Domenica, 25 Giugno 2017

CONSORZIO TUTELA VINI OLTREPÒ PAVESE : UN ANNO E MEZZO DI LAVORO PER ARRIVARE ALLE NUOVE REGOLE

Il Consorzio continua a puntare sul dialogo. Altri 3 incontri zonali per condividere gli obiettivi di un massiccio percorso di riordino e di regole nell’interesse collettivo. Il Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese ha organizzato e svolto una serie d’incontri d’approfondimento sull’iter di riforma dei disciplinari in corso da un anno e mezzo, con autorevoli partner scientifici e un metodo di lavoro improntato sin dall’inizio all’ascolto del territorio, alla raccolta d’idee e di osservazioni. Il consiglio d’amministrazione del Consorzio, per proseguire sulla via del dialogo e della condivisione, ha organizzato tre incontri zonali a Casteggio, Santa Maria della Versa e Broni per presentare la riforma dei disciplinari di produzione DOCG, DOC e IGT al mondo agricolo. Il presidente, Michele Rossetti, riassume così il senso di un impegno che prosegue verso il traguardo.

Circa un anno e mezzo fa avete avviato un profondo processo di revisione dei disciplinari, qual è stato il metodo?

"Sono diventato presidente in un momento di emergenza e insieme al Consiglio abbiamo deciso di reagire prontamente. Innanzitutto abbiamo ampliato il Cda a tutte le associazioni agricole e alla Camera di commercio, perché volevamo che la nostra azione fosse improntata ai principi del pluralismo e della condivisione. In parallelo abbiamo deciso di adottare un rigoroso metodo scientifico che partisse dall’analisi oggettiva del mercato, della produzione e dei suoi numeri per individuare gli scenari più corretti. In questo lavoro ci siamo avvalsi del supporto e della collaborazione di partner autorevoli e qualificati: l’Unione Italiana Vini e l’Università degli Studi di Milano per la revisione dei disciplinari, l’Università Iulm e l’Università di Pavia per l’analisi dei trend di mercato. In forza del nostro ruolo, non potevamo poi prescindere dall’ascolto del territorio, quindi abbiamo coinvolto erga omnes tutta la filiera per arrivare a un quadro sinottico delle varie proposte – e devo dire che il territorio si è rivelato nel complesso allineato - da cui sono state eliminate quelle incoerenti o inattuabili con i dati di mercato e di produzione e con il quadro normativo. Finalmente, pochi giorni fa sono state restituite le bozze definitive del disciplinare che sono pronte ad andare in assemblea per ulteriori osservazioni. È stato un lavoro importante, impegnativo ma soprattutto culturalmente innovativo per come è stato portato avanti. Ora siamo alla vigilia del debutto".

Quali sono i pilastri di questa riforma?

"Innanzitutto la tracciabilità completa attraverso la fascetta di Stato: qui in Oltrepò arrivare alla maturità su questa scelta non è un fatto scontato, visto che molti anni fa vi furono accese battaglie sulla forma e sostanza dei controlli quando erano totalmente in capo al Consorzio. Poi la condivisione, essendo oggi il tema della rappresentatività molto attuale nel mondo consortile in tutta Italia. Noi stiamo lavorando per trovare un sistema di avvicinamento tra i piccoli produttori e i grandi gruppi, di disegnare un percorso che possa essere di soddisfazione per entrambi: non mortificare la quota ponderale ma neanche mortificare il voto capitario, la libera capacità di espressione dei piccoli-medi produttori, che talvolta non portano grandi numeri ma sicuramente grande valore aggiunto. Il terzo pilastro è proprio il metodo scientifico adottato, che si è tradotto in riduzione delle rese, eliminazione della pletora di tipologie che sono presenti nel nostro disciplinare, cercando di rimettere in fila la piramide qualitativa… Sono tutti temi che vanno affrontati con massima condivisione e metodo scientifico a partire da dati oggettivi".

E per quanto riguarda la ridefinizione della piramide qualitativa dell’Oltrepò?

"Il lavoro da fare non può prescindere anche qui dall’analisi scientifica dei dati che contraddistinguono la nostra realtà vitivinicola. Ecco allora che il rilancio del nostro territorio passa attraverso i grandi numeri della Bonarda, la grande qualità del Metodo Classico, l’eccellenza del Riesling, oggi nascosta all’interno di una produzione un po’ confusa, e ovviamente il Pinot nero. Siamo la terza zona al mondo come superficie investita con questo vitigno, un patrimonio che dobbiamo essere capaci di sfruttare al meglio. Insieme alle imprese dobbiamo condividere e puntare su questo scenario".

Guardando sempre i numeri, 13.500 ettari vitati e una produzione volumicamente notevole necessariamente portano l’Oltrepò – per quanto riguarda alcune produzioni - a essere un bacino di approvvigionamento di vino per altre zone. Come vede la gestione dello sfuso e l’imbottigliamento fuori zona?

 "C’è un caso di studio: sistemi di successo come il Prosecco hanno trovato negli imbottigliatori dei partner affidabili e interpreti della qualità e della diffusione del prodotto. Il punto nodale è quindi riuscire ad assicurare, attraverso interventi di maggiore o più puntuale controllo, che il vino – che sia prodotto da una cooperativa o da un privato – abbia una chiara tracciabilità e una chiara rispondenza al vigneto d’origine. Una volta fatta quest’operazione, l’imbottigliamento è un’operazione che può avvenire anche all’esterno della filiera purché alle regole e alle condizioni che la filiera dispone per sé. Naturalmente questo discorso va sempre commisurato ai dati di produzione: se la Bonarda si esprime con numeri tali da dover trovare negli imbottigliatori dei partner quasi indispensabili, ci sono altre denominazioni – e mi riferisco per esempio al Sangue di Giuda – dove la necessità è esattamente quella contraria. È una piccola denominazione, zonata, che sta avendo un ottimo successo, che può e dev’essere gestita da noi come sistema Oltrepò".

 

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