Martedì, 28 Marzo 2017
Articoli filtrati per data: Lunedì, 13 Marzo 2017

 Gli italiani mangiano meno carne rispetto al passato, 'appena' 75 kg in un anno. Fettina o bistecca, petto di pollo o spiedino, qualsiasi tipo di carne, è meno presente sulle tavole. Sarà per le nuove diete che tendono a limitare l'assunzione di proteine animali, seppure nobili come quelle della carne, o per l'avanzata della cultura vegetariana e vegana, ma il fatto è che i consumi sono scesi in 13 anni (dal 2000 al 2013) del 25%. La conferma arriva dall'Ufficio studi Cia-Agricoltori italiani che ha fotografato il settore attraverso una ricerca basata su dati Ismea.

Il consumo pro capite di 75 kg l'anno vede una netta prevalenza di carne suina pari a 33 kg, 21 kg di carne bovina, 19 kg di carne avicola e poco meno di 2kg di carne ovina. Inoltre, guardando al portafoglio ogni mese le famiglie italiane spendono oltre 98 euro per l’acquisto di carne, pari a un quarto della spesa alimentare e al 4% di quella complessiva.

"Numeri in flessione - sottolinea la Cia- con i consumi delle famiglie più spostati verso i carboidrati. Anche sui metodi di cottura sono emersi elementi interessanti: gli italiani, ad esempio, stanno scalando le classifiche mondiali tra gli amanti del barbecue: sono quinti alle spalle di americani, australiani, francesi e tedeschi, ma davanti agli inglesi.

Dalla vicenda 'mucca pazza' all’aviaria, passando per gli annunci catastrofisti dell’Oms-Organizzazione mondiale della Sanità e i vari studi 'anti-carni' che ciclicamente trovano la ribalta mediatica, la ripercussione diretta sul comparto zootecnico è pesata per oltre 5 miliardi di euro in vent’anni.

Un dato che si contrappone, fortunatamente, a un altro elemento inconfutabile: in Italia non si conta un solo decesso accertato per queste cause. Anche grazie al livello di controlli e sicurezza nel nostro Paese sulla carne, che la pone al top mondiale sotto tale aspetto.

Sul fronte della biodiversità, qualità e tipicità il nostro Paese comunque, non ha da invidiare nessuno: chianina, piemontese o fassona, marchigiana, grigio alpina, podolica, maremmana, romagnola, limousine, sardo-modicana, agerolese. Solo per citare le più diffuse tra le carni rosse. Poi ci sono quelle suine, ovi-caprine, avicole e cunicole (conigli).

Una qualità premiata nelle esportazioni che vanno bene. Negli ultimi dieci anni, l’export di carne e prodotti derivati è cresciuto in valore del 74%. Lo scorso anno, la carne e i prodotti derivati hanno rappresentato l’8% delle esportazioni agroalimentari Made in Italy.

Una quota importante che, in termini assoluti, nei primi undici mesi del 2016 ha già superato i 2,8 miliardi di euro. I primi tre mercati di sbocco delle vendite estere made In Italy sono Germania, Francia e Regno Unito con un valore di 1,15 miliardi di euro nei primi undici mesi del 2016.

 

I produttori di bevande alcoliche, vini compresi, hanno tempo un anno per trovare un accordo su un'etichetta per fornire ai consumatori informazioni circa gli ingredienti e il loro valore nutrizionale. Lo rende noto la Commissione europea, presentando il rapporto sull'etichettatura obbligatoria per le bevande alcoliche. Saranno esentate quelle con contenuto alcolico inferiore all'1,2% per volume. Se la Commissione riterrà la proposta di autoregolamentazione dei produttori inadeguata lancerà una valutazione di impatto che porterà a una regolamentazione.

