casteggio, facciamo nascere il Teatrò, aperto dal 2002 al 2004".

 

Ma lei aveva in carico tutta l'organizzazione del personale di tutti questi locali, da solo?

 

"Io organizzavo tutto il discorso, una sorta di general manager, senza presunzione mi si passi il termine... ed avevo al mio fianco tanti ottimi collaboratori con precise mansioni, dalla tipografia alla gestione dei bar, dall'ingresso al controllo di sicurezza alla parte amministrativa".

 

Mi sa dare una stima esatta del numero dei dipendenti e collaboratori?

 

"Un dato su tutti che ricordo riguarda il Velasquez: i dipendenti in serata erano 150, ed i collaboratori/dipendenti delle pubbliche relazioni, fra tutti, anche i, diciamo, meno importanti ma comunque sempre utili,  erano… 300. Più altri 250, complessivi, al Casanova.  Io ero a capo di questa piramide, di questa macchina che doveva partire ed arrivare possibilmente senza incidenti... Ricordo un giorno in quel periodo, al rientro a casa, mia madre che sventolava la bolletta telefonica del cellulare, ironizzando, non conoscendola, sulla mia attività: erano 2 milioni e 813 mila delle vecchie lire! Paragonate ad oggi, potere d'acquisto dell'euro in aggravante, circa 2.500 euro!".

 

Ad un certo punto, però, quel metodo di lavoro arriva ad uno stop

 

"Nella mia visione, tutte quelle persone erano utili, anche perché gestivamo locali di grandi dimensioni... essenziali per realizzare numeri, mi riferisco sempre come esempio al Velasquez, come 12.000 presenze a week-end!!! Ci voleva molta pazienza, molte ore giornaliere, molta attenzione e molte spese a bilancio, per gestire tutto ciò... Le proprietà dei locali, ad un certo punto, si sono un po', come dire, chiuse in se stesse e hanno cominciato a chiedere di ridimensionare il numero, a far pressioni sui centri di costo per tentar di risparmiare. Certo, i p.r. entravano gratis, bevevano gratis ed offrivano ad amici...non sempre controllati, talvolta approfittandosene certamente, ma i numeri che facevamo erano davvero storici e gli incassi, glielo assicuro, di conseguenza".

 

Ed allora...?

 

"Inizialmente tentai una sorta di mediazione, diminuendo il numero dei collaboratori e tagliando loro le facilities... Pensavo ai rappresentanti, agli agenti di commercio di altre tipologie di lavoro: noi eravamo comunque un prodotto che doveva stare sul mercato, essere 'venduto' dai nostri addetti commerciali! La discoteca è questa, secondo me. Non avevo però considerato, parlo della prima metà degli anni 2000, che erano in forte crescita i discopub ed in generale i locali non grandi, dove non si pagava l'ingresso ed insieme, cominciava la diffusione dei social networks, smartphones e pc ovunque, e sempre meno giovani desiderosi di incontrarsi, aggregarsi in discoteca. Pensi che dopo la scuola, a livello nazionale, le discoteche erano seconde per importanza nel processo di aggregazione sociale dei giovani! Queste sono state, credo, le vere cause della rovina delle pubbliche relazioni".

 

Un antidoto, se così possiamo chiamarlo, non c'è?

 

"Ora anch'io ci penserei bene prima di ripristinare il vecchio metodo, che comunque in altre aree geografiche continua indefesso a mietere successi enormi! Ma in Oltrepo, non so se riuscirei a stravolgere questa abitudine di andare dove non si paga! Forse, in momento di crisi, offrire qualcosa di più a livello di prodotto potrebbe essere un tentativo da fare".

 

Ci sono locali che tentano di smuovere le acque in questa direzione?

 

"Purtroppo vedo locali che non offrono un prodotto valido. Dalla mia esperienza, vedo altri commercianti in zona che cercano di dare, le discoteche direi di no... Alcuni investono sugli ospiti, all'epoca investivamo tantissimo in animazione ed ospitate. Un ospite al mese di media, però nel momento di apice delle loro carriere. Ho visto nascere, ed ho contribuito alla nascita, di Costantino Vitagliano, di Karim... presi  a lavorare e spinti a tentare qualcosa di più, aiutandoli in vari modi".

 

Non ha desiderio di tornare a lavorare nel settore?

 

"Ho in mente qualcosa, una bella idea, o forse più d'una. Ma la cosa fondamentale è trovare un escamotage per aggregare il pubblico in modo più semplice che in internet, avvantaggiare gli incontri di persona. Ci sto lavorando... Prima di buttarmi in una nuova avventura, voglio capire come vincere contro quest'aggregazione al buio dei social networks! E ci riuscirò".