Una giacca 'smart', che consente di controllare lo smartphone mentre si è in bici solo toccando la manica. E' quanto consente di fare "Commuter", la giacca di jeans creata da Google in collaborazione con Levi's. Svelato per la prima volta alla conferenza degli sviluppatori di Google nel maggio scorso, il giubbotto è stato ripresentato al festival SXSW in corso ad Austin. Dal palco texano sono arrivati i dettagli sul lancio del capo d'abbigliamento hi-tech, che arriverà nei negozi in autunno al prezzo di 350 dollari.
La giacca è il primo oggetto realizzato dalla divisione Project Jacquard di Google, che sfrutta il tessuto conduttivo per trasformare un indumento in un dispositivo connesso in grado di impartire comandi allo smartphone attraverso un'applicazione.
Mentre ci si sposta in città in bici, un doppio tocco sulla manica sinistra può ad esempio far partire la riproduzione di musica, o aggiornare l'itinerario sulle mappe per raggiungere la propria destinazione.

Una documento storico inedito del folklore stradellino, molto "acceso" fin dagli anni 50! (e anche prima...)

L'Oltrepò Pavese merita più spazio e considerazione nelle carte dei vini della ristorazione, dalla provincia di Pavia alle grandi città italiane: si dice da una vita, ma ora si passa dalle parole ai fatti per arrivare a un posizionamento trainato da nuove consapevolezze. Al via "Oltrepò, vini d'autore", un ciclo di appuntamenti di stile nelle migliori attività ristorative di Pavese, Oltrepò e Lomellina. Il tour sarà progressivamente esteso alle grandi città, con particolare considerazione per la metropoli di Milano. Il logo della manifestazione è frutto della creatività del celebre artista pavese Stefano Bressani.

L'iniziativa pensata da Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese e Mabedo, che sarà media partner, vedrà l’alleanza con il Distretto del Vino di Qualità. Si darà vita nel corso dell’anno a un ciclo di cene-racconto, che vedranno protagonisti i produttori e le loro fatiche che si traducono in etichette di valore. Sotto i riflettori la pregevolezza dei grandi spumanti, Metodo Classico e Metodo Martinotti, ma anche delle altre produzioni vitivinicole locali: Bonarda, Pinot nero, Riesling, Buttafuoco, Oltrepò Pavese Rosso, Sangue di Giuda e Moscato. Gian Marco Bianchi e Filippo Quaglini, titolari di Mabedo, spiegano: "Partiremo dal locale, in considerazione dell’alto profilo qualitativo raggiunto dai produttori di vini e spumanti DOC e DOCG dell’Oltrepò Pavese e della necessità di avvicinare tali etichette alla nostra ristorazione in modo capillare e continuativo, come già accade in molte altre zone italiane forti di una produzione enologica di alta gamma".

Il Presidente del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, Michele Rossetti, e il Presidente del Distretto del Vino di Qualità, Fabiano Giorgi, aggiungono: "E' ora di tornare a rafforzare la presenza delle referenze di pregio dei nostri produttori di filiera in ristorazione, per generare valore aggiunto ma anche per fare immagine e comunicare in modo forte il senso di un’identità. Chi si siede a tavola in provincia di Pavia dev’essere accolto con una calice di Oltrepò Pavese. L’invito andrà poi esteso alla ristorazione delle grandi città italiane, per la storia che possiamo vantare in ambito vitivinicolo, oltre che spumantistico, che va presa e trasformata in patrimonio presente". Secondo questo spirito i produttori vitivinicoli del territorio vogliono riaccendere un dialogo con winelover ma anche, più semplicemente, con i buongustai alla ricerca di messaggi semplici e vini buoni, come quelli d’Oltrepò, che devono essere sempre più capillarmente presenti.

L'intero calendario sarà promozionato attraverso stampa, web, mailing list selezionate e canali social, oltre che su Mabedo Magazine e PV Magazine. Ai partecipanti alle serate sarà distribuito un passaporto che, una volta collezionati una serie di timbri prendendo parte a quante più serate, consentirà di vincere una serie di premi. Inoltre chi si siederà a tavola sarà omaggiato della Mabedo Card, tessera fedeltà pensata per dare impulso e creare una comunione d'intenti tra le attività e le imprese che fanno della qualità e dello stile i loro tratti distintivi, nel mondo dell’agroalimentare e della ricettività.Per informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

 

L’A.S.D.  Boxe Stradella, è la prima società di pugilato nata a Stradella. E' stata la grande passione del maestro Mauro Ferro, cresciuto nella società del presidente Maurizio Niutta, a voler creare una palestra nel Palazzetto stradellino  come succursale della Pugilistica Pavia, scrivendo una pagina importante del pugilato nell'Oltrepo occidentale. Presidente Mariarosa Ferro sorella di Mauro, vice presidente Luca L’Abbate ex pugile professionista,  direttore sportivo Matteo Cecchetto, ex professionista.

Incontriamo Mauro Ferro, anima e mente della realizzazione di questo progetto.

Ferro iniziamo dando qualche dato. Quanti sono  i vostri associati e in quali categorie competono?

"Siamo circa una quarantina, la maggior parte sono amatori, al momento il numero di quelli che ufficialmente praticano agonismo sono due".

Come si articola un allenamento di pugilato?

"Si basa tutto sulla ginnastica motoria, come pesistica si fa ben poco, una volta alla settimana si fa potenziamento, facendo usare all'atleta dei piccoli pesi che in base al peso e alla struttura dell'atleta vanno dal mezzo kilo ai tre kili. Poi c'è la parte sul ring dove io insegno tecnica e tattica".

Come "funziona" nel pugilato la scoperta di talenti, si vede già dagli allenamenti se uno ha la stoffa oppure nella boxe il talento in se non esiste ma si costruisce con immensi sacrifici e dedizione?

"Si riconosce subito se un ragazzo è portato per questo sport ed ha talento, lo si vede principalmente dal carattere che deve essere determinato e poi ci sono una serie di fattori che si valutano una volta che sale sul ring, dal non strizzare l'occhio, al non avere paura, dall'andare sempre avanti al non reagire in modo violento se si prende un colpo. Fondamentale è poi seguire ciò che dice l'insegnante".

Tra la rosa degli agonisti avete un "cavallo" su cui puntare?

"Abbiamo due ragazzi che stanno andando molto bene, uno di 17 anni che combatte nella categoria Junior e uno di 25 nella categoria Senior e a fine marzo li porterò sul ring  a Milano".

"Piccoli boxeurs": la citta di Stradella risponde bene a questo sport oppure c'è ancora una certa diffidenza legata soprattutto al luogo comune di box uguale a pugni, uguale a violenza?

"Dal 2016 ho iniziato un percorso con i bambini dai 6 ai 12 anni e devo dire con buoni risultati, non ottimi ma buoni. Esiste ancora intorno a questa disciplina la convinzione che sia uno sport violento, quando invece è esattamente il contrario, è uno sport basato sull' educazione e sul rispetto per l'avversario, non c'è odio, finito l’agonismo, la gara c'è l'abbraccio tra i due sfidanti. Per quanto riguarda i bambini l'allenamento è una sorta di ‘primi pugni’ con dei circuiti per farli avvicinare al mondo della boxe,  dove si allenano a tirare i primi pugni appunto al sacco leggero e non possono mai avere alcun contatto fisico e sono sempre seguiti dall’insegnante".

E le donne?

"Si stanno avvicinando sempre di più a questo mondo, l'approccio  di base è quello di fare sport e mantenersi in forma, però devo dire che anche grazie alle Olimpiadi dove appunto c’è la boxe femminile, sta diventando una disciplina sempre più conosciuta e di conseguenza apprezzata".

Potete contare sull’aiuto degli enti pubblici e sponsor per portare avanti il vostro lavoro?

"Siamo aiutati dal comune di Stradella che ci supporta invece come sponsorizzazioni ahimè, la Boxe Stradella non ne ha".

Pugilato non è solo sport ma una filosofia di vita, quanto è difficile insegnare tutto ciò che sta dietro ad un semplice "tirare dei pugni"?

"Soprattutto è difficile trasmettere i valori di questo sport che è uno sport di sacrificio. Io da pugile dilettante cerco di trasmettere tutto quello che so e devo dire che ci sto riuscendo".

In Oltrepo abbiamo avuto grandi Campioni dall’indimenticabile Parisi in poi, quanto è cambiato il mondo della boxe da allora e quanto è cambiato l’approccio di chi decide di avvicinarsi a questo sport?

"Prima avevamo grandi campioni ed i ragazzi avevano uno stimolo in più  ad avvicinarsi alla boxe, un mito da raggiungere dà sicuramente un impulso nel volere imitarlo. Ora purtroppo in zona di grandi campioni non se ne vedono più ed è tutto nelle mani dell'insegnante, a lui il compito di stimolarsi ed invogliarli".

Per farvi conoscere e far conoscere il pugilato organizzate eventi?

"Lo scorso anno abbiamo organizzato la prima riunione di pugilato con tre pugili stradellini della società e abbiamo avuto grande successo, da ripetere".

Siete un’associazione giovane, quali sono gli obbiettivi che vi siete posti?

"Obbiettivi tanti, il primo su tutti crescere dei campioni almeno a livello di dilettanti".

 

 Non serve un esperto di economia o un luminare del marketing per capire che se l'Oltrepo ha una speranza di rilancio questa passa per forza di cose dal brand "Salame di Varzi Dop". Troppo spesso questa terra, alle pendici dell'Appennino che non è ancora montagna, rimane prigioniera del giogo di un provincialismo fatto di piccoli campanili e di "siepi" che privano lo sguardo della visione di insieme. La capitale mondiale del salame crudo senza una fiera degna di questo nome che la rappresenti si interroga sul suo futuro.

 Alla vigilia di un progetto denominato Aree Interne, che per via dei 25 milioni di euro pronti a finire sul piatto appare un boccone troppo ghiotto per lasciarselo scappare, l’Oltrepo deve guardarsi in faccia e fare i conti con sé stesso, cominciando a ragionare di marketing se vuole sopravvivere. Il brand numero uno – che se lo conoscessero tutti, tutti ci invidierebbero – è senza dubbio il salame. Quello di Varzi, quello Dop. Che oggi è a un bivio e deve scegliere cosa vuole fare da grande decidendo se accontentarsi di rimanere un prodotto di nicchia dall'identità un po' nebulosa oppure essere il gancio a cui tutto il territorio può attaccarsi per cercare di uscire dalla palude dell'anonimato.

 Abbiamo parlato di questo con il vice presidente del Consorzio Tutela del Salame di Varzi, Ezio Garabello, che è anche titolare del salumificio La Scaletta, uno dei nove consorziati.

 Garabello, intorno alla denominazione Salame di Varzi Dop sono sorte numerose polemiche in passato. Una di queste accusa il prodotto di essere industrializzato e non di alta qualità. Cosa risponde?

 "Che si dica che è un prodotto industriale fa sorridere, basta controllare i numeri per verificarlo: nel corso del 2016 sono stati prodotti 471mila chili di pasta di salame fresco, che ha permesso in tutto di realizzare 515.633 salami. Una produzione che è aumentata sì del 12,8% rispetto all’anno precedente, ma che resta assolutamente di nicchia. Vogliamo parlare di una produzione industriale? Di salame felinese se ne produce la medesima quantità probabilmente in una settimana!".

 Parlando di qualità invece cosa ci può dire?

 "Che è garantita da uno dei disciplinari più restrittivi che esistano e che viene mantenuta sotto costante controllo dato che uno dei due compiti principali del consorzio, insieme alla promozione del prodotto è proprio la verifica del rispetto delle regole di produzione".

 Chi effettua i controlli?

 "Un ispettore nominato dal consorzio e uno nominato dall’Isit, l’istituto dei Salumi Italiani Tutelati".

 Quali sono alcune delle caratteristiche che rendono unico il salame di Varzi e che devono essere rispettate nel disciplinare?

 "Innanzitutto quello di Varzi Dop è un salame che viene prodotto utilizzando tutte le parti del maiale, compresi quelli più nobili e non con gli scarti. Poi c’è la macinatura della carne che non deve essere inferiore ai 12 millimetri di diametro e infine la stagionatura, che ha dei tempi minimi di 30 giorni per i salami fino a 500 gr, 45 giorni per quelli tra i 500 e i 700 grammi e 60 giorni per quelli superiori ai 700".

 Non tutti i produttori di salame in Oltrepo sono però iscritti al consorzio. Alcune associazioni di tutela poi, ad esempio la confraternita Pegaso, in passato hanno polemizzato con voi. In che rapporto siete con i produttori non iscritti?

 "Io credo che sia ora di finirla con le polemiche. Bisogna fare quadrato e remare tutti nella stessa direzione. Il Consorzio è l’unico organo ufficialmente riconosciuto a tutela del prodotto. A noi farebbe molto piacere se anche altri produttori si consorziassero e dessero il loro contributo a far crescere il brand anziché polemizzare dall'esterno. Chi non rispetta il disciplinare non può usare il brand Dop e le contraffazioni non aiutano certo il prodotto".

 Parliamo della provenienza dei maiali. E’ singolare che nel varzese non ci siano allevamenti non crede? Da dove arrivano le bestie?

 "Che sia singolare è vero, però noi produttori più che auspicare che qualche allevatore si dia da fare anche sul nostro territorio non possiamo fare. Forse la politica in questo senso potrebbe dare più risposte. Per quanto riguarda la provenienza il disciplinare è chiaro: Lombardia, Piemonte o Emilia. E deve essere lavorato qui".

 Insieme alla Tutela e al controllo delle garanzie di qualità l’altra funzione principe del Consorzio è quella di promozione del prodotto. Su questo aspetto qualche lacuna ci permetta di dirlo c’è, visto che la capitale mondiale del salame crudo non ha neppure una Fiera che lo celebri nella sua terra…Come spiega questa mancanza?

 "Per organizzare un evento dell’importanza necessaria occorrono molti soldi, non bastano 10mila euro, altrimenti si finisce a fare la sagra di paese e non è quello a cui aspiriamo. Una volta c’erano più fondi pubblici a disposizione, oggi è fondamentale andare a pescare nel privato e anche in questo senso la capacità del territorio di essere unito e fare rete diventa fondamentale. Se non si va tutti nella medesima direzione e si seguono i campanili, non è possibile creare una strategia. Ripeto: sarei ben felice che tutti i produttori o un gran numero di questi si unissero al Consorzio e certificassero il loro prodotto. Ci sono dei costi da sostenere, ma credo che ne varrebbe la pena e ne gioverebbe tutto il territorio. Un evento molto importante legato al salame comunque è nei programmi. Quando avremo i fondi potremo progettarlo concretamente".

 

 

 

 Gli italiani userebbero un’arma in casa di minaccia o pericolo? Il 41,3% degli italiani dichiara che vi farebbe ricorso se messo in una situazione di pericolo, mentre il 22% degli intervistati è ‘sicuro’ che lo farebbe. Le risposte emergono dal sondaggio Eurispes (gennaio 2017) su armi e legittima difesa, che evidenzia “un sentimento di insicurezza che si è alimentato negli ultimi anni tra la popolazione. E’ il frutto della sensazione di mancanza di protezione derivante dal fatto che certe fenomenologie di reato non vengono punite come gli italiani si aspettano”, commenta il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara.

 Solo il 25,8% probabilmente non utilizzerebbe le armi sotto minaccia e il 10,9% esclude nettamente tale possibilità. Gli uomini si dimostrano decisamente più propensi all’utilizzo di un’arma rispetto alle donne.

 Alta è anche la percentuale tra quanti dichiarano che utilizzerebbero sicuramente un’arma in caso di pericolo. Il dato più alto si registra nelle persone di 18-24 anni (29%), seguite da 45-64enni (24,9 %) e dai 35-44enni (21,7%). Mentre tra quanti hanno dichiarano che sicuramente non ricorrerebbero a un’arma in caso di pericolo, la percentuale più alta è presente nelle persone di 65 anni e oltre (30,3%), seguite dai soggetti di 35-44 anni (26,9%) e di 45-64 anni (25,4). I dati evidenziano una maggiore propensione a difendersi con le armi nei giovani (18-34 anni). “Anche se l’attività delle forze dell’ordine è molto intensa i cittadini avvertono che le leggi non danno una punizione adeguata. Davanti all’evanescenza delle leggi – spiega il presidente dell’Eurispes – il cittadino ha la tentazione di fare da sé”.

 Alla domanda se siano da incriminare i cittadini ‘per aver reagito durante un furto in casa/nel proprio negozio sparando e ferendo o uccidendo gli aggressori’ il 42,7% risponde che ‘non dovevano essere incriminati e il 48,5% è del parere che ‘devono essere incriminati nei casi in cui la reazione non sia commisurata al pericolo’.

 

 La speranza di vita media degli italiani è cresciuta, secondo gli ultimi dati del 2016, a 82,8 anni (80,6 per gli uomini e 85,1 per le donne), anche se si segnalano problemi di equità tra le regioni. In Campania l’aspettativa di vita media è di soli 80 anni, mentre nella Provincia autonoma di Trento arriva a 83,5 anni. Per quanto riguarda l’abitudine al fumo gli italiani sono andati migliorando, passando dal 25,5% dei fumatori di 15 anni fa al 19,6% nel 2015. E’ quanto emerge dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, che da 15 anni registra i dati e le tendenze della salute in Italia e che propone oggi dati sempre più accessibili e raccoglie la sfida rappresentata dalle malattie croniche. Dai dati illustrati questa mattina al Policlinico Gemelli di Roma, emerge che molti aspetti sono invece andati peggiorando: ad esempio gli stili di vita, con un aumento sensibile delle persone in sovrappeso, registrando nel 2015 il 35,3% degli adulti e il 24,9% dei bambini sovrappeso.

 Ma l’italiano ancora non fa abbastanza attività fisica

 L’attività fisica non è mai decollata, con un 39,9% della popolazione sedentaria stabile da 15 anni, mentre sono ancora troppo pochi gli italiani che praticano un’attività sportiva (23,8% in modo continuativo). “Il gap tra nord e sud aumenta invece di diminuire – spiega il presidente dell’Istituto superiore di sanità e direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane, Walter Ricciardi – Le Regioni che hanno maggiore capacità di gestione delle risorse, sono purtroppo tutte settentrionali. E oggi tra chi nasce in Campania o Sicilia e in Trentino ci sono quattro anni di differenza di vita, tantissimi. L’unico dato uguale riguarda le malattie infettive, si muore in maniera omogenea in tutto il Paese”. Situazione sottolineata anche dal direttore scientifico dell’osservatorio, Alessandro Solipaca, per cui “questi 15 anni di federalismo non hanno risolto la questione meridionale: per alcuni indicatori, invece che avvicinarsi alla media nazionale, ci si allontana. Gli stili di vita non sono ancora adeguati”.

 

 "Ci risultano da molteplici segnalazioni in tutta Italia conguagli 'impazziti' e non meglio specificati sulle pensioni in pagamento da gennaio. In alcuni casi l'assegno di marzo è stato del tutto azzerato, in altri invece sono state operate erroneamente e impropriamente delle trattenute". A denunciarlo è, in una nota, lo Spi-Cgil, che chiede all'Inps di intervenire per risolvere la situazione.

 "Da quanto abbiamo appreso - continua il sindacato dei pensionati della Cgil - l'ente attribuisce tali errori a un malfunzionamento della nuova piattaforma fiscale. Fatto sta che questa situazione sta provocando non pochi disagi a molti pensionati, ai quali consigliamo di rivolgersi al patronato Cgil per inoltrare la domanda di ricostituzione della propria pensione. All'Inps invece chiediamo di intervenire quanto prima", conclude la nota.

 

Untitled-1

  1. Primo piano
  2. Popolari