 

La verza dell'orto ricoperta da una patina oleosa marroncina pochi giorni dopo il maxi incidente alla raffineria di Sannazzaro, un silenzio preoccupante sui dati dei rilevamenti dell'Arpa ancora in mano alla magistratura e un comune che, insieme agli altri limitrofi, si è sentito abbandonato a se stesso mentre a pochi chilometri di distanza la raffineria bruciava sprigionando fumi sulla cui natura e sulle conseguenze che potrebbero avere per la salute dei cittadini poco ancora si sa."Controlli Arpa? Non ci ha mai detto niente nessuno". A parlare è il sindaco del comune di Silvano Pietra, che in linea d’aria dalla raffineria non dista che una manciata di chilometri. Antonio Luciano Calderini il giorno del primo incendio si trovava in comune e ricorda bene il momento in cui si è accorto dell’immensa nube di fumo che si innalzava nel cielo di quella limpida mattinata del primo dicembre.

Sindaco, ricorda se quella mattina o nei giorni seguenti qualcuno vi ha contattato per darvi informazioni sull'accaduto?

"No, siamo stati noi a contattare i carabinieri prima e i vigili del fuoco poi, ma nelle ore immediatamente successive all’incendio. Poi più nulla".

Ricorda cosa vi hanno detto le forze dell’ordine?

"Stavano ancora capendo bene quel che stava succedendo nelle prime ore dopo il fatto, poi ci hanno detto di dire alla gente di stare in casa e non aprire le finestre, come del resto era stato comunicato pubblicamente. Ma era inverno e faceva freddo, non costituiva un grande sforzo restare al chiuso".

Arpa non vi ha mai contattati, inviato dei bollettini o un qualsiasi tipo di informazione che potesse avere i crismi dell’ufficialità sui rilevamenti dell’aria?

"No, non siamo stati contattati in nessun modo. Quello che abbiamo saputo riguardo ai rilevamenti è quello che è stato pubblicato sui giornali".

Lei ha notato qualcosa o ha avuto l’impressione che la nube abbia potuto lasciare conseguenze?

"Quello che posso dire è che pochi giorni dopo ho notato che alcune verze nel mio orto avevano una sorta di patina oleosa marroncina sopra, una cosa che non mi piaceva e che credo possa essere imputabile ai fumi sprigionati dall’incendio alla raffineria, che altro?".

Che ha fatto di quelle verze?

"Le ho buttate, ovviamente".

Pensate di muovervi dal punto di vista politico per affrontare questa faccenda?

"Quello che possiamo fare è presentare un documento congiunto insieme agli altri comuni della nostra Unione, quindi Corana, Cornale e Bastida, ad Arpa per chiedere che ci dicano qualcosa, anche se sinceramente non credo si possano ottenere grandi risposte. La realtà è che siamo una delle provincie più inquinate d’Italia, tra inceneritori e industrie e varie, siamo un po’ una discarica. Altrochè nuovi impianti, qui bisognerebbe fare qualcosa per diminuire quelli che ci sono e che hanno sull’ambiente un impatto devastante, ma serve un peso politico ben superiore a quello che il sindaco di un piccolo comune può avere. Possiamo solo tenere alta l'attenzione, come nel caso dello scarico dei fanghi di scarto delle lavorazioni industriali, che la legge ancora consente di scaricare nei campi, come accade in Lomellina. E' una prassi che dobbiamo impedire arrivi in Oltrepo".

Parliamo dei problemi interni alle "mura" del Comune. Uno di quelli più sentiti dalla popolazione di Silvano era il traffico dei mezzi pesanti in centro abitato. Com'è la situazione oggi?

"Purtroppo non è migliorata. Anzi, dopo che a Oriolo è stato interdetto in un tratto di strada la circolazione dei mezzi pesanti, abbiamo in più il transito delle bisarche dirette al deposito auto di Pizzale. Il tutto va ad aggiungersi al traffico dei mezzi in direzione al biodigestore di Corana".

Contromisure per limitare i danni?

"Stiamo concordando con la provincia interventi ancora più mirati per ridurre la velocità dei veicoli in transito. Ridurremo l'attraversamento del centro abitato alla velocità di 30 chilometri orari. Dopodiché inseriremo degli attraversamenti pedonali in luoghi strategici per rallentare la velocità di transito".

Altra questione sentita è il problema della torre piezometrica che necessita di lavori per la messa in sicurezza visto che perde pezzi di cemento. Finora non è successo nulla, ma gli interventi dovrebbero partire prima che sia troppo tardi, non crede?

"Certamente, infatti un piano da 10mila euro per la messa in sicurezza è già pronto. Ci sono stati dei ritardi perché abbiamo dovuto verificare che fosse effettivamente una proprietà comunale e non di Pavia Acque come inizialmente sembrava".

Rimuoverla non è pensabile?

"No, perché avrebbe dei costi esorbitanti per un piccolo comune come il nostro. Servirebbero 130mila euro e non possiamo aprire mutui per una cifra simile. Inoltre va detto che la torre non ha problemi di staticità, quindi non è a rischio crollo".

 

 Parla la mamma di uno dei bulli arrestati il 14 marzo a Vigevano e difende il figlio: 'non dico sia innocente ma non è vero tutto quello che hanno scritto su di lui'. E aggiunge: 'in carcere lo picchiano ogni giorno, sta male'. L'intervista andrà in onda questa sera, domenica 19 marzo, a Bianco e nero, il programma di Luca Telese in onda su La 7 alle 21.10. Tra gli altri temi, quello del bullismo, legato anche al caso del tredicenne pestato la cui foto è stata messa su Facebook per scelta dei genitori.Nella puntata di stasera si parte da Vigevano, dove per mesi una gang ha brutalizzato e violentato uno studente 15enne. Arrestati quattro ragazzini di 15 e 16 anni. Nella banda anche un 13enne. Ma chi sono questi giovani? Parla,  appunto, la mamma di uno di loro.

 

Lungo la «Via del Sale», dove l’Oltrepò pavese confina con l’Emila, c’è un paese sospeso nel tempo. Nonostante gli anni, l’incuria e diversi saccheggi, case, stalle e recinti sono così come erano quasi 50 anni fa, quando Rovaiolo Vecchio, frazione del Comune di Brallo di Pregola, estremità sud della Provincia di Pavia, venne abbandonato dai suoi abitanti per paura di una frana che minacciava di staccarsi dal monte Lésima. La frana, però, non cadde e quel villaggio contadino, abbandonato in fretta e furia, si è trasformato in un vero e proprio borgo fantasma. Le case sono pressoché intatte.

LA VIA DEL SALE - Rovaiolo non è raggiungibile in auto, ma soltanto a piedi o in bici. Oppure a cavallo. Era una posizione strategica, un tempo, la sua. Crocevia per pellegrini, mercanti e spalloni lungo la «Via del Sale», un intreccio di sentieri che collegavano la pianura Padana al litorale ligure: prima giù verso i porti della costa per vendere lana e armi e poi su, verso casa, con il prezioso carico di «oro bianco», indispensabile per la conservazione degli alimenti. Rovaiolo, per chi arrivava da Pavia o Milano, era un passaggio quasi obbligato. Il sentiero iniziava a Varzi e terminava a Recco, o Genova. Rovaiolo non aveva locande per la notte, ma qui i viaggiatori si fermavano per mangiare e bere prima dello strappo finale. Oggi, l’unica cosa che testimonia questo passato è un pugno di abitazioni contadine, abbandonate per paura e dimenticate in un angolo della valle.

LA FUGA - Nel 1960 la Prefettura, dopo avere registrato alcuni movimenti sospetti della montagna, diede l’ordine di sgombero. I contadini non si fecero pregare e nel giro di poche ore, incentivati anche da sostanziosi aiuti pubblici, si trasferirono a Rovaiolo Nuova, sull’altra sponda del fiume Avegnone, uno degli affluenti del Trebbia. Ironia della sorte, un frana cadde proprio lì. Ma non fece danni, e siccome tutti gli sfollati avevano trovato una sistemazione, nessuno tornò nella parte vecchia.

TUTTO COM’ERA - Oggi Rovaiolo Vecchio conta una mezza dozzina di case in pietra arroccate a 500 metri sul livello del mare. Ci sono anche un vecchio forno, una fontana con abbeveratoio, una recinto per i maiali e le stalle. Peccato però che anno dopo anno il degrado e l’umidità si stiano mangiando quel che resta dei vecchi solai in legno. Al netto di ragnatele, detriti e ruberie, entrando negli alloggi si ha comunque la sensazione che l’inquilino sia ancora lì: su tavoli ci sono posate, pentole e piatti. E poi scarpe, setacci e corde abbandonate per terra.

I PROGETTI - Istantanee di vita contadina. Da qualche anno a questa parte nella valle si discute sempre più di frequente del recupero. Tuttavia, salvo qualche intervento sporadico finanziato da Roma, un progetto completo non è mai stato predisposto. Il problema, a quanto pare, è la frammentazione della proprietà, divisa in una cinquantina di famiglie, eredi dei contadini fuggiti dalla frana. Metterle tutte d’accordo è un’impresa complicata, il  sogno è trasformare un borgo fantasma in un villaggio abitato da artisti e poeti.

source - corriere.it

 

 

 

 

 

